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Recensione – Tatami: il film Orizzonti presentato a #Venezia80

Recensione - Tatami: il film Orizzonti presentato a #Venezia80

Il Festival di Venezia 80 ha l’onere e l’onore di accogliere il primo prodotto che presenta una co-regia da parte di un’autrice iraniana e di un regista israeliano: si tratta di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi; il film in questione è Tatami, presentato In Concorso nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 80 del 2023, in un importantissimo racconto di libertà e redenzione. Di seguito, la trama e la recensione di Tatami. 

La trama di Tatami, film Orizzonti a #Venezia80 

Prima di proseguire con la recensione di Tatami, si offre immediatamente la sinossi di Tatami; di seguito, la trama del film presentato In Concorso nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia del 2023: A metà dei campionati mondiali di Judo, la judoista iraniana Leila e la sua allenatrice Maryam ricevono un ultimatum da parte della Repubblica Islamica, che ordina a Leila di fingere un infortunio e perdere, per evitare di essere bollata come traditrice dello Stato. Con la propria libertà e quella della sua famiglia in gioco, Leila si trova di fronte a una scelta impossibile: obbedire al regime iraniano, come la sua allenatrice Maryam la implora di fare, o continuare a combattere per l’oro. Tatami è il primo lungometraggio codiretto da una regista iraniana e da uno israeliano.”

 

La recensione di Tatami, di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi

Dopo aver indicato la trama ufficiale di Tatami, si può proseguire con la recensione del film che presenta una co-regia iraniana-israeliana, in un lavoro sicuramente importantissimo che è stato presentato direttamente nel contesto del Festival di Venezia 80, nella sezione Orizzonti. Nello stesso anno in cui, in Italia, è stato distribuito al cinema e in streaming Leila e i suoi fratelli, un altro importante prodotto iraniano viene presentato in anteprima a Venezia, in un contesto in grado di conferirgli la giusta visibilità che, si spera, possa essere alla base di una distribuzione più ampia. Saeed Roustaee, il regista del succitato film, è stato arrestato con il divieto di ritornare in patria e realizzare film per 5 anni, dunque – in un momento storico come quello attuale – realtà come Tatami appaiono incredibilmente necessarie per il nostro cinema e la portata culturale dei suoi fruitori. Gli ostacoli produttivi non sono mancati neanche in questo caso: a partire da una vera storia, rappresentata sullo schermo, i due registi Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi hanno fronteggiato numerose difficoltà nell’effettuare le riprese, in Georgia e a pochi chilometri dall’Iran, utilizzando falso nome e non facendo trapelare alcuna informazione in merito. Il risultato è assolutamente sorprendente, pur trattandosi di un’opera prima che – nonostante ciò – è in grado di essere immediatamente ascritta al meglio del 2023, oltre che ad un coro sempre più ampio di voci in grado di presentare il perfetto esempio di quella ricerca della libertà che appartiene al popolo iraniano. 


Ben dialogando con il postmoderno, Tatami sa raccontare perfettamente la sua storia attraverso sforzi retorici particolarmente importanti e riusciti in maniera ottimale: a partire dal rimando all’estetica di Toro Scatenato e fino a giungere al più generale ricorso ad una fotografia in bianco e nero che ricorda lo stile dei film anni ’60 (utilizzo che è stato giustificato anche per ragioni ovviamente comunicative), Tatami si arricchisce di didascalie extradiegetiche che accompagnano ogni incontro della protagonista Leila, oltre che della musica rap – questa volta diegetica – che proviene direttamente dalle cuffie della judoka; in termini tecnici, in altre parole, il film è non soltanto meraviglioso per la sua idea di racconto, ma anche per la sua portata, in grado di presentarlo in quanto opera attuale, oltre che nei suoi temi, attraverso il linguaggio che ibrida le formule comunicative occidentali e mediorientali. Tuttavia, è nel senso del film che si avverte il vero e proprio capolavoro: a partire dal formato claustrofobico scelto, i due registi di Tatami riescono a raccontare una storia di complessa, ma necessaria, affermazione della propria libertà. Il film iraniano rappresenta un ennesimo grido in una contemporaneità che ha bisogno sempre più di firme di questo genere: Leila, che rinuncia a fingere un infortunio e a ritirarsi dalla competizione come le è stato chiesto dalla Federazione, non è soltanto l’atleta che mette in primo piano lo sport e l’affermazione individuale, bensì la voce di una cultura e di un popolo che richiedono la propria collocazione nel mondo. In tal senso, la scelta di affidare al judo la dinamica del film non è assolutamente casuale: oltre ad essere uno degli sport più antichi anche in termini di disciplina olimpica, si tratta di una vera e propria forma d’arte personale e collettiva, che sa unire paesi e comunicare – attraverso l’onore del tatami – il vero e proprio valore della fratellanza. 


Il gesto di Leila è il frutto di una disperata ricerca che porta a parlare di se stessi, di chi ci circonda, del nostro popolo e dell’umanità stessa. Il risultato di un paese, l’Iran, che richiede nient’altro che la libertà che costituisce il diritto fondamentale dell’esistenza, la cui espressione è negata in ogni forma e contenuto, da parte di un paese che ostacola – atto dopo atto – qualsiasi possibile scelta. Il risultato è assolutamente meraviglioso, nonché – e chi scrive lo afferma con una certa sicurezza – il miglior film del Festival di Venezia 2023. 

Voto:
5/5
Christian D'Avanzo
5/5
Gabriele Maccauro
5/5
Alessio Minorenti
4.5/5
Data di rilascio:
Regia:
Cast:
Generi:

PRO