In anticipo rispetto alla consueta programmazione per evidenti motivi mediatici legati al Super Bowl, A Knight of the Seven Kingdoms ritorna con il suo quarto episodio; il risultato è immediatamente visibile, in termini di gradimento, su tutti i principali aggregatori di recensioni, con la puntata 1×04 che diventa una delle meglio votate di tutto il franchise tratto dalle opere di George R.R. Martin: siamo nella seconda metà della serie, con il racconto di Duncan ed Egg che si intensifica per mezzo del “giudizio dei sette”, una pratica che metterà in campo tutte le qualità della serie anche nel contesto più crudo e violento. Ma qual è il risultato di Sette, l’episodio di A Knight of the Seven Kingdoms? Vediamo, di seguito, la sua recensione.
La trama della puntata 1×04 di A Knight of the Seven Kingdoms: Sette
Prima di proseguire con la recensione di Sette, l’episodio 1×04 di A Knight of the Seven Kingdoms, vale la pena indicare brevemente la sua trama: dopo essere stato imprigionato per il suo affronto, Dunk viene interrogato da Baelor, che si mostra comprensivo per il suo gesto di intervenire per un innocente, così come il codice di un cavaliere impone. Per questo motivo, al fine di permettergli di sfuggire a morte certa per un processo, gli suggerisce di richiedere un combattimento corpo a corpo (che i fan di Il Trono di Spade ricorderanno per essere una pratica molto nota anche nelle dispute della serie); tuttavia, a questa decisione si oppone quella del “giudizio dei sette”, una pratica caduta in disuso che porta sette cavalieri a confrontarsi contro altri sette; Dunk va alla ricerca dei suoi commilitoni finché, dopo aver implorato aiuto, lo trova proprio in Baelor che interviene per aiutarlo.
La recensione del quarto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms
In araldica, il simbolo dell’olmo è legato ai significati di amicizia, protezione, sostegno e amore coniugale o amore fraterno, in quanto – pur condividendo lo spazio della vite – l’albero non sfrutta il nutrimento necessario alla crescita della propria “sorella”, garantendo che sopravviva. Non poteva certamente essere casuale il riferimento a quest’albero, posto sullo scudo di sir Duncan, in una serie come A Knight of the Seven Kingdoms che ha dimostrato di badare a ogni dettaglio possibile, soprattutto nella costruzione sapiente di una genealogia e di una simbologia molto più marcata rispetto a quanto la semplice narrazione possa lasciar credere. Il quarto episodio della serie di HBO Max arriva a seguito dello spartiacque di una terza puntata che aveva cambiato repentinamente il suo tono, pur con una scelta a nostro modo di vedere troppo velocizzata, che ha saputo intercettare un sentimento particolarmente fecondo nell’opera di Martin: l’odio crescente, sempiterno, del popolo per il potere, nella maggior parte dei casi incarnato dai Targaryen.
Siamo nel momento più decisivo per tutta la storia di Westeros: prima di giungere alla ribellione di Robert, che permetterà di conquistare quello status quo di cui vediamo gli effetti in Il trono di Spade, l’intero mondo diventa un teatro di scontro costante, in cui la guerra si fonda soprattutto sulla base di quella repressione, col sangue, dei Targaryen. È per questo motivo significativa la figura di Duncan, colui di cui si raccontano le gesta nelle “numerose pagine” del libro dei cavalieri di Il Trono di Spade: il suo affronto, per la difesa di un innocente, è allora il simbolo di una nobiltà certamente non sanguigna e non ereditaria, ma d’animo e legata alla difesa dei valori; un’interpretazione di valori che, del resto, porrà in essere una frattura insanabile nell’intero mondo di Westeros, visibilmente rappresentata dal ricorso al giudizio dei sette (una pratica antica e caduta in disuso) che sembra quasi opporre, nel mai definito e nebbioso teatro di scontro, conservatorismo e modernità, antico contro nuovo, immobilismo e dinamismo. La sfida, che nel quarto episodio non osserviamo poiché è sulle note della soundtrack di Game of Thrones che si chiude la puntata, allora non sarà soltanto fisica, brutale, armata: è una sfida innanzitutto ideologica, che i 30 minuti totali dell’episodio tentano di ricordare allo spettatore ricorrendo a personaggi maggiormente tratteggiati sullo schermo, sogni, visioni e ancora una volta simboli.
Anche sul piano squisitamente visivo la puntata è spettacolare: nell’inconsistenza dei luoghi tratteggiati, soprattutto nella parte finale, si pone l’accento sui volti dei personaggi, pur con interessanti sequenze di montaggio e primi piani che illudono lo spettatore (è il caso del bruto di Bracken che sembra voler aiutare Dunk), o che mostrano le illusioni stesse (sir Arlan appare in un fugace sguardo di Dunk), mentre ancora una volta ci sembra molto convincente il tono dei dialoghi, la chimica tra i protagonisti e lo stesso scambio di battute, anche più volgari, tra questi. Un episodio incredibilmente stratificato, dunque, in cui Dunk diventa catalizzatore di tutto quel senso di cambiamento che si osserva nel mondo di Westeros: piccole nobiltà che ambiscono a diventare grandi, vecchi signori disonorati che tentano di riacquisire il proprio status, signori che barattano la propria nobiltà in cambio di qualche titolo e, soprattutto, un senso di umana e intestina voglia di rivalsa (non solo di Dunk, ma anche dello stesso Egg e di tanti altri personaggi) che governa un mondo che sta definitivamente cambiando.







