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Recensione – Disquiet, il nuovo film horror sovrannaturale su Netflix

Nuovo thriller/horror sovrannaturale con tinte religiose che vengono rese dall’impianto metaforico, Disquiet è il nuovo film uscito in streaming su Netflix a dicembre 2023.
Recensione - Disquiet, il nuovo film horror sovrannaturale su Netflix

SCHEDA DEL FILM

Titolo del film: Disquiet
Genere: Thriller, Horror, Drammatico
Anno: 2023
Durata: 83 minuti
Regia: Michael Winnick
Sceneggiatura: Michael Winnick 
Cast: Jonathan Rhys Myers, Rachelle Goulding, Elyse Levesque, Lochlyn Munro, Trezzo Mahoro
Fotografia: Adam Sliwinski, Mel Ward
Montaggio: Robert A. Ferretti, Ace
Colonna Sonora: Rich Walters
Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Disquiet è un nuovo film thriller/horror che ha fatto il suo esordio sulla piattaforma di streaming Netflix a partire dal 1 dicembre 2023, in tutti i paesi in cui è attualmente attivo il servizio. Scritto e diretto da Michael Winnick, il film presenta una struttura e un impianto sovrannaturale che tenta di riflettere anche sul tema biblico: ma quale sarà stato il risultato? Di seguito, la trama e la recensione del film. 

La trama di Disquiet, il film di Michael Winnick 

Prima di proseguire con la recensione del film Disquiet, si indica innanzitutto la trama del lungometraggio thriller/horror distribuito direttamente in streaming su Netflix: Sam, un uomo stacanovista che sembra essere sempre catturato dal lavoro, sta per avere un figlio e si trova in crisi matrimoniale, a causa di quelle attenzioni che non riesce a dedicare a sua moglie. A causa di un incidente stradale si ritrova in ospedale, dove osserva – fin da subito – qualcosa che non va: il luogo non è accogliente e pronto ad aiutarlo nella sua difficoltà, bensì sinistro e inquietante, con strane presenze che sembrano attaccare l’uomo, intento ad abbandonare l’edificio. Durante la sua ricerca di fuga, Sam farà la conoscenza di altre persone che sembrano trovarsi nello stesso stato, fino ad una rivelazione che cambierà la sua vita. 

La recensione di Disquiet: un film spaventoso, ma per i motivi sbagliati

Federico Fellini sosteneva che non esistono film belli o film brutti, ma soltanto film vivi e film morti. Disquiet, se proprio vuole essere definito film, appartiene sicuramente alla seconda categoria. Per certi versi, in effetti, il lungometraggio non sembra neanche esistere nella definizione cinematografica del termine, appartenendo ad uno stato embrionale che ricorda molto più il compito scolastico che non il confronto con il grande o piccolo schermo. Procedendo con ordine e tentando di fornire una recensione del film diretto da Michael Winnick, si può iniziare subito con i primi passi che vengono mossi dal lungometraggio, che spende qualche secondo per presentare il protagonista e introdurlo direttamente nell’ambito della narrazione horror; gli ultimi anni hanno insegnato che, in quanto genere, anche l’horror può evolvere allontanandosi dalle sue forme convenzionali, ma Disquiet sembra appartenere al passato (o forse ad un non-tempo) proponendo immediatamente jumpscare reiterati e posticci nello spazio di pochissimi minuti. Una definizione strutturale, questa, che non abbandonerà più lo spettatore per tutta la durata del film. 

A partire dall’estetica del prodotto, Disquiet è un film profondamente sbagliato, che potrebbe aver senso di esistere data la sua idea morale di fondo – che appartiene alla concezione biblica e che si serve del sovrannaturale per esprimersi -, ma che viene dato in pasto allo spettatore nella sua forma incompiuta e che, per questo motivo, non meriterebbe la minima attenzione. Gran parte delle scene di interni danno l’idea di non essere state neanche girate, data la ripetizione pedissequa di alcuni elementi (l’interno buio delle corsie, la tromba dell’ascensore) montati in maniera raffazzonata, pur trattandosi di un film che necessità di un solo e unico set, per cui sarebbe richiesta una soluzione, in termini di regia, quanto meno più elaborata rispetto a quella che viene proposta. Non c’è bisogno di aggiungere troppo rispetto ad altri elementi tecnici, quali la fotografia che appartiene ad una vecchia, vecchissima, scuola in virtù di quella separazione biblica tra il luminoso dell’alto e l’oscuro, a tinte rosse, di ciò che si trova in basso, volendo naturalmente richiamare un contrasto tra Paradiso e Inferno che neanche la letteratura classicista sembra più accettare ormai da secoli. Spazio alle interpretazioni, poi, che si risolvono in smorfie assolutamente spaventose per il loro essere totalmente sbagliate e fuori fase, con un Jonathan Rhys Meyers totalmente sprecato per questo ruolo. 

In definitiva, Disquiet vuole parlare di quanto sia difficile affrontare la vita nelle sue scelte più determinanti, richiamando il concetto di libero arbitrio che necessariamente si scontra con ostacoli, metaforicamente rappresentati qui da un ascensore: certo è che, per quanto un’idea possa essere brutta o poco significativa – e per chi scrive lo è – esiste un’infinità di maniere con cui quest’ultima può trovare una forma. Quella del film sembra essere una non-forma: l’idea, fin dai primissimi secondi, è affidarsi solo ed esclusivamente a soluzioni eccessive, dal punto di vista visivo, che possano far sobbalzare lo spettatore per poco più di 80 minuti. Non un’idea contenutistica, non una pretesa narrativa (i flashback sono anch’essi reiterati e non riescono a dare corpo ad alcun tipo di caratterizzazione), non un delineare anche minimamente i personaggi presentati: tutti motivi per cui neanche una giustificazione relativa al budget, essendo il film classificato come indipendente, può ritenersi valida; un non-film, in ultima analisi, che appartiene a qualcosa di vecchio e morto. 

Voto:
0.5/5
Gabriele Maccauro
0.5/5
Arianna Casaburi
0.5/5
Andrea Boggione
0.5/5
Data di rilascio:
Regia:
Cast:
Generi:

PRO