Recensione – The Beauty 1×06: Paziente Zero

Il sesto episodio di The Beauty è il più lungo in assoluto fin qui, poiché dura poco più di 52 minuti: ma Paziente Zero segna un punto di svolta per la serie?
La recensione del sesto episodio di The Beauty dal titolo Paziente Zero

Dopo cinque episodi, The Beauty ha ormai definito con chiarezza la propria identità, oscillando tra tensione orrorifica e derive volutamente kitsch, tra ambizione tematica e gusto per l’eccesso. La serie ha scelto di non procedere per semplici colpi di scena, ma di stratificare progressivamente le sue ossessioni, insistendo sulla trasformazione del corpo come esperienza al tempo stesso seducente e degradante. In questo percorso non sempre lineare, il racconto ha alternato momenti di forte impatto visivo a passaggi più didascalici, costruendo un equilibrio fragile ma riconoscibile.

Con il sesto episodio, intitolato Paziente Zero, la narrazione sembra chiamata a fare un passo ulteriore, perché ciò che finora è stato suggerito o spiegato comincia a richiedere conseguenze più concrete. È un capitolo che arriva in una fase delicata della stagione, quando la serie deve dimostrare di saper trasformare le proprie intuizioni in vero e proprio sviluppo: ma riesce davvero a farlo? Di seguito, la recensione del sesto episodio di The Beauty.

La recensione del sesto episodio di The Beauty

Se il quinto episodio aveva mostrato qualche incertezza nella gestione del ritmo e del montaggio, con Paziente Zero si assiste al primo vero scivolone di The Beauty. Il sesto capitolo rappresenta una battuta d’arresto evidente sul piano narrativo e, di conseguenza, anche su quello strutturale, perché si configura come il secondo filler consecutivo dedicato alle origini della sostanza chiamata Bellezza. L’intento è chiudere il cerchio e collegarsi a una scena già vista, oltre a chiarire in modo definitivo la genesi del “miracoloso farmaco”, ma la spiegazione risulta eccessiva, quasi soffocante. Il lungo spazio riservato a questa parentesi appare incomprensibile, soprattutto dopo un incipit suggestivo e ancora una volta squisitamente kitsch, con Ashton Kutcher/Byron Forst che celebra il nuovo corpo muovendosi sulle note di Dracula dei Tame Impala, dando vita così a una specie di videoclip. Un’apertura che faceva ben sperare, anche in virtù dei circa 52 minuti di durata, e che invece lascia presto il posto a uno sviluppo didascalico, prevedibile e sorprendentemente piatto.

La trama si concentra su due nuovi personaggi, tra cui Clara, potenzialmente interessante, e Mike, che finisce invece per ricalcare a livello di scrittura una versione meno incisiva del Jeremy visto all’inizio della serie. Gli espedienti narrativi risultano deboli, dei veri e propri cliché, a partire dall’idea che la diffusione del virus abbia origine, almeno in apparenza, da uno scimpanzé, per poi spostare l’attenzione su un furto interno al laboratorio. Il contesto, mostrato come rigidamente controllato e quasi dittatoriale, con sistemi tecnologici pronti a rimproverare gli scienziati anche per un minimo rallentamento della produttività, rende ancora meno credibile la facilità con cui Mike riesce a sottrarre la sostanza e a farla franca per lungo tempo. Pur non segnando un crollo definitivo, perché la serie ha ancora margine per recuperare tornando al presente narrativo e ai due agenti dell’FBI, questo sesto episodio rappresenta un passo falso significativo. Dopo un precedente riempitivo, era lecito attendersi una svolta, mentre la scelta di prendere ancora tempo produce un effetto ridondante e banale. L’episodio più lungo finora è così anche il meno riuscito, sia sul piano della scrittura sia su quello della messa in scena, e lascia la sensazione di un’occasione mancata proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario rilanciare davvero la storia.

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