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Recensione – Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste), film diretto da Ryusuke Hamaguchi a #Venezia80

La recensione di Aku wa sonzai shinai Il male non esiste

Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste) è il nuovo film del regista giapponese Ryusuke Hamaguchi, presentato in concorso alla 80esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Hamaguchi è un cineasta in ascesa a seguito dell’Oscar ricevuto nel 2022 per il Miglior Film Internazionale con Drive My Car (2021), lungometraggio già premiato con il Prix du scénario a Cannes. La durata di Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste) è di circa 106 minuti, mentre nel cast figurano Hitoshi Omika, Ryo Nishikawa, Ryuji Kosaka, Ayaka Shibutani, Hazuki Kikuchi, Hiroyuki Miura. Di seguito la trama e la recensione di Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste), diretto da Ryusuke Hamaguchi e in concorso a #Venezia80

La trama di Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste), diretto da Ryusuke Hamaguchi

Ecco la trama ufficiale di Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste), film diretto da Ryusuke Hamaguchi:

 

Takumi e la figlia Hana vivono nel villaggio di Mizubiki, nei pressi di Tokyo. Come altre generazioni prima di loro, conducono una vita modesta assecondando i cicli e l’ordine della natura. Un giorno, gli abitanti del villaggio vengono a conoscenza del progetto di costruire, vicino alla casa di Takumi, un glamping, inteso a offrire ai residenti delle città una piacevole fonte di “evasione” nella natura. Quando due funzionari di Tokyo giungono al villaggio per tenere un incontro, diventa chiaro che il progetto avrà un impatto negativo sulla rete idrica locale, e ciò causa il malcontento generale. Le intenzioni contraddittorie dell’agenzia mettono in pericolo sia l’equilibrio ecologico dell’altopiano sia lo stile di vita degli abitanti, con profonde ripercussioni sulla vita di Takumi.”

La recensione di Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste): Hamaguchi inserisce le persone nella natura e nella musica

Il nuovo film di Hamaguchi intitolato Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste), presentato in concorso a Venezia 80, è in realtà un progetto a cui il cineasta giapponese ha dato vita mentre lavorava a stretto contatto con la compositrice Eiko Ishibashi. Partendo da una liricità poetica incentrata sulla natura e su elementi propri ad essa come il fiume, gli alberi e i suggestivi paesaggi, il regista fa un salto in avanti e proietta le figure umane in un ambiente pacato, sensibile e perciò distaccato da una realtà urbana vicina (Tokyo) geograficamente ma distante ideologicamente. Con l’aiuto delle musiche realizzate dalla già citata compositrice, il film ha la potenza di immergere chi osserva in un racconto dai tempi saggiamente dilatati, data la volontà di trasmettere un senso di pace e serenità difficilmente riscontrabile in altri prodotti, e i personaggi sono il fulcro di una narrazione intelligente perché ampiamente riflessiva. Che Hamaguchi abbia delle qualità estetica e concettuali incredibili, è un fatto ormai assodato, ma in questa occasione è possibile riscontrare una certa profondità nei dialoghi – geopolitica – tra i personaggi, lavorando anche e soprattutto per immagini. La natura è altrettanto protagonista poiché non resta sullo sfondo, non è una mera scenografia, ma si eleva a figura percettiva in costante rapporto con chi la abita. Sin dall’incipit si avverte quanto descritto, nel momento in cui il regista opta per una sequenza d’apertura girata con la macchina da presa rivolta verso l’alto e con la quale si scorge il sole tra gli alti alberi presenti. Takumi è una bambina estremamente curiosa, e proprio su di uno scenario innevato riesce a sfamare questo suo interesse tra una pianta e l’altra, passo dopo passo e piuma dopo piuma. 

 

Ancora una volta sulle orme di Ozu, Hamaguchi mostra una quotidianità scandita da gesti ciclici, ordinari e allo stesso tempo straordinari per ciò che rappresentano sul grande schermo. Gli abitanti del villaggio dichiarano prima di tutto con i gesti la loro volontà di distaccarsi dal rumore cittadino, dalla frenesia e dalla tensione che ne deriva. Scelgono arbitrariamente, invece, dei valori quasi dimenticati dai più, ovvero la calma e la cooperazione; persino il prelievo della pianta di wasabi assume una sacralità specifica, così come la raccolta dell’acqua del fiume circostante. Hamaguchi lavora successivamente, come è solito fare, attraverso i dialoghi. Emblematica la sequenza dell’incontro tra l’agenzia televisiva che sta collaborando con l’impresa intenzionata a dar vita al cosiddetto glamping, e gli abitanti del villaggio. La comunicazione prende il sopravvento per diversi minuti sulle immagini, e in tale occasione si comprende la situazione nella quale i personaggi rischiano di incappare. Da un lato ci sono i due agenti-cittadini che non hanno la minima idea di ciò di cui stanno parlando, dall’altro c’è chi invece intende proteggere l’ambiente puro in cui vive. L’impresa in questione tramite i sussidi e l’acquisto del terreno desidera attuare un piano di speculazione, non dando importanza alla volontà degli abitanti e creando una sorta di dialogo fasullo, incerto e poco risolutivo. La determinazione con cui sia i giovani che i più anziani si rivolgono agli agenti è ammirabile, perché vi sono sì degli scambi accesi, ma non si perde mai la ragione e soprattutto il rispetto, la civiltà. Dunque, in Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste) la parte centrale è la più dialogata nonché quella dai tratti prettamente politici, istituzionali ed economici, tracciando il confine tra due realtà vicine ma lontane, come già anticipato in precedenza. 

 

Inoltre, va segnalato che in nell’epoca contemporanea si parla giustamente e perennemente di risorse ambientali, di sostenibilità e di preservazione dell’acqua, elemento fondamentale alla sopravvivenza umana. Nel film Hamaguchi non le manda a dire, e fa dell’acqua il perno del confronto tra la purezza di un mondo distaccato dall’inquinamento, e uno in cui l’atmosfera e i suoi elementi sono ormai influenzati negativamente dalle imprese e dalla prevaricazione finanziaria. L’accenno al capo dell’operazione, infatti, dimostra come persino i più giovani imprenditori non diano conto all’umanità, restando in superficie e riflettendo soltanto in termini economici, bistrattando il dialogo con gli abitanti del villaggio e le rispettive richieste. Proprio per evidenziare come la natura intaccata potrebbe essere un male, il cineasta giapponese inserisce la caccia in uno scenario incontaminato, dove i cervi e gli altri animali camminano e volano in totale libertà. Gli spari uditi in lontananza sono un segno d’avvertimento, un pericolo invisibile che potrebbe ben presto diventare concreto. Il finale in tal senso è paradigmatico, e seppur potesse risultare facilmente leggibile sin dai primissimi istanti, l’atto di costruzione finalizzato dal regista culmini in una sequenza incredibilmente impattante. Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste) è una dichiarazione a cuore aperto, una ferita difficilmente sanabile ma non per questo non meritevole di attenzione. Perché alla fine, prestando attenzione, si prende nota del fatto che sono i due agenti a restare affascinati – e incuriositi come la bambina a inizio film – dalla ruotine del villaggio immerso nella natura, e non il contrario. L’interferenza con essa può danneggiare, quindi urge una presa di coscienza così da non innescare una reazione definitiva e fuori controllo, perciò incontrovertibile. Ecco che il cerchio narrativo riprende l’incipit e si chiude ansimando, corporalmente e sensorialmente.

Voto:
4.5/5
La recensione di Aku wa sonzai shinai (Il male non esiste), di Hamaguchi a Venezia80
Andrea Barone
5/5
Arianna Casaburi
4.5/5
Gabriele Maccauro
4/5
Alessio Minorenti
4/5
Vittorio Pigini
4/5
Bruno Santini
4.5/5
Data di rilascio:
Regia:
Cast:
Generi:

PRO