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Recensione – La grande abbuffata: la fine della borghesia di Marco Ferreri

Il capolavoro di Marco Ferreri, che ha ottenuto i fischi a Cannes e che ha sancito la fine della borghesia: tutto su uno dei film più impattanti nella storia del cinema italiano.
Recensione - La grande abbuffata: la fine della borghesia di Marco Ferreri

SCHEDA DEL FILM

Titolo del film: Le Grande Bouffe (La Grande Abbuffata)
Genere: Grottesco, Drammatico, Erotico
Anno: 1973
Durata: 132 minuti (versione originale), 112 minuti (versione censurata)
Regia: Marco Ferreri
Sceneggiatura: Marco Ferreri
Cast: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Andréa Ferréol
Fotografia: Mario Vulpiani
Montaggio: Amedeo Salfa, Claudine Merlin, Gina Pignier
Colonna Sonora: Philippe Sarde
Paese di produzione: Italia, Francia

La Grande Abbuffata è un film di Marco Ferreri datato 1973 che, a distanza di 50 anni dal suo esordio con annessi fischi al Festival di Cannes, torna in sala in Italia, in un’edizione speciale restaurata che si avvicina al minutaggio originario. Manifesto critico anti-capitalista e anti-consumista, il film di Marco Ferreri rappresenta uno dei più importanti da ricordare nell’ambito della storia del cinema. Di seguito, la trama e la recensione del film. 

La trama di La Grande Abbuffata, il manifesto anti-capitalistico di Marco Ferreri

Prima di considerare la recensione di La Grande Abbuffata, viene indicata innanzitutto la trama del film di Marco Ferreri, con la sinossi che recita quanto segue:

 

La storia di quattro uomini che, stufi di una vita noiosa e priva si soddisfazioni, si chiudono in un appartamento parigino dandosi alle gioie della vita e nascondendo un terribile segreto.

La recensione di La Grande Abbuffata, il capolavoro di Marco Ferreri

La summa poetica di un’ideologia che viene portata verso il suo eccesso, fino alla disgregazione dell’idea stessa e al ritorno verso il primordiale: è, in un certo senso, il tratto che accomuna La Grande Abbuffata con il suo creatore. Nel fornire la recensione del film, è necessario citare la reazione – tutt’altro che pacata – del pubblico di Cannes, che tempestò di fischi il regista e la proiezione; fischi che si trasformarono, a seguito di un bacio di reazione di Marco Ferreri verso il pubblico, in un Premio FIPRESCI che fu in grado di consacrare immediatamente l’opera in tutto il mondo. Definire capolavoro un film di questo genere è tutt’altro che scontato, almeno in un primo momento della sua storia, quando il lungometraggio è stato travagliato dalla censura e da gran parte della critica, che non ha riconosciuto altro che non fosse manifesto di sterile eccesso. Eppure, La Grande Abbuffata è uno dei più grandi manifesti di quella critica al capitalismo e alla società dei consumi di cui si abbia traccia nel nostro paese e nella storia del cinema in generale: un tratto sì generale e, per certi versi, addirittura esplicitato da parte delle battute degli stessi protagonisti, ma allo stesso accompagnato da numerose chiavi di lettura aggiuntive, che completano il significato di un film che va oltre il (suo) tempo. 

È la consapevolezza, per certi versi la volontà, di morire quella che muove l’intento di protagonisti, che manifestano il proprio intento suicida in più dichiarazioni, non temendo apparentemente quasi mai il destino a cui vanno incontro. Allo stesso tempo, Marco Ferreri compie uno sforzo aggiuntivo rispetto al servirsi di attori straordinari: l’impegno è immane da parte di entrambe le parti, con il primo che sembra lasciare all’improvvisazione emotiva il ruolo degli addetti ai lavori, e i secondi che vengono totalmente spogliati di una qualsiasi sensazione umana. Basta con film di sentimenti, dichiarò il regista, che affermò la sua volontà di costituire un lavoro di soli corpi: La Grande Abbuffata è un film a cui, ai personaggi e agli stessi attori restano soltanto i nomi (che coincidono), in una disgregazione costante dei corpi, che tornano agli istinti più primordiali: mangiare, defecare, copulare, dormire e poi ricominciare in un atto costante, intervallato dal meteorismo grottesco di Michel e quelle abitudini esistenziali (attività fisica, nozioni di legge, capacità di suonare al piano) che vengono, di volta in volta, smarrite. Corpi che tornano al loro stato animalesco, consumati nonostante ingrossino fino a scoppiare, mentre la cornice che li contorna diventa sempre meno netta. 

Se, in un primo momento, il film si occupa di presentare un alternarsi delle stanze con una variazione della scenografia interna, il ritmo diventa sempre più serrato in una seconda parte del lungometraggio, che viene ridotto a due sole scenografie di interni, in cui i movimenti e le espressioni dei protagonisti diventano sempre più limitati. In questo grottesco dissacrante, che parla di consumismo e di borghesia raccontando quell’inevitabile processo di autodistruzione a cui ogni uomo sembra essere predeterminato, la colonna sonora diegetica, con piccoli accenni di piano, diventa sempre più determinante nel raccontare, anche se soltanto con piccole sequenze, il lungo declino dei personaggi rappresentati. La morte non è un’opzione, per i protagonisti che “devono mangiare, altrimenti non si può morire”, trasformando sempre più quel processo edonistico (così come definito da Luis Bunuel) in un meccanismo di disgregazione. In un primo momento c’è spazio per la volontà di vestirsi e di personalizzare i corpi, così come i cibi che vengono cucinati servendosi di ricette e criteri, mentre il prosieguo della pellicola non lascia scampo neanche al gusto, che si traduce in una necessità che va oltre la fame e il senso, trasformando i piatti in misture sgradevoli e immangiabili, come nell’emblematico caso del paté di fegatini con uova (simbolo della morte) alla base. Una necrosi collettiva che investe ognuno, da chi mangia con le mani a chi si ciba servendosi di forchetta e coltello, non risparmiando alcun essere umano. 

La borghesia dopo la borghesia

“Oggi La Grande Abbuffata è finita. La borghesia finisce con questo film. Dopo c’è la post-borghesia. Ogni giorno di più esisteranno solo i padroni e gli operai. Ci sono gli operai, i padroni e gli emarginati. I padroni e gli operai dureranno vent’anni. Poi ci saranno solo gli emarginati”. Fu questo il pensiero profetico di Marco Ferreri, nel commentare il suo film La Grande Abbuffata e nel definire quella micro-società che viene rappresentata all’interno del film, emblema manifesto di una realtà che spariva con il suo stesso film, quasi a dimostrazione di un lavoro che avrebbe corroso, distrutto dal suo interno, quella classe dominante rappresentata all’interno della pellicola. Ed è proprio a partire dalla pellicola che si può partire, nel guardare a posteriori La Grande Abbuffata di Marco Ferreri, che risente di tagli, censure internazionali, versioni continue che sono state diffuse per eliminare delle scene chiave – come quelle dei rapporti sessuali o del corpo di Marcello inserito nella cella frigorifera -, che avrebbero eccessivamente turbato lo spettatore per gli eccessi rappresentati. Una pellicola che, prima del restauro definitivo che ha permesso di ritornare (anche se non del tutto) al minutaggio iniziale, presenta i segni del rimaneggiamento e dell’usura, del consunto che si mostra attraverso bruciature e segni di cesura, che definiscono le scene mostrate in un’estetica costantemente invecchiata dal tempo.

A 50 anni di distanza La Grande Abbuffata rivive, con una nuova versione e con un restauro definitivo che permette di riportare il capolavoro al cinema; eppure, è possibile volgere lo sguardo indietro verso quel lavoro della borghesia e sulla borghesia. Un film che, nel 1973 e con una lucidità al di fuori di ogni tempo, anticipa tutti quelli che saranno i fenomeni di costume successivi all’interno del nostro paese: dall’ideale estetico dell’eccesso nel cinepanettone al superamento della commedia all’italiana, passando per il senso del cinema politico sorrentiniano e fino a considerare quelle tracce di un’ideologia revanscista che, ancora oggi, sopravvive pur in pochissime definizioni. Marco Ferreri anticipa, con un essere visionario che si configura non tanto nella struttura e nell’idea narrativa, quanto nella forma, tutto ciò che sarà l’Italia dopo la borghesia, in un saggio di allucinante educazione ideologica che fornisce, ad ogni spettatore, un ideale specchio attraverso cui guardarsi, per la prima volta, con nitidezza

Voto:
5/5
Arianna Casaburi
0/5
Christian D'Avanzo
0/5
Gabriele Maccauro
5/5
Alessio Minorenti
4.5/5
Matteo Pelli
5/5
Vittorio Pigini
5/5
Data di rilascio:
Regia:
Cast:
Generi:

PRO