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Recensione – Dogman: Il Film Di Luc Besson A #Venezia80

Recensione Dogman di Luc Besson

Luc Besson, con l’ottantesima edizione del Festival di Venezia, torna in concorso grazie al thriller “Dogman” (da non confondere con quello di Matteo Garrone presentato a Cannes anni fa). Scopriamo se il regista, tornato in un contesto più sporco ed urbano, sia riuscito a lasciare un’impronta ambiziosa nella recensione in anteprima.

La trama di Dogman, diretto da Luc Besson

La trama di “Dogman” è un percorso di impotenza e di dolore:

“Douglas è sempre stato un emarginato, fin quando da piccolo, vittima delle violenze del patrigno, aveva come suoi unici amici e confidenti una muta di fedelissimi cani. Ora adulto ma ugualmente tormentato, Douglas possiede ancora questo strano legame inter-specie e lo userà per vendicarsi dei torti subiti, scatenando le ire di criminali, ma non soltanto.”

Dogman di Luc Besson: la recensione

La recensione di Dogman di Luc Besson in concorso al Festival di Venezia 80

Dal punto di vista tecnico, Luc Besson riesce nello scopo di fare avvertire visivamente il dolore interiore del protagonista, attraverso un gioco di suoni ed immagini in cui lo spettatore avverte ogni difficoltà fisica nel riuscire ad esprimere un’azione. Ogni caduta ed ogni colpo sono enfatizzati, accompagnati da un sonoro efficace ed impattante. L’unica eccezione visiva sono i rallenty, i quali rendono l’arrivo del patrigno violento eccessivamente pomposo e di conseguenza artificioso. Splendidi i colori accesi da parte della fotografia di Colin Wandersman, specialmente quando viene utilzzato il blu all’interno del canile, simbolo della luce che Douglas avverte quando è in compagnia dei suoi cani e che copre completamente la sporcizia presente nell’ambiente povero in cui vive.

La colonna sonora di Éric Serra è efficace nel delineamento dell’atmosfera cadente del personaggio, anche se l’uso della viola appare quasi uno scimmiottamento del lavoro svolto da Hildur Guðnadóttir inJoker” (scelta che poi sarà sempre più chiara visti gli intenti del film). Caleb Landry Jones offre un’interpretazione magnifica: nei suoi toni e nei suoi sguardi c’è un equilibrio perfetto tra sofferenza, eleganza ed autoironia. Da lodare soprattutto i momenti in cui il personaggio entra nel vivo dell’azione, con l’attore che non teme di mostrare la paura delle possibilità di morte nonostante la preparazione e la sicurezza del personaggio apparentemente mai scalfite.

La citazione musicale a “Joker” non è un caso, perché Luc Besson è infatti deciso a realizzare la sua versione del concetto mostrato nel film di Todd Phillips in tutto e per tutto. L’autore cita continuamente l’opera DC anche in altri lati, con i primi piani del protagonista truccato di bianco, il suo continuo consumo di sigarette e persino nelle sedute della psichiatra: non soltanto le inquadrature e la fotografia ricreano le stesse atmosfere visive, ma l’aspetto estetico del personaggio interpretato da una brava Jojo T. Gibbs ricorda benissimo la stessa psichiatra interpretata da Sharon Washington.

Lo squilibrio cartoonesco di Luc Besson

L’obiettivo del regista è quello di raccontare una persona sofferente che viene evitata da chiunque, che deve il suo disturbo fisico a causa di maltrattamenti durante la sua infanzia e che viene messa da parte nella scala sociale anche dal punto di vista finanziario, costringendolo a diventare anarchico e forse anche pericoloso. L’unica gioia di Douglas sono i cani, i quali non hanno alcuna complicazione interna appartenente agli esseri umani e sembrano essere le sole creature a provare un amore sincero verso il protagonista.

Recensione Dogman di Luc Besson

Luc Besson vuole creare un divario tra i cani e gli esseri umani, facendo apparire questi ultimi delle persone insensibili persino in sottotesti involontari. Il problema di questa scelta è l’eccesso: tutti i personaggi umani che non siano Douglas non solo sono insensibili, ma appaiono semplicemente troppo stupidi. Già soltanto la violenza del patrigno e del fratello, la quale genera le basi per le origini del protagonista, è talmente gratuita attraverso un pretesto così povero da apparire stucchevole ai limiti del ridicolo. Il problema è che la ridicolaggine si estende a tutti gli altri personaggi che esprimono azioni che si contraddicono nel giro di pochi secondi (sia nei dialoghi che negli atti) e che appaiono assolutamente poco credibili, quasi come se fossero dei manichini senza sfumature che improvvisamente sembrano vivere fuori dal mondo in cui si ritrovano.

Il film si prende molto sul serio, ma i cani che aiutano il padrone sembrano comprendere fino in fondo le azioni di Douglas, compiendo ogni suo ordine come atto di sincerità nell’aiutarlo. Il fatto che i cani facciano delle cose apparentemente impossibili grazie all’addestramento di Douglas è una cosa su cui ci si può passare sopra, anche perché è un espediente che vuole approfondire il divario espresso dal film. Non si sta di certo parlando di un documentario canino ed è giusto scendere a patti in nome di momenti che vogliono essere toccanti, ma anche l’espressività dei cani finisce per essere troppo accentuata: quando gli esseri a quattro zampe arrivano persino a capire quali ingredienti di una ricetta si deve prendere sugli scaffali soltanto con le parole, l’effetto che si ottiene diventa cartoonesco. Lo squilibrio tra il dramma del protagonista e la messinscena quasi impossibile degli eventi riesce anche a fare apparire poco sincera la dolcezza dei cani a causa della troppa finzione, una cosa non semplice da ottenere.

Douglas è l’unico personaggio su carta ad essere interessante, ma l’eccessiva pomposità kitch di Besson non risparmia nemmeno lui: ad un certo punto il regista decide di mostare quanto l’arte riesca a curare internamente il personaggio perché il travestimento da drag queen gli permette di esprimersi attraverso figure che lui non riesce ad essere nella vita reale. Il problema è che quando il personaggio decide di esprimersi ai massimi livelli, le scelte registiche di Besson decidono di nascondere il lato più atteso del personaggio per creare il massimo risultato estetico intorno ad esso. Tuttavia questa ricerca estetica di Besson impedisce allo spettatore di vedere l’unica volta in cui Douglas si mette completamente a nudo, sacrificando quindi l’anima della storia e creando un vuoto anche nelle sue inquadrature.

Potrebbero apparire interessanti i momenti in cui il personaggio si apre alla psicoanalista, mostrando quanto la comunicazione con gli esseri umani, da lui sempre negata dopo tante delusioni, possa aiutarlo a sentirsi meglio. Il problema è che i dialoghi sono un minestrone di temi quasi scollati tra di essi e che soprattutto riprendono delle frasi fatte eccessivamente didascaliche e che non si fermano oltre la superficie. Inoltre è completamente sbagliata la struttura con cui viene presentato il protagonista: il film fa credere allo spettatore che Douglas sia quasi un gangster importante e rispettato nel quartiere, ma questa sua presentazione non trova nessuno sviluppo vero ed appare completamente in contrasto con tutto il resto del film, dando all’azione finale un contesto di base che sembra essere stato tirato fuori da un altro lungometraggio totalmente estraneo.

“Dogman” di Luc Besson cerca in tutti i modi di arrivare al cuore dello spettatore con un tentativo di raccontare la solitudine per attaccare l’indifferenza impressa nella società. Tuttavia l’esagerazione del regista, nonostante una regia ben impostata e l’ottima interpretazione Caleb Landry Jones, riesce a creare l’effetto opposto a causa di sviluppi insensati, evoluzioni mai approfondite davvero e soprattutto una voglia di apparire eccessivo fino all’ultimo tanto da creare un’opera stucchevole ed involontariamente comica.

Voto:
1.5/5
Christian D'Avanzo
2/5
Gabriele Maccauro
2/5
Alessio Minorenti
1.5/5
Bruno Santini
1.5/5
Vittorio Pigini
4/5
Paola Perri
2.5/5
Data di rilascio:
Regia:
Cast:
Generi:

PRO