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Recensione – Funny Games, il cult di Michael Haneke

Torna in sala “Funny Games”, il capolavoro ormai divenuto cult di Michael Haneke.
Arno Frisch in Funny Games, film diretto da Michael Haneke nel 1997

SCHEDA DEL FILM

Titolo del film: Funny Games
Genere: Thriller, Drammatico, Grottesco
Anno: 1997
Durata: 109′
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Cast: Susanne Lothar, Ulrich Mühe, Arno Frisch, Frank Giering, Doris Kunstmann
Fotografia: Jürgen Jürges
Montaggio: Andreas Prochaska
Paese di produzione: Austria

La recensione di Funny Games, diretto da Michael Haneke nel 1997 e presentato in anteprima alla 50esima edizione del Festival di Cannes. A seguire, trama e recensione del film.

La trama di Funny Games, film diretto da Michael Haneke

Come spesso accade con i film di Michael Haneke, c’è molto di cui parlare ma la trama delle sue opere è sempre piuttosto semplice. In questo caso, Funny Games racconta le vacanze di Georg, Anna e di loro figlio Georgie, che si recano alla loro casa sul lago con tanto di barca e campi da tennis, per poter trascorrere in serenità alcuni giorni. Poco dopo il loro arrivo però, due ragazzi apparentemente gentili ed educati si presentano alla loro porta. È l’inizio di un incubo di cui, solo arrivando in fondo alla visione, si potrà scoprire se avrà avuto o meno un lieto fine. 

Una scena di Funny Games, il film di Michael Haneke che torna in sala dall'11 dicembre 2023

La recensione di Funny Games: Michael Haneke e il racconto della violenza, da Pasolini a Buñuel passando per Hitchcock

E pensare che, nonostante anni passati in televisione, il suo primo vero lungometraggio – Il Settimo Continente – lo realizzerà solamente nel 1989 a 47 anni compiuti. Michael Haneke non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, eppure è uno di quei nomi ad oggi piuttosto dimenticati, cosa che però sorprende non poco, visti i tanti riconoscimenti ottenuti in carriera: il Grand Prix Speciale della Giuria per La Pianista (2001) e il Prix de la Mise en Scène per Niente da Nascondere (2005), la Palma D’oro per Il Nastro Bianco (2009), ma soprattutto l’Oscar al Miglior Film Straniero ed una seconda Palma D’oro per Amour (2012), premi che lo rendono tra l’altro uno dei registi più vincenti nella storia del Festival di Cannes. Riconoscimenti importanti ma che non potranno di certo determinare l’effettiva rilevanza di un autore e delle sue opere. Michael Haneke va oltre tutto ciò e, dopo più di 30 anni di carriera e 12 film, lo si può tranquillamente considerare come uno dei più grandi registi nella storia del cinema. Se i suoi primi lavori sono comunque di assoluto livello, è però con Funny Games del 1997 che tutto ha inizio.

 

Un gioco, dunque. Michael Haneke si diverte a mescolare le carte in tavola, a cambiare punto di vista e rendere lo spettatore personaggio passivo dell’opera, perché lo porta sì ad immergersi nel racconto, ma lasciandolo inerme come Georg, Anna e Georgie. Il regista austriaco ne ha per tutti e, riprendendo il surrealismo buñueliano, la crudezza pasoliniana e la critica alla borghesia di entrambi, dà vita ad un’opera disperata, dove lo spettatore non solo non può nulla per aiutare i protagonisti, ma diventa anch’esso vittima degli eventi, con il personaggio interpretato alla perfezione da Arno Frisch che rompe più volte la quarta parete, quasi a farsi beffa di chi guarda. In questo senso, è emblematica la scena del telecomando che, un po’ come in quella del rettangolo di Mia Wallace in Pulp Fiction, riporta comunque alla realtà uno spettatore fino a quel momento immerso nella storia. Haneke non ha però la minima intenzione di guidarlo ed anzi, lo porta sempre più allo sbando, concentrando le attenzioni su particolari che sembrerebbero decisivi ma che non lo saranno mai (il coltello) o interrompendo la musica classica con il metal. Realtà e finzione si mescolano e forse – come vita vera e cinema – non sono altro che due facce della stessa medaglia.

 

Il racconto della violenza diventa così marchio di fabbrica per un Haneke che, con questo film, riscrive le regole del thriller e della suspense hitchcockiana: con il progredire della trama infatti, non si svela ma si copre, nessuna delle battute di Paul o Peter apre ad uno spiraglio di speranza, lo spettatore sa come andrà a finire dal momento in cui mettono piede in casa loro, eppure non può crederci, spera fino all’ultimo in un esito diverso, rimanendo nudo, brutalmente disorientato ed abbattuto dinanzi una violenza che non trova ragioni valide e la cui rappresentazione è ancora oggi punto di riferimento del cinema mondiale, con il finale di Speak no Evil di Christian Tafdrup che è, in questo senso, emblematico, figlio di un’opera che ha fatto la storia, divenuta cult e che ha poi portato Haneke a ritornarci sopra 10 anni dopo, nel 2007, con un remake shot by shot made in USA. Funny Games è in questo senso opera seminale, parte di una filmografia stratosferica di un regista che rimarrà per sempre nella storia.

Voto:
5/5
Arianna Casaburi
5/5
Alessio Minorenti
5/5
Christian D'Avanzo
4/5
Data di rilascio:
Regia:
Cast:
Generi:

PRO