Il franchise di Scream è stato per decenni uno specchio delle paure e delle contraddizioni del cinema horror: nato nel 1996 da un’intuizione di Kevin Williamson e dalla regia di Wes Craven, ha saputo mischiare violenza, ironia e autocoscienza in un cocktail che ha rilanciato e reinventato l’intero genere. Ma l’evoluzione di questa saga pluridecennale non è avvenuta senza inciampi, e il caso che ha preceduto Scream 7 ne è l’esempio più emblematico. Melissa Barrera, interprete di Samantha Carpenter nei due film precedenti, è stata infatti estromessa dal cast dopo aver condiviso sui social commenti sul conflitto Israele-Palestina ritenuti dalla produzione troppo controversi e potenzialmente divisivi, in particolare con accuse di antisemitismo attribuite ai suoi post. La decisione di Spyglass Media Group di licenziarla non solo ha cancellato la sua presenza dal settimo film, ma ha innescato reazioni polarizzate tra fan e addetti ai lavori (come, ad esempio, il rifiuto di Jenna Ortega di apparire nel nuovo film), generando un clima di discussione più ampio su libertà di espressione, responsabilità pubblica e il ruolo degli studi nel gestire le opinioni politiche degli artisti.
La trama di Scream 7, con protagonista Neve Campbell
Dopo anni di fuga e tentativi di ricostruzione, Sidney Prescott-Evans (Neve Campbell) ha finalmente trovato un fragile equilibrio. Lontana dai luoghi dei massacri che hanno segnato la sua giovinezza, vive una vita apparentemente normale, cercando di proteggere sua figlia Tatum (Isabel May) dall’eredità di sangue e terrore che porta con sé. Ma il passato, come sempre, non è disposto a lasciarla andare. Quando una nuova serie di omicidi scuote la quiete della cittadina in cui si è rifugiata, il ritorno di Ghostface diventa subito evidente. Questa volta, però, il gioco si fa ancora più crudele: il bersaglio non è più soltanto Sidney, ma ciò che ha di più caro. Tra messaggi minacciosi e un crescendo di tensione, la protagonista è costretta a riabbracciare il proprio ruolo di sopravvissuta, affrontando una spirale di violenza che sembra costruita appositamente per distruggerla emotivamente prima ancora che fisicamente. Mentre il numero delle vittime aumenta e i sospetti si moltiplicano, emerge un disegno più ampio.

Ghostface e la stanchezza del mito
Come si rinnova un franchise vecchio di trent’anni, dopo ben sei film all’attivo? La risposta è semplice: non si rinnova. Anzi, ci si rifugia in una safe house fatta di cliché narrativi e scene già viste. D’altronde, come si suol dire, squadra che vince non si cambia. Il che potrebbe essere un bene se ci fosse un’idea forte alla base. Tuttavia Scream 7, a trent’anni esatti dall’uscita del capostipite di Wes Craven, si presenta come uno slasher sorprendentemente ordinario, quasi un prodotto da videocassetta d’altri tempi, privo di quella scintilla metacinematografica che aveva reso iconico il film originale. La scrittura di Kevin Williamson, pur firmata dallo stesso autore che nel 1996 rivoluzionò il genere, appare stanca, derivativa, incapace di trovare nuove angolazioni davvero significative. Ancora più problematica è la regia dello stesso Williamson (qui al suo secondo film da regista) improntata a un linguaggio televisivo che sembra guardare più ai ritmi sincopati dei reel di Instagram e TikTok che alle esigenze di un racconto cinematografico compiuto. Il risultato è una messa in scena frammentata e nervosa, che privilegia l’effetto immediato a scapito della fluidità narrativa, elemento fondamentale per costruire tensione, atmosfera e coinvolgimento emotivo. Manca un vero senso della progressione, e la storia procede per accumulo di scene più che per sviluppo organico, rendendo il film formalmente corretto ma sostanzialmente anonimo.
Paradossalmente è Ghostface a risultare l’elemento più riuscito dell’intera operazione. Qui Williamson dimostra di aver fatto i compiti a casa, recuperando con rispetto l’eredità di Wes Craven e restituendo un assassino mascherato credibile, minaccioso e coerente con la mitologia della saga. Il film segue il canovaccio narrativo classico di Scream, rispettandone tempi e meccanismi, ma sceglie di accantonare quasi del tutto la componente metanarrativa legata a Stab, da sempre uno degli elementi identitari del franchise. Al suo posto prende forma una struttura più lineare, vicina al revenge movie, che sposta l’asse del racconto dalla riflessione sul genere alla motivazione emotiva e personale della vendetta. Una scelta che, se da un lato semplifica l’impianto narrativo e lo rende più accessibile, dall’altro priva il film di quella stratificazione ironica e autocritica che aveva reso Scream qualcosa di più di un semplice slasher. Ne deriva un Ghostface efficace sul piano iconico e funzionale, ma inserito in un contesto meno stimolante, penalizzato inoltre da una messa in scena spesso prevedibile, con un abuso di jumpscare poco ispirati e una gestione dell’atmosfera raramente davvero incisiva.
Gli spettri del passato che (forse) ritornano
Sul fronte del cast, Neve Campbell si conferma l’asse portante dell’operazione, ma solo sul piano della presenza scenica. La sua Sidney regge il film quasi interamente sulle spalle, senza però riuscire a infondergli una reale profondità emotiva. Il personaggio, pur segnato da decenni di traumi e violenze, appare spesso statico, incapace di trasmettere alla figlia Tatum la drammaticità necessaria a rendere credibile il passaggio generazionale del dolore. A pesare in modo decisivo è anche la debolezza delle motivazioni che sorreggono la nuova macchinazione ai danni di Sidney: un movente puerile, privo di reale forza narrativa, che avrebbe dovuto far riaffiorare il trauma di trent’anni prima ma finisce invece per banalizzarlo. Una fragilità strutturale che si riflette direttamente sul rapporto madre-figlia, compromettendone la credibilità emotiva e rendendo sterile quello che avrebbe potuto rappresentare il vero cuore tematico del film. Il legame tra Sidney e Tatum, che avrebbe dovuto incarnare la trasmissione del trauma e la paura ereditaria, resta così appena abbozzato, privo di autentico senso di pericolo e tensione drammatica.
Anche la Gale Weathers di Courteney Cox è ridotta a una funzione puramente strumentale: un personaggio che serve solo a spingere la trama verso snodi prestabiliti, senza mai risultare davvero determinante o narrativamente incisiva. Ancora più evidente è il trattamento riservato ai redivivi di Scream VI, Mindy (Jasmin Savoy Brown) e Chad (Mason Gooding), presenti quasi esclusivamente come richiamo nostalgico (e non necessario) ai due capitoli precedenti, ma privi di un reale motore narrativo che ne giustifichi la centralità. A pagare il prezzo più alto è però la nuova generazione di teenager: fatta eccezione per Tatum, gli altri personaggi sono poco più che tappezzeria, corpi in attesa di essere sacrificati sull’altare dello slasher, senza identità, spessore o funzione drammaturgica. Tra tutte una sprecatissima Mckenna Grace, presente tra l’altro nella colonna sonora come seconda voce della canzone Twisting The Knife degli Ice Nine Kills.

Una saga che non ha più niente da dire
Scream 7 è un film mediocre, incapace di andare oltre una confezione professionale ma priva di vera anima. La scrittura piatta, la regia televisiva e una gestione emotiva poco incisiva dei personaggi impediscono al settimo capitolo di lasciare un segno significativo, nonostante qualche guizzo riuscito nella rappresentazione di Ghostface. Un’opera che si accontenta di sopravvivere sul capitale simbolico della saga, senza aggiungere nulla di davvero memorabile. Il film scritto e diretto da Kevin Williamson galleggia in un limbo di noia senza fine, prigioniero della propria eredità e incapace di rinnovarla davvero. La sensazione più amara è che la saga, arrivata a questo punto, non abbia più nulla di autentico da dire: le dinamiche metanarrative, un tempo sovversive e brillanti, sono ormai ridotte a formule stanche, replicate meccanicamente. Se mai dovesse vedere la luce un ottavo capitolo, sarebbe indispensabile un cambio di rotta radicale, fondato su idee più accattivanti, meno stereotipate e davvero capaci di intercettare tanto il pubblico contemporaneo quanto gli appassionati di vecchia data. Perché continuare a reiterare gli stessi schemi non significa omaggiare un mito, ma condannarlo lentamente all’irrilevanza.






