Presentato in anteprima mondiale al TIFF 2025 e in quella italiana al Rome Cinema Fest 2025, Hamnet – Nel nome del figlio è il nuovo film della regista premio Oscar Chloé Zhao. Con protagonisti Paul Mescal e Jessie Buckley, rispettivamente nei panni di William Shakespeare e la moglie Anne Hathaway (nel film Agnes), si riadatta qui l’omonimo romanzo del 2020 della scrittrice Maggie O’Farrell che riscrive la biografia della nascita del Bardo e di una delle sue tragedie più celebri, Amleto.
Prima di passare alla recensione di Hamnet – Nel nome del figlio, si fa presente che fin dall’inizio della stagione dei premi il film si è saputo contraddistinguere e tutt’ora sta continuando a farlo in attesa della cerimonia di premiazione degli Oscar 2026. Tra i maggiori riconoscimenti, si annoverano i premi assegnati ai Golden Globe 2026 come Miglior film drammatico e come Migliore attrice protagonista in un film drammatico per Jessie Buckley, nonché le 11 candidature ai BAFTA e le 6 candidature agli Oscar. Segue la recensione di Hamnet, il film di Chloé Zhao con Paul Mescal e Jessie Buckley distribuito dal 5 febbraio 2026.
La recensione di Hamnet – Nel nome del figlio e dell’eredità letteraria di un uomo che ha scandagliato l’animo umano
Tra i più grandi drammaturghi di tutta la storia della letteratura mondiale, l’inglese William Shakespeare – conosciuto dal grande pubblico anche con il soprannome de “il Bardo” – è sicuramente tra i maggiori creatori di storie che hanno saputo emozionare e fonte di ispirazione per registi famosi e non (qui la lista di tutti i film ispirati o tratti dall’opera di Shakespeare). Nel caso di Hamnet – Nel nome del figlio, la regista Chloé Zhao ha collaborato con la scrittrice Maggie O’Farrell, autrice dell’omonimo romanzo da cui è tratto, per la sceneggiatura del suo film. In Hamnet infatti, la regista cinese non compie una mera operazione di trasposizione cinematografica a partire da un romanzo, ma bensì prende come punto di partenza una biografia che già di per sé è stata oggetto di adattamento e che tuttavia conserva dentro di sé tutta la bellezza della vita vera.
D’altronde, trattandosi di un film che porta sul grande schermo in un’operazione metacinematografica il mondo del teatro e il teatro del mondo, tutta la narrazione si regge naturalmente in piedi solo ed esclusivamente grazie ai suoi interpreti. In questo, Paul Mescal e Jessie Buckley – rispettivamente nei panni di Will (William Shakespeare) e Agnes (Anne Hathaway) – sono i veri corpi drammatici (nel verso senso etimologico del termine di “azione”, di “movimento” sul palco), del pathos e delle emozioni ambulanti. I loro corpi si muovono in scenari che sul set sono repliche molto realistiche della Stratford shakespeariana, di Londra e del suo Globe Theatre, che vanno a sottolineare una qualche unità di luogo, ma che all’interno del film non hanno timore di rivelare la loro natura analoga ai fondali delle scenografie fittizie usate a teatro. Non a caso, sono i corpi dei personaggi che si spostano tra le mura dei luoghi chiusi o negli spazi aperti immersi nel verde della natura, ma è la camera a seguirli passo passo con dei piano sequenza brevissimi ma che mettono in risalto l’impostazione teatrale della narrazione.
Le interpretazioni e la scelta metacinematografica del film vanno a creare insieme la perfetta combinazione per innescare e immergere lo spettatore in un‘esperienza emotiva travolgente. Il pathos del film, dunque, nasce non da una vile volontà ricattatoria di far piangere a tutti i costi, ma di fare esperienza della sofferenza, del dolore, della perdita improvvisa e inaspettata così come le prime opere teatrali svolgevano una funzione catartica. Fatta eccezione per una prima parte alquanto piatta, con sbocchi narrativi insensati e non scorrevoli, Hamnet – Nel nome del figlio sicuramente entra fin da subito nella lista dei migliori film tratti da opere di William Shakespeare.
L’apice del climax ascendente emotivo, che sfiora il parossisimo, in Hamnet – Nel nome del figlio è senza ombra di duddbio il finale, che riassume il senso e la vera essenza dell’intero film in pochissimi minuti. Attraverso una riscrittura finzionale della biografia di William Shakespeare si mette in luce la natura e il potere consolatorio e catartico dell’arte, intesa come strumento e contenitore allo stesso tempo in cui riporre un’esperienza personale e mostrarla, rappresentarla agli occhi di tutti gli spettatori per poi affidarle ciascuno un proprio valore o potere. La vera potenza, la vera carica sentimentale di Hamnet – Nel nome del figlio è dunque la sua estensione verso l’universalità del messaggio finale, che tende il braccio in avanti a toccare una mano, a ritrovarsi a credere incessantemente a un’illusione dolce amara che si vede con i propri occhi. Ma questo è il senso del teatro (e anche del cinema): ritrovarsi sospesi a metà del confine labile tra sogno e realtà, nonché della vita stessa.







