Dopo ben 14 anni dal remake di The Ring, il regista Gore Verbinski torna al genere horror con La cura dal benessere. Arrivato in seguito al grande flop commerciale di The Lone Ranger, il film del 2016 con protagonisti Dane DeHaan, Jason Isaacs e Mia Goth, rappresenta dunque il “voltare pagina” per l’autore premio Oscar con Rango. La cura dal benessere, inoltre, è l’ultimo film scritto e diretto dal regista prima della pausa di 10 anni fino a Good Luck, Have Fun, Don’t Die, con protagonista Sam Rockwell. Ma com’è La cura dal benessere? Ecco la recensione del film horror fantascientifico di Gore Verbinski.
La trama di La cura dal benessere, il film horror di Gore Verbinski
Decimo film diretto dal regista statunitense Gore Verbinski, su sceneggiatura dello scrittore Justin Haythe, La cura dal benessere è un mix di generi tra fantascienza, thriller ed horror, senza che uno prenda il sopravvento sull’altro. Protagonista del racconto è il giovane ed ambizioso Lockhart, dirigente di una società finanziaria di New York che, quale “ultimo arrivato”, viene incaricato dal Consiglio d’Amministrazione di un compito molto importante.
Per far fronte ad una svolta societaria, infatti, occorre la firma del CEO Pembroke, il quale ha tuttavia deciso di ritirarsi improvvisamente presso una clinica sulle Alpi svizzere. Lockhart deve quindi recarsi al misterioso centro benessere, finendo in una spirale di follia nello scoprire gli oscuri segreti di quel luogo.

La recensione di La cura dal benessere: il diritto a star male
Si respira un’aria malsana in questo horror decisamente più psico che logico, dove la realtà si smarrisce nelle putrescenti sale di una clinica psichiatrica, ancorata negli idilliaci paesaggi delle Alpi svizzere: il corpo non può mentire; la mente sì…ma mentire a sé stessi è sempre un gioco pericoloso. A mettere insieme i vetri rotti (gli specchi d’acqua dominano la scena) ci pensa Gore Verbinski, il regista camaleonte, l’autore delle contraddizioni e della doppia pelle.
Colui che riesce perfettamente ad abbinare spiccato umorismo a tinte dark e creepy. Colui che riesce a realizzare uno dei migliori film western degli ultimi anni, Rango, attraverso l’animazione. Colui che riesce a costruire, dopo il successo Oscar, un progetto massicciamente commerciale da tutti i punti di vista e fuoriuscirne con uno dei più grandi flop. The Lone Ranger del 2013 poteva rappresentare, da questo punto di vista, una vera e propria ghigliottina per un’intera carriera, specialmente per quella di un autore passato sempre troppo all’oscuro in termini mediatici (e così sostanzialmente sarà).
Serviva dunque un titolo che potesse risollevare le sorti di Verbinksi il quale, invece, continua verso la sua personalissima strada. 14 anni dopo il remake di The Ring, ecco che il regista di Pirati dei Caraibi torna all’horror con La cura dal benessere e, proprio nel caso del film con Naomi Watts, mette completamente da parte l’aspetto umoristico. Si tratta come già detto di un’anomalia, considerando la filmografia del regista di Un topolino sotto sfratto, The Mexican e dei film legati dal personaggio di Johnny Depp. Tuttavia, la “contraddizione” richiamata ad inizio analisi è ugualmente presente anche in questo film del 2016, partendo proprio dal suo titolo.
Una cura DAL benessere. La condizione è infatti quella che viene freddamente e scientificamente imposta dalla società, che sia nella ricerca verso un lavoro stabile, un “pezzo di carta”, oppure ricoprendo spazi più intimi dell’essere umano, indicando quali devono essere le condizioni di benessere. Siamo tutti pazienti di ricevere la formula segreta per stare meglio, annebbiati da un sistema narcisistico volto alla perfezione, alla “razza perfetta”. Il giovane ed ambizioso Lockhart dovrà scoprire la verità a sue spese, scegliendo amore e libertà invece di una finta condizione di benessere ed un lavoro solo apparentemente stabile…poi quel ghigno.
Un frame che può cambiare l’intero significato di un film di 2 ore e 30, oppure un’interpretazione uscita dalle coordinate? Evitabile forzatura scenica o particolare che impreziosisce il suo significato? Nel prossimo paragrafo ci si addentrerà meglio nel concetto di “particolarismo” di Verbinski, soffermandosi qui su alcuni aspetti della sceneggiatura di Justin Haythe che macchiano un film comunque straordinario nel suo genere. Si citava poc’anzi quell’ormai rinomato ghigno finale, con chi scrive pronto a schierarsi dalla parte dell’evitabile forzatura scenica.
Ma anche la costruzione narrativa, soprattutto del mistero dietro la storia del centro benessere, lascia più di qualche smorfia. Dagli elementi introdotti via via dai vari personaggi, dalla primissima entrata in scena di Hannah e del dott. Volmer si intuisce agevolmente dove l’opera andrà a parare, ma ciò non solo in virtù di un buon occhio dello spettatore.
Il montaggio, infatti, accosta a più riprese immagini legate assieme dalla continuità narrativa, andando a togliere particolare forza emotiva al plot twist finale. Decisamente un problema questo, specialmente quando l’intenzione è quella di costruire un thriller psicologico fin dalle sue prime battute. Senza dover citare troppi illustri esempi (come Suspiria e molti altri), ma rimanendo più sul periodo storico dell’uscita del film, palpabile come La cura del benessere abbia più di qualche elemento in comune con lo Shutter Island di Martin Scorsese il quale, se togli l’effetto sorpresa già prima di metà film, viene privato di enorme potere espressivo.

Gore Verbinski: il regista “camaleonte”
Al di là dunque di un minutaggio probabilmente eccessivo, specialmente per un horror di questo tipo, e delle sbavature particolarmente evitabili in sede di sceneggiatura, La cura dal benessere resta una grande prova di cinema. Innanzitutto, come anche accennato, Verbinski mette completamente da parte quella ironia che ha accompagnato gran parte dei suoi lavori. Mirabile, in tal senso, come venga fuori un tasso tecnico di tale livello nella costruzione dell’orrore, abbinando la manipolazione della tensione al particolarismo delle immagini.
Fin dalle prime scene, il thriller inizia a diventare sempre più teso con il passare dei minuti, scoperta dopo scoperta. Un’aurea mortifera ed uno spettro pesante aleggiano e terrorizzano durante l’intera visione dunque, non fallendo i momenti di orrore. Ogni scena con le anguille a parte, non basta infatti mostrare l’inserimento a forza del tubo in bocca, serve mostrare come questo scorra violentemente in gola. Lo stesso attore protagonista Dane DeHaan riferì, durante un’intervista, di come le riprese del film siano state particolarmente lunghe non tanto per una sovrabbondanza di effetti speciali, quanto per il continuo e ricercato perfezionismo del regista durante ogni ripresa.
Un film studiato nei minimi dettagli dunque, che parte come un “classico” thriller alla scoperta del mistero, si trasforma pian piano in una fantascienza al veleno, per poi esplodere nel gotico finale, liberando quello “spettro” sopracitato. Ecco infatti che la clinica assume le sembianze di un secolare castello infestato dai fantasmi del passato, aggiungendo una certa delicatezza “fatata” attraverso le melodie e ninnananne della colonna sonora di Benjamin Wallfisch. Thriller, fantascienza, horror gotico, accenni emotivi di un certo “fantasy sentimentale”, con le risate che restano fuori.
Nessun respiro per l’ironia, nemmeno quella più prettamente black, con la già citata contraddizione della filmografia di Verbinski che coinvolge anche la messa in scena. La cura DAL benessere dunque, con l’acqua (proverbiale e salvifico simbolo di vita) che qui si trasforma in strumento di morte. Verde, blu, grigio…un elemento che bagna l’intera pellicola, con lo splendido lavoro alla fotografia di Bojan Bazelli (The Ring, Underwater) che inscena una tavolozza di colori nel dominio delle palette più fredde. In conclusione, doveroso spendere qualche parola sul cast protagonista di La cura dal benessere.
Successivamente ad essersi fatto un nome nel cinema grazie a Giovani ribelli del 2013, l’attore statunitense Dane DeHaan arriva alla ribalta mainstream con il personaggio di Harry Osborn nel The Amazing Spider-Man 2 diretto da Marc Webb. Nonostante qualche collaborazione con registi di prestigio come Terrence Malick (Knight of Cups), Christopher Nolan (Oppenheimer) e Luc Besson (Valerian e la città dei mille pianeti) resta sicuramente Gore Verbinski ad aver concesso il ruolo della carriera all’attore statunitense.
Altrettanto incisivo, ma che non richiede troppe presentazioni, il collega britannico Jason Isaacs, noto ai più per Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter. A rubare la cena in La cura dal benessere, tuttavia, resta un’eterea Mia Goth, ancora agli inizi della sua carriera dopo il debutto con Nymphomaniac di Lars von Trier di 3 anni prima.
Dopo il clamoroso flop commerciale di The Lone Ranger, La cura dal benessere è il film che ha definitivamente allontanato Gore Verbinski dagli ambienti di Hollywood, arrivando ad una pausa dal cinema interrotta solo 10 anni dopo. Il film del 2016 resta l’ennesimo esempio di come, il regista statunitense, sia in possesso di un’eccezionale attitudine tecnico-artistica. Si ritrova in questo caso a dover gestire una sceneggiatura con più di qualche falla, arginando un minutaggio fuori tempo, ma continuando a portare grandi storie sullo schermo, attraverso una speciale composizione dell’immagine ed un minuzioso registro narrativo che sa incantare.




