Dopo aver trionfato come migliore opera prima alla Festa del Cinema di Roma, Tienimi presente giunge nelle sale cinematografiche italiane – con la distribuzione di Fandango – a partire dal 26 febbraio 2026. La regia è di Alberto Palmiero, un giovane regista aversano che racconta se stesso, la difficoltà che vive nel trovare una destinazione nella sua vita, la sua città in un film dalla durata di 80 minuti; film che risente tanto dell’imperfezione e dell’essere acerbo tipico delle prime regie, ma a cui – purtroppo – va aggiunta anche la percezione di una totale mancanza di genuinità nella messa in scena e nella dinamica del racconto. Vediamo di seguito, attraverso la recensione di Tienimi presente, che cosa intendiamo.
L’ombra di Massimo Troisi e Nanni Moretti
Tre sono le cose che Gaetano porterebbe con sé nel celebre film in cui Massimo Troisi dirige e recita al fianco di Lello Arena: non sarebbe giusto ripartire da zero, dal momento che di conquiste ce ne sono state poche nella vita e, allora, tanto vale ricominciare esattamente con quel po’ che si possiede già. Alberto Palmiero, che alla figura di Massimo Troisi è stato accostato tanto soprattutto nella campagna promozionale del film, sembra compiere un passo aggiuntivo, rinunciando a qualsiasi conquista e affidando al solo senso della perdizione il quid della sua opera. Tienimi presente è un esordio e, così come per tanti altri esordi (soprattutto nel panorama cinematografico italiano, che dialoga tanto con il modo in cui si racconta la realtà giovanile e che volge spesso lo sguardo al passato per capirne l’evoluzione nella rappresentazione), risulta madido di quei difetti che spesso vengono perdonati a un’opera prima, specie quando questa mostra in nuce tutti i caratteri di un’ideologia, di un certo modo di pensare il mondo o se stessi.
Utilizzando l’autobiografia come motore della macchina creativa, Alberto Palmiero mette in scena evidentemente una figura che non può non dialogare non solo con i personaggi di Massimo Troisi, di cui sembra riprendere (consapevolmente? volontariamente?) la mimica e la flemma nel parlato, ma anche con il Michele Apicella di Nanni Moretti, che ha sconvolto il cinema e il modo di riprendere la realtà tipica del neorealismo applicando un filtro di rottura attraverso la sua Vespa. Una rottura, del resto, che deriva sì dal vagabondare verso un ignoto che anche il neorealismo imponeva, ma che affida al senso della perdizione anche il motivo dell’arte stessa: forte di una consapevolezza ideologica fortissima, Nanni Moretti da sempre dispone camere fisse per mostrare tutto lo sfascio di una generazione abbandonata, perduta, tradita dall’istituzione, ed ecco che qualsiasi turba – il fare cinema, il capire se andare alle feste, la depressione, la caducità degli amori giovanili – si riflette in un modo opprimente di rappresentare quel mondo totalmente assente, eppure reo di quell’essenza di cui non si può fare a meno che effettuare una sottolineatura.
E diciamo tutto ciò, nell’ambito della recensione di Tienimi presente, non perché vorremmo affidare allo sterile paragone – se si è fatto così, allora si dovrebbe fare allo stesso modo – il nucleo dell’analisi di Tienimi presente, quanto più per parlare di esordi, di giovani artisti italiani, di adolescenti perduti che sfruttano quella perdizione per rappresentare un qualcosa di, per definizione, irrappresentabile. L’ombra di Massimo Troisi e Nanni Moretti sembra pesare un macigno su Alberto Palmiero, che in un certo circuito critico ricorda necessariamente qualcos’altro ma che potrebbe (e dovrebbe) essere analizzato per quel che è, specie nel prendere atto del risultato di Tienimi presente.
Tutto il declino (bucolico) della genuinità
Sono tante, a dire il vero quasi tutte, le camere fisse che abbondano nel contesto generale di Tienimi presente: disposte sfruttando tutte le possibili soluzioni ambientali, inquadrano tante parentesi della vita di Alberto Palmiero, un giovane regista che si trova in procinto di abbandonare la sua arte che costruisce un personaggio in cui riflettere totalmente se stesso, allargando allo spazio immediatamente prossimo (la famiglia, gli amici, le relazioni, la città) un quadro confortevole di verità. Tante camere fisse, si diceva, che inquadrano una porzione di territorio, che riflettono un certo cinema della verità, almeno nelle intenzioni: poiché ciò che compare davanti alla macchina da presa è frutto, inevitabilmente, di un atto di rottura con la verità, poiché piegato a una logica creativa che intende veicolare un messaggio e che – per questo motivo – mente pur nell’idea di essere effettivamente vero.
È un passaggio cruciale, nello snodo fondamentale che ci permette di comprendere Tienimi presente: la percezione generale è che l’opera prima di Alberto Palmiero possa parlare a una platea adolescenziale che sfrutti il fenomeno della relatablità, del sentirsi emotivamente coinvolto e di comprendere (immergendosi totalmente in certe scene) porzioni di vita probabilmente vissute o sentite raccontare. Il riso liofilizzato, la passeggiata sugli scogli di Mergellina, l’esultare per il gol-scudetto del Napoli, Amadeus in televisione, il bere una birra con i propri amici: tante micro-realtà effettive, inserite nel film per il semplice motivo di essere genericamente reali, dunque adatte a un qualsivoglia tipo di pubblico possa immedesimarsi in esse. Si direbbe: se un cinema è cosmopolita e sa parlare alla maggior parte dei suoi spettatori, dunque è un cinema che riesce nel suo intento; eppure bisognerebbe immediatamente ricordare che quella realtà incorniciata dalla mdp non è effettiva, ma è fintamente ricostruita per essere incorniciata nell’equivalente – più wide e meglio fotografato – della storia social di cui, è pur bene ricordarlo, la caratteristica intrinseca è la brevissima e cadùca durata. Tienimi presenti risulta così un film che intende parlare per mezzo di poche (semplicistiche) cose, affinché possa rendersi quanto più possibile nazional-popolare, con il risultato che lo porta a diventare (consapevolmente?) fastidiosamente falso.
Si potrebbe discutere tanto, allora, di come i personaggi sono posti sullo schermo e di come interagiscono tra loro, e diremmo che addirittura il problema non si pone nell’effettiva realtà e nelle differenze attore-personaggio, quanto più nel modo in cui il comparto fiction (cioè quello scritto, dialogato e che pone in essere un’interazione tra mondi possibili o addirittura reali) si avviluppa su se stesso, attraverso una banalità di fondo nella quale si fa fatica a riconoscere una genuinità. Il risultato è l’abbondanza di una serie di quadretti bucolici scollegati tra loro, impossibili da concepire se non come la derivante di un progetto simil-accademico e ancor più simil-documentaristico, in cui il collante è inesistente, l’idea di fondo fiacca, le dinamiche interrelazionali insostenibili e la resa sullo schermo impossibile da lodare. Ancora: il problema non sembra neanche il sapere o non sapere recitare, quanto più il provare imbarazzo rispetto alla ripresa. C’è, infine, un ultimo grande scoglio nella panoramica generale del racconto: ogni autobiografia è per definizione un’opera personale, ma che cede anche alla dinamica di un’universalità tematica, narrativa o legata alla compartecipazione emotiva; tutti temi che mancano irrimediabilmente in un film che non soltanto non sembra mai davvero mostrare i problemi di cui parla (la perdizione, le difficoltà, la depressione), ma che non applica alcun conflitto a un mondo che invece ne avrebbe bisogno in tanti di quei confronti che non si traducono mai in scontro. Si potrebbe perdonare, non diciamo che sia sbagliato, allora un esordio simile, pur con la consapevolezza di tutti i suoi difetti: la percezione derivante da questo film è, però, una mediocrità tale da non cogliere neanche la genuinità dell’errore, ma soltanto l’insopportabile fastidio delle sue intenzioni.







