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Recensione – Nimic: lo sberleffo horror di Yorgos Lanthimos

Ad un anno di distanza da La Favorita, Yorgos Lanthimos ritorna dietro la macchina da presa per Nimic, un cortometraggio con Matt Dillon riproposto al cinema in Italia nel 2024. Ma con quale risultato?
Recensione - Nimic: lo sberleffo horror di Yorgos Lanthimos

Distribuito al cinema a seguito dell’incredibile successo di Povere Creature, il film 4 volte Premio Oscar di Yorgos Lanthimos che ha conquistato una grande attenzione nel nostro paese, Nimic è un cortometraggio realizzato nel 2019 dal regista greco, a un anno di distanza da La Favorita e in grado di sintetizzare totalmente quei temi – a partire dalla dissoluzione dell’ambiente familiare – tanto cari all’autore di Il sacrificio del cervo sacro. Ma con quale risultato? Di seguito, viene indicata la trama e la recensione di Nimic di Yorgos Lanthimos.

La trama di Nimic, il cortometraggio di Yorgos Lanthimos con Matt Dillon

Prima di procedere con la recensione di Nimic, il cortometraggio con Matt Dillon, si indica innanzitutto la sua trama: un protagonista senza nome vive una vita apparentemente tranquilla con la sua famiglia, scandita da ritmi regolari e dal suo lavoro di violoncellista. Quando chiederà l’ora ad una donna in metropolitana, la sua esistenza cambierà inesorabilmente.

La recensione di Nimic di Yorgos Lanthimos: la summa di una cinematografia che “gioca” con l’horror

In un’intera carriera cinematografica, che si può far idealmente far partire con il cortometraggio O viasmos tis Hlois del 1995, Yorgos Lanthimos ha consolidato parte del suo ideale di messa in scena che ruotasse essenzialmente intorno ad un nucleo fondamentale: la dissoluzione dell’apparato sociale umano, specie in uno dei suoi prodotti elementari più esteriori, la famiglia. La più piccola forma di società alla quale l’essere vivente è abituato può essere, contemporaneamente, anche il teatro di alcuni degli atteggiamenti maggiormente eccentrici dell’esistenza, come dimostrato dal regista greco in maniera differente nel corso della sua storia: dalla privazione della realtà deviata di Dogtooth fino alla rivitalizzazione del corpo in Povere Creature, Yorgos Lanthimos è stato mosso da un’ossessione che è diventata sempre più tecnica ed estetica nell’ambito della sua storia. Quando, con La Favorita, ha intuito che la tematica potesse diventare anche visivamente percepita dallo spettatore tramite l’utilizzo della tecnica del grandangolo, il suo cinema ha compiuto un evidente passo in avanti: quel clima disagiante che fino a quel momento era stato reso possibile dall’esacerbare determinati comportamenti diventa, adesso, un ideale visivo, entro il quale “costringere” l’occhio umano nei limiti della visione e della percezione della propria realtà.

La storia umana è ricca di veli di Maya che non verranno mai dissolti, sembra dirci questo Yorgos Lanthimos che non va mai al di là dell’emblema dell’occhio, dello squarcio simil-bunueliano della cornea, permettendo allo spettatore una completa imitazione (mimic) del reale, in quello che – in fondo – è il profondo senso dell’arte: riproporre l’esistente in un aspetto mimetico. Ed eccoci allora a Nimic, il cortometraggio di 12 minuti che Yorgos Lanthimos realizza nel 2019, ad un anno di distanza da La Favorita e con 4 di anticipo rispetto a Povere Creature: l’impegno internazionale di Lanthimos ha offerto tracce della storia del regista greco che, muovendo i suoi passi dal mito della caverna platonica, si è poi evoluta verso il mito pur conservando quelle profonde radici sociali che il regista non ha mai tradito. In ognuno dei film di Lanthimos, Nimic compreso, l’impressione è quella di sentir parlare sempre della stessa – crudele – storia, che però passo dopo passo e film dopo film evolve verso una consacrazione formale sempre più netta. Il cortometraggio in questione è allora un elemento essenziale per comprendere la visione d’insieme del regista, un elemento imprescindibile per una completa assimilazione della storia di Lanthimos; guidato dalla Simple Symphony di Benjamin Britten, il regista propone una prima sequenza interamente in J-Cut, con la rappresentazione di quegli elementi di ordinaria quotidianità del protagonista (Matt Dillon) mentre in sottofondo si familiarizza con il suo lavoro di valente violoncellista.

Quando, in una delle scene successive, il padre di famiglia chiederà l’ora alla sua dirimpettaia in metro la sua storia cambierà del tutto: sarà una nuova storia di re-identificazione dei corpi, di assimilazione delle vicende umane e, ça va sans dire, di dissoluzione dell’apparato della famiglia. “Come possiamo dirlo? Siamo dei bambini”, rispondono i bambini all’uomo, quando questi chiede loro di identificare chi sia il vero padre della famiglia: una risposta che appare meno innocente di quanto si possa credere, se consideriamo come emblema della famiglia e dell’essere genitori non tanto la stabilità di una presenza fissa nel nucleo della famiglia, quanto la capacità – per un figlio – di indicare chi sia realmente il proprio padre, la figura che cioè lo porta ad esistere. E ancora, sono appunto piccoli, cioè incapaci di discernere totalmente i confini di quella realtà che si agita vorticosamente di fronte ai loro occhi nel momento in cui si ritrovano dinnanzi a due figure (una maschile, una femminile, ma Lanthimos ha già abituato lo spettatore a non prestare troppa attenzione a generi e genitali) che potrebbero essere entrambe paterne. La storia cambia nel momento esatto in cui si chiede l’ora, dunque, mentre la cottura di un uovo dura 4 minuti e 15 secondi, come mostra per ben due volte il cortometraggio di Yorgos Lanthimos: è la proposta di un interessante parallelo tra ciò che si tenta di schematizzare con il tempo e ciò che dal tempo, invece, sfugge.

Nemici e imitatori: Nimic e le sue numerose inferenze di senso

Matt Dillon e Daphné Patakia sono protagonisti del cortometraggio di Yorgos Lanthimos, abili nel ricreare quel contrasto sensoriale tanto caro al regista greco: la mimica del primo si contrappone agli occhi glaciali della seconda, ancora una volta svuotando di senso e di emotività l’esistenza vissuta dal solo corpo di una persona. Lanthimos sembrava averlo già compreso in Necktie, in cui mostrava semplicemente un gruppo di bambini che tentano di scoprire che cosa succede quando si muore, e non aveva mancato di sottolinearlo in tutte quelle occasioni in cui la de-privazione sensoriale (almeno una scena in cui il personaggio è bendato in quasi tutti i suoi film, la perdita della vista in The Lobster, lo svenimento tramite inalazione di sostanze chimiche in Dogtooth o Povere Creature) rappresenta, probabilmente, il contatto più evidente con la realtà, nel momento stesso in cui questa viene strappata con forza dalle mani di una persona. Nimic propone qualcosa di altro, servendosi dei medesimi artifici stilistici e del sempreverde grandangolo: se ogni possibile indizio non riesce ad essere così profondamente umano da indicare, a chi osserva, quale sia la verità, la reale prova di esistenza allora può essere offerta soltanto dal contatto. Così, l’uomo viene rimpiazzato quando – nello sfregamento dei piedi con sua moglie – è la donna ad essere maggiormente “padre e marito”.

È un Lanthimos che gioca totalmente con gli stilemi e con le ambiguità della storia. Il genere horror, che è stato sempre lambito dal suo cinema e che in Il sacrificio del cervo sacro diventa maggiormente esteriore (e forse più sbilenco) in Nimic trova il modo di essere riproposto. Come se non bastasse, è un gioco anche linguistico: nimic, che in rumeno significa “nulla”, è anche un gioco di parole che sembra richiamare “inimic” (nemico) e “mimic” (imitare).

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