Due anni dopo Fino alla Fine, Gabriele Muccino torna alla regia con Le Cose non Dette, film ambientato tra Roma e Tangeri con protagonisti alcuni tra gli attori più noti del panorama cinematografico italiano, ovvero Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini, per un’opera corale in pieno stile Muccino. Con la colonna sonora di Mahmood e tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron – qui anche co-sceneggiatore – il film è disponibile nelle sale a partire dal 29 gennaio grazie a 01 Distribution, la trama del film segue la storia di due coppie che, nel tentativo di rimettere in sesto il loro rapporto e riprendere in mano le proprie vite, decidono di trascorrere insieme una vacanza in Marocco. Ovviamente, nulla andrà come previsto, arrivando ad un finale in cui il dramma incontra il thriller, aprendo così lo spettatore ad una diversa prospettiva sulla storia e spingendolo a ragionare sugli avvenimenti appena visti. A seguire, la recensione di Le Cose non Dette di Gabriele Muccino.

Beatrice Savignani e Stefano Accorsi in una scena di Le Cose non Dette (2026), diretto da Gabriele Muccino
La recensione di Le Cose non Dette, diretto da Gabriele Muccino
Il cinema di Gabriele Muccino si è sempre contraddistinto per la presenza di alcuni elementi ben connotati: la coppia in crisi, i tradimenti, le urla, l’affanno, l’esasperazione dei concetti. Complice l’enorme successo che sin dal suo secondo lungometraggio lo ha investito, egli è presto diventato uno degli autori più divisivi d’Italia, amato dal grande pubblico ma disprezzato da buona parte della critica e da un certo tipo di cinefilia. Non abbiamo problemi a dire che per molto tempo anche noi siamo stati grandi detrattori del suo cinema, con una visione che, per quanto sbagliato, non riusciva a non essere influenzata dalle varie dichiarazioni e uscite pubbliche di chi, forse, si è sentito davvero il più bravo di tutti per troppo tempo. Nel suo ultimo film, Le Cose non Dette, tutti questi elementi tornano.
La doppia coppia di interpreti (Accorsi-Leone, Santamaria-Crescentini) viene per lunghi tratti mangiata da una sceneggiatura debole che mette loro in bocca dialoghi alle volte semplicemente assurdi e che li obbliga a recitare sempre sopra le righe; la fotografia è di quelle che potremmo definire piene, nel senso di talmente illuminata da dare l’idea che a Tangeri sia costantemente mezzogiorno; il colpo di scena finale, così come tutti gli snodi narrativi, sono telefonati e vanno a vanificare il lavoro di foreshadowing portato avanti sin dalla prima inquadratura – i quattro stanno evidentemente rispondendo alle domande di un interrogatorio che, inizialmente, non abbiamo idea del perché abbia luogo – distruggendo così quell’abbastanza sorprendente tocco thriller che si era andato ad affiancare alla classica struttura del dramma mucciniano. Eppure. Eppure c’è un elemento che ci fa saltare dalla poltrona, che riprende per i capelli un film che sembrava destinato ad affondare e che veicola ogni emozione possibile all’interno dell’opera, dalla paura alla sorpresa, rischiando addirittura di farci versare qualche lacrima.
L’elemento in questione è Margherita Pantaleo, bambina che interpreta Vittoria, la figlia della coppia composta da Santamaria e Crescentini, che mangia il film e porta la mente di chi guarda ad esplorare altri lidi, rendendo reale ciò che mai avremmo immaginato di poterci ritrovare in un film come questo, trasformandolo in un’opera estremamente stratificata e aperta a più letture. Vittoria ci parla innanzitutto dell’incomunicabilità che c’è tra lei e i suoi genitori e dunque tra due generazioni così vicine ma così lontane, alla convinzione che gli adulti e i genitori hanno sempre di conoscere tutto dei propri figli quando invece, spesso e volentier, non riescono a vedere ciò che è sotto il loro naso e, viceversa, alla capacità di comprensione delle cose della vita che anche i più piccoli riescono ad avere, forse più dei grandi. Vittoria, per esempio, capisce ben prima di Elisa del tradimento del marito. Ma non solo, perché del marito Carlo lei stessa si innamora. E lo bacia. Stiamo parlando di una bambina di 13 anni che bacia un uomo di oltre 50. Stiamo parlando di una bambina che si masturba sotto la doccia pensando a lui e se questo è raro al giorno d’oggi nel cinema mondiale, figuriamoci in quello italiano dove il sesso stesso è ancora un tabù enorme. Sesso che, grazie a lei, diventa fattore sempre più presente, portando così una costante tensione sessuale che si estende anche agli altri personaggi, basti pensare agli sguardi che si scambiano Elisa e Paolo.
La volontà stessa di Muccino si perde dietro la potenza di un personaggio da lui scritto ma che gli sfugge dalle mani e su cui non ha più controllo, con il film che non è più né dramma né thriller, ma un lungo viaggio in una notte cupa, spaventosa e che obbliga lo spettatore a guardarsi dentro, ad affrontare un demone da tempo tenuto nascosto, chiuso in un armadio perché così ha sempre voluto la società. Margherita Pantaleo ci ha suggerito, fatto capire, a tratti urlato quali sono le cose non dette, rapendoci e conquistandoci e poco importa quanto tutto ciò sia stato studiato o meno, perché questo è uno dei tanti poteri del cinema e noi non possiamo che alzare le mani e dare a Muccino ciò che è di Muccino.







