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“Il potere del cane”: il grande ritorno di Jane Campion

“Il Potere del Cane”, in originale “The Power of the Dog”, è un film targato Netflix che ne ha fissato l’uscita sulla sua piattaforma il primo dicembre preceduto però da una distribuzione in cinema selezionati a novembre. Inoltre ricordiamo che la sua regista, Jane Campion, era inattiva dal 2009 (“Bright Star”) ed ha trionfato a Venezia 78 (dove il film è stato presentato in anteprima) aggiudicandosi il Leone d’argento – Premio speciale per la regia. Cast di tutto rispetto che vanta come protagonisti Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons e Kodi Smit-McPhee.

Il film, diviso in cinque atti, è tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage (1967) ed è ambientato tra le pianure selvagge del vecchio West, a cui fa da sfondo una collina rocciosa che ha la forma di un cane in corsa, dove è situato il ranch dei fratelli Burbank. Phil e George Burbank, pur condividendo tutto dall’inizio della loro vita, non potrebbero essere più diversi, sia fisicamente che caratterialmente. Infatti Phil (Benedict Cumberbatch) è alto e magro, ma soprattutto consapevole di sé stesso essendo dotato di una certa intelligenza e di un cinismo tale da far raggelare il sangue. Vuole godersi la vita, apprezza essere al centro dell’attenzione facendo battute (talvolta di pessimo gusto) per far divertire i compagni (in realtà impiegati). George (Jesse Plemons), al contrario, è massiccio e taciturno, del tutto privo di senso dell’umorismo. Insieme si occupano di mandare avanti la tenuta, consumano i pasti nella grande sala padronale e continuano a dormire nella stanza che avevano da ragazzi, negli stessi letti di ottone che adesso cigolano nel più grande ranch della zona (ciò denota un’enorme ricchezza di famiglia). Sarà l’incontro con la proprietaria di una tavola calda, Rose (Kirsten Dunst), e suo figlio Peter (Kodi Smit-McPhee) a cambiare la vita dei nostri protagonisti.

Jane Campion prende per la mano questo prodotto e sforna un’opera western lontana dalla retorica di cui peccano molti film contemporanei, ci parla con le inquadrature lasciando una scia di potente non-detto. Al film è stato cucito addosso un apparato tecnico notevole, a partire da una fotografia curata sia negli esterni dove il sole, le nuvole e la pioggia la fanno da padrone, sia negli interni in cui abbiamo la delicatezza dei raggi solari e lunari affievoliti, una luce d’epoca ricreata benissimo con le candele che illuminano caldamente i volti ed i mobili, ma allo stesso tempo lascia qualcosa in penombra sposandosi perfettamente con l’interiorità dei personaggi, mettendone in evidenza brevi attimi di fugace gioia alternati a momenti di depressione e malinconia ben più lunghi. Bisogna per forza citare il magnifico lavoro svolto da Benedict Cumberbatch (verrà quasi certamente nominato agli Oscar) poiché rende il suo Phil un personaggio sfacciato, ricco di sfumature mai messe eccessivamente in evidenza, al contrario ci sono diversi elementi appesi volutamente ad un filo (quanto è bella la gestione del non-detto). Graditissimo il ritorno della Dunst che da anni non si vedeva così in parte, plauso alle due conferme Jesse Plemons e Kodi Smit-McPhee, attori conosciuti da anni ma che si stanno prendendo il palcoscenico da poco (soprattutto Plemons). L’importanza delle scenografie neozelandesi (tra le regioni di Otago e Dunedin) sta, non solo nei bellissimi campi lunghi e lunghissimi inquadrati dalla cinepresa volti a citare con una certa geometria un film come “Sentieri Selvaggi”, ma in primis nel suo simbolismo (gran scena in cui viene svelata la forma della roccia). E che dire di quell’altro fenomeno quale è Jonny Greenwood, capace di renderci il film ancora più immersivo grazie alla sua colonna sonora per gran tratti tesa per ricreare quasi un senso di emicrania, una sensazione perenne di dover sfuggire a qualcosa permettendoci di immedesimarci così nel personaggio della Dunst; eppure non mancano anche note più tenere e rilassate, questa volta per farci immedesimare in una relazione tra due personaggi in particolare, ossia quelli di Cumberbatch e Smit-McPhee. La ricostruzione dell’epoca (ricordiamo che il film è ambientato nel Montana del 1925) è realizzata in maniera convincente tra i costumi e le location interne, lasciandoci pensare che oltre per Cumberbatch, possibile e probabile vedere questo film nominato in diverse categorie agli Oscar (regia, fotografia, scenografie, forse anche sceneggiatura non originale, costumi e uno degli attori\attrice non protagonisti\a).

I personaggi vengono piano piano vivisezionati dal bisturi della Campion, che non a caso ci mostra il cadavere di un coniglio aperto dall’aspirante chirurgo Peter. Di fatto è minuzioso lo studio compiuto attorno ad ogni elemento messo in scena, dal fango rappresentante l’essere rozzo di Phil, al gesto vivissimo di annodare la corda per avere il controllo, il controllo totale dello stesso Phil sul ranch, da suo fratello al bestiame, passando per il piano che Rose non vorrà suonare, sintomo di un’insicurezza nemica da sempre, e il fischiettio perenne del personaggio di Cumberbatch, sintomo al contrario di una sicurezza ben sfoggiata. Anche il sole può essere ricondotto all’illuminazione fredda di quel sogno della Frontiera, che ancora oggi condiziona l’America. Tutto prende forma nei corpi, ma parte dal simbolico. Il non-detto già citato è lo scheletro portante di un’opera maestosa, che potrebbe essere seconda solo al capolavoro “Lezioni di Piano” nella filmografia della regista neozelandese, dove impietosa contrappone due lati umani e sociali (anche moderni) prendendo in esami l’intimità familiare di una coppia di fratelli. George è il fratello più altolocato, sempre elegante e con un savoir-faire tipicamente borghese per poter ambire alla civilizzazione; dall’altro lato abbiamo Phil, il fratello dal talento sprecato che preferisce sporcarsi le mani per portare avanti un ranch piuttosto che intraprendere una carriera più prestigiosa. Il primo prende con sé in moglie Rose, ormai stanca della sua vita da locandiera ed in cerca di qualcuno che la faccia stare bene, trova un porto sicuro proprio in George. Suo figlio Peter, dai modi effeminati, viene deriso più e più volte da Phil, metafora di un’America conservatrice che prova a farsi forza nascondendo le proprie debolezze cercando di sminuire gli altri con la sua misoginia e generando anche violenza. Il cowboy di Cumberbatch pur essendo così intelligente, si dimostra retrogrado nei modi (non si vuole nemmeno lavare!) e nelle parole, ma lo fa per nascondere un’omosessualità mai palesata ma lasciata intendere durante la narrazione. Dunque è una vittima della società che vorrebbe rappresentare, bracca Rose e Peter sentendosi tradito dal fratello, come se George dovesse restare per sempre con lui e nessun’altro, non potendosi creare una famiglia egli stesso avrebbe voluto lo stesso destino per il fratello maggiore. Inizia così una guerra fredda interna tra Rose e Phil, dove però la prima sembra essere più debole nonostante la sfida a suon di note musicali, alternando il sonoro tra pianoforte e clarinetto. Eppure il rapporto “sciogli nodi” (dato che si parlava di corde) sarà quello tra Phil e Peter, dove il secondo come già detto in precedenza viene più volte perseguitato dai modi dispregiativi del primo. Peter riesce a scovare il nascondiglio di Phil, luogo in cui questo personaggio ama restare solo a riflettere e sfogliare riviste con uomini muscolosi, e dunque segreto rivelato. I due si trovano a meraviglia, l’uomo rappresenta per l’adolescente quello che Bronco Henry (il vecchio capo che li aveva istruiti al mestiere) rappresentava per lui: una cotta prima di tutto, ma anche una guida nella vita di tutti i giorni, da cui ha imparato a spiegare le ali e prendere il volo nascondendo i segni di una battaglia interiore. Il finale è perfettamente in linea con quello che abbiamo visto fino a questo momento, poiché il Phil cinico, dominatore e simbolo di una mascolinità tossica, rimane vittima di quello stesso processo per cui tenterà di distruggere la madre e il figlio (magari anche la prima attraverso il secondo). Allo stesso tempo Peter curioso e ipersensibile, subisce un’evoluzione come conseguenza della volontà di integrarsi. Finale amaro che cita nell’ultimo passo la Bibbia, facendo riferimento al potere del cane da cui deriva il titolo del film, e non poteva essere altrimenti dato che la coesistenza impossibile di questi personaggi vedrà un taglio netto riportato velatamente da brevi sequenze fredde.

THE POWER OF THE DOG (L to R): BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK, KODI SMIT-McPHEE as PETER in THE POWER OF THE DOG. Cr. Courtesy Of Netflix

Insomma, “Il Potere del Cane” è un film maestoso in cui la sua regista, Jane Campion, viviseziona l’America, parte da una base western per poi sovvertirne le leggi, non ci racconta troppo del rapporto tra uomo e natura ma ci parla per metafore di un mondo intimo in cui si muovono ossessivamente i personaggi, alternando grandi distese a interni ristretti. L’opera parte si da western, ma si trasforma in un thriller psicologico fatto di gesti e dettagli (anche registici), di suoni e rumori, uomini e donne, alienazione tra mandriani e i grandi spazi americani.

Voto: 9\10

– Christian D’Avanzo

Andrea Barone: 9,5
Andrea Boggione: 8
Carlo Iarossi: 7,5
Paolo Innocenti: 8
Paola Perri: 7
Giovanni Urgnani: 8,5
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