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Recensione – The Working Girls (1974), film indipendente di Stephanie Rothman

Recensione - The Working Girls (1974), film indipendente di Stephanie Rothman

Presentato a Venezia80 nella sezione Classici e in versione restaurata, The Working Girls è un film del 1974 di Stephanie Rothman, che vede impegnati – all’interno del suo cast – Sara Kennedy, Laurie Rose, Mark Thomas, Lynne Guthrie, Cassandra Peterson, Solomon Sturges, Mary Beth Hughes. A distanza di quasi un cinquantennio dalla sua uscita, il film in questione appare ancora attuale per i suoi messaggi e il modo in cui questi ultimi sono stati presentati. Di seguito, la trama e la recensione di The Working Girls. 

La trama di The Working Girls di Stephanie Rothman

Nell’introdurre il film di Stephanie Rothman presentato nella sezione Classici di Venezia80, nella sua versione restaurata, è importante considerare innanzitutto la trama dell’opera, piuttosto sconosciuta nell’ambito del cinema contemporaneo: “Il lungometraggio indipendente di Stephanie Rothman racconta di tre giovani donne single mentre si fanno strada nella Grande Città – la sgargiante Los Angeles degli anni Settanta, dove si respira uno spirito di liberazione personale e di nuove possibilità. Honey (Sarah Kennedy) è una novellina di campagna che approda in città senza soldi e senza lavoro, e viene ingaggiata da un milionario solitario come sua accompagnatrice. Denise (Laurie Rose) è un’artista che si guadagna da vivere dipingendo cartelloni pubblicitari e si lascia coinvolgere da un musicista di strada con un oscuro segreto. Jill (Lynne Guthrie) è una studentessa di legge che lavora come cameriera in un cocktail bar e si ritrova invischiata con un esponente della malavita.”

La recensione di The Working Girls: il film indipendente restaurato a #Venezia80

Dopo aver offerto la trama ufficiale di The Working Girls, il film indipendente del 1974 presentato nella sua versione restaurata a Venezia80, si può proseguire con la recensione dell’opera, accolta nel contesto della manifestazione, che ha permesso così di confrontarsi non soltanto con un prodotto che – nel suo contesto storico-sociale – era passato piuttosto in sordina, ma anche con un messaggio più che mai attuale, soprattutto nell’ambito del trattamento di un femminismo che viene qui reso in modo da permettere che il film aderisca alla corrente del sexploitation. The Working Girls è un film strutturalmente semplice, offerto sulla base di tre personaggi fondamentali, il cui racconto viene bilanciato per mezzo di una presentazione di tematiche differenti, che vengono però condivise dalle tre per mezzo dell’espediente della casa in cui le tre donne single vivono; considerando il periodo storico in questione – l’inizio degli anni ’70 e, contemporaneamente, l’avvento di una ben più radicata causa femminista – The Working Girls appare certamente importante, benché (nonostante l’attenzione da parte della critica, che ne ha immediatamente individuato un messaggio alternativo rispetto a quanto superficialmente potesse essere mostrato) passato in sordina nel corso degli anni. 

 

 

Il motivo è determinato da quell’ambiguità di fondo del prodotto che, pur appartenendo alla Second Wave Exploitation, condivide ben pochi legami con una corrente che – in primo luogo – mette in mostra gli eccessi, in questo caso sessuali/pornografici, per veicolare un messaggio femminista. Presente in solo uno dei tre personaggi femminili portati sullo schermo, il modus operandi si esaurisce ben presto rendendo il film carico di altro tipo di rappresentazione. Il risultato è costituito da 80 minuti totali che, pur non essendo memorabili nella loro cornice, appaiono sicuramente molto determinanti per la trasmissione di un duplice tipo di messaggio, contestualizzato al presente anche da parte della regista, Stephanie Rothman. Di sicuro, appare piuttosto evidente la scelta di conferire potere a tre donne che, nello sguardo della società e degli uomini che vi si affiancano, sono considerate poco più che semplici oggetti (sessuali e non solo): in ognuna delle tre c’è non soltanto un’ambizione, ma anche una capacità di tradurre in pratica indirizzi teorici e idee di natura economica, sociale e relazionale. La voglia di riscatto da parte delle tre protagoniste della pellicola è anche una volontà di affermazione e di libertà, che viene presentata sullo schermo in modo tutt’altro che melenso, per mezzo di situazioni satiriche che strizzano l’occhio allo slapstick e che si arricchiscono anche di ambiguità ben rese sullo schermo. Pur nel suo minutaggio serrato, il film riesce però a farsi promotore anche di un altro tipo di messaggio, di tipo capitalista: attraverso i topoi presentati, l’opera riesce a parlare di una struttura storica che si avvicina a quel mondo post-industriale che il cinema si è spesso assunto il rischio di rappresentare. 

 

Per quanto il film tenti costantemente di non fare della pura ideologia il suo elemento fondante, è chiaro che ad un certo punto di The Working Girls (complici anche i dialoghi sulla struttura dei mercati e sul valore delle azioni) si inizi a parlare anche di discorso di classe; il risultato è una sintesi di valori che non trovano necessariamente spazio in slogan politici ma che riescono ad appartenere alla quotidianità dello spettatore, soprattutto guardando al modo in cui l’ossessione lavorativa viene descritta o la comunità tra esseri umani possa passare anche attraverso una rinuncia a quei valori di comunitarismo utopico che il film sembra allontanare. Nella condivisione di valori umani e nella volontà di perseguire uno scopo esistenziale comune – la vita in maniera dignitosa e senza alcun tipo di altro eccesso – il film allora nasconde sotto la sua ala tutti quei gesti discutibili e potenzialmente pericolosi che sono svolti dalle tre protagoniste, le quali vanno costantemente alla ricerca di un modo per elevare e migliorare se stesse, salvo poi (quando entrano in possesso di 60mila dollari) dedicare quei tanto ambiti guadagni alla semplice soddisfazione di qualche attimo. A ragion veduta, a distanza di un cinquantennio, Stephanie Rothman ha commentato tale scelta spiegando che “imparare come essere un capitalista può portare a diventare un socialista utopico.”

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