Di A Knight of the Seven Kingdoms si sta parlando tantissimo, e giustamente, nelle ultime settimane, soprattutto in virtù di quella crescita esponenziale della serie TV in termine di votazioni, rating e amore per i personaggi e per la narrazione fornita sul piccolo schermo. Con il quinto (e penultimo) episodio della prima stagione della serie, Nel nome della madre, giungiamo a un apice non impossibile da prevedere, dato l’andazzo delle puntate precedenti; la puntata 1×05 di A Knight of the Seven Kingdoms, Nel nome della madre, giunge a un picco incredibile in termini di capacità di racconto e di messa in scena, ricollegandosi (e non per mezzo di un semplice fan-service) ai fasti della serie madre. Vediamo, di seguito, quale sia la trama e la recensione di A Knight of the Seven Kingdoms 1×05, Nel nome della madre.
La trama di A Knight of the Seven Kingdoms 1×05: Nel nome della madre
Prima di procedere con la recensione dell’episodio 1×05 di A Knight of the Seven Kingdoms, Nel nome della madre, vale la pena sottolineare innanzitutto quale sia la trama dell’episodio, così da tirare anche le redini della vasta quantità di temi e di elementi affrontati nell’ambito della puntata. Ci ritroviamo nel contesto dello scontro dei Sette, che vede Dunk affiancato – tra gli altri – da Baelor Targaryen; lo lotta, come si potrebbe immaginare trattandosi di un neofita nel mondo del combattimento, si indirizza immediatamente in maniera negativa per il cavaliere errante, che viene travolto da Aerion nella prima carica dove, tra l’altro, muoiono due cavalieri che si erano schierati dalla parte di Dunk. La puntata ci conduce poi verso il passato di Dunk, relativo alla sua difficile infanzia a Fondo delle Pulci e con la conseguente fuga, avvenuta grazie al ruolo di Sir Arlan di Pennytree, che l’ha salvato: quando, nonostante i colpi subiti, riesce a vincere la battaglia con Aerion che si arrende, Dunk si confronta con la tragica consapevolezza della morte di Baelor.
La recensione del quinto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms
Votazioni incredibili e recensioni estremamente lusinghiere hanno portato (anche se immaginiamo soltanto temporaneamente) Nel nome della madre a ottenere un rating di 10, diventando così l’episodio meglio votato di tutta la storia delle serie televisive; indipendentemente dalla percentuale specifica, che lascia spazio a giochi che non interessano chi scrive, non ci si può che accodare a un trattamento così tanto riguardevole nei confronti dell’episodio, che compie il passo televisivo per elevare A Knight of the Seven Kingdoms a un rango estremamente elevato. Lo si dice senza troppa ipocrisia: la sensazione che si aveva, prima che la serie iniziasse, è che il prodotto potesse inaugurare una scia di prequel, sequel o spin-off che non fossero minimamente in grado di eguagliare i fasti della serie madre e che funzionassero soltanto da ridondante riempitivo per un pubblico di appassionati. Eppure, fin dal primo episodio la serie ha dimostrato di avere un’identità potentissima e, a proposito di confronti, questa quinta puntata non può che portarci al celebre ricordo di La battaglia dei Bastardi, in cui sullo schermo prese vita lo scontro tra Jon Snow e Ramsay Bolton in un vero e proprio capolavoro visivo.
Il medesimo che viene ripreso anche in questo caso: Owen Harris, il principale regista della prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, mette in scena una battaglia perfetta, resa estremamente valida sulla base di elementi tanto visivi (la nebbia che avvolge il teatro di battaglia, il fango e lo sporco in cui annegano i personaggi, il dettaglio delle armature che campeggia nella polvere dello scontro) quanto sonori (il rumore sordo del punto di vista di Dunk), scegliendo per gran parte dello scontro la soggettiva, dapprima dell’elmo, poi dell’intero corpo del cavaliere errante per rappresentare la sanguinosa battaglia dei Sette. È una puntata che non si risparmia praticamente in nulla e che giunge a quei livelli di crudeltà visiva che anche Il Trono di Spade aveva saputo portare sullo schermo: il sangue non è mai un dettaglio, mai un elemento da disporre con eleganza sullo schermo, ma il residuo feroce di una battaglia che innanzitutto si configura come scontro corporale, fisico, diremmo quasi emetico; il terrore dello scontro, un qualcosa che raramente sul grande e piccolo schermo viene rappresentato in nome di un certo desiderio di rappresentanza cavalleresca e romanzesca della guerra, è qui sostituito dal vomito, che anticipa la prima carica e che porta la serie a stabilire (ancora una volta) un contatto estremamente corporale tra i personaggi e lo spettatore, dopo aver osservato già sterco, urina, flatulenza ed eruttazione negli episodi precedenti. I corpi sono allora appannaggio dello scontro, così come la storia medievale (e i suoi grandi sostenitori) richiede: nessuna battaglia è così vigorosa, danzante, coreografica, in un mondo in cui la lotta di classe per ottenere l’armatura più “coprente” vince sull’effettiva qualità nel combattimento, ed ecco che allora Dunk viene colpito proprio nei punti in cui è maggiormente esposto (il fianco, l’ascella, il costato, l’occhio), rispetto al suo avversario totalmente bardato. La storia del combattimento medievale dimostra che la causa di morte principale negli scontri campali è il dissanguamento o l’infezione, ed ecco che manca totalmente il colpo perfetto di spada; e ancora, l’arma più potente di tutte è il martello, esattamente quello che uccide Baelor di cui si osserva (in una sequenza di squisito gusto del macabro) la testa spappolata dal fratello Maekar.
Nel nome della madre è, però, anche un episodio in cui la cura stilistica del passato riesce totalmente nel suo intento: alzando leggermente il minutaggio rispetto agli altri episodi, in una transizione ideale tra presente, passato e ancora presente possiamo scoprire le origini miserabili di Dunk, caratterizzate da quel medesimo clima di terrore, sporcizia e abbandono che giustificherà tutti gli eventi fondamentali nella lore precedente al Trono di Spade, soprattutto con la citazione di alcuni personaggi (come il Drago Nero) che rimandano direttamente alla prima ribellione dei Blackfyre. Probabilmente, l’unico neo di una puntata perfetta si ritrova nella ridondanza del “get up” pronunciato da Sir Arlan, che ascoltiamo per due volte con la medesima dinamica successiva (Dunk che torna a combattere), ma si sta parlando di un elemento puramente marginale, rispetto a una puntata perfetta e destinata a fare la storia della televisione.







