Arriva nelle sale italiane a partire dal 29 gennaio grazie a Minerva Pictures e FilmClub Distribuzione uno dei film più importanti di questa stagione cinematografica. L’agente Segreto segna il ritorno dietro la macchina da presa di Kleber Mendonça Filho sei anni dopo l’ultima volta, per quello che è poi una evento per tutti i cinefili visto che, nell’arco di 17 anni, ha diretto solamente 4 quattro lungometraggi e due documentari. Come per i precedenti Aquarius (2016) e Bacurau (2019), L’agente Segreto è stato presentato in anteprima al 78esimo Festival di Cannes e, facendo parte del concorso ufficiale, è arrivato a vincere ben due riconoscimenti: Prix de la Mise en Scène per la miglior regia e Prix d’Interprétation Masculine con Wagner Moura. L’opera ha inoltre ottenuto quattro candidature ai Golden Globe, vincendo sia come miglior film straniero che per l’interpretazione dello stesso Moura, il primo brasiliano di sempre a riuscirci e, pochi giorni dopo, ha ottenuto quattro nomination ai premi Oscar.
Il film di Kleber Mendonça Filho non è però un caso isolato: nonostante momenti di alti e di bassi, il cinema brasiliano è sempre stato molto importante all’interno della cinematografia mondiale e, negli ultimi anni, sta vivendo una vera e propria rinascita. In questo senso, abbiamo deciso di riportare 5 film brasiliani da vedere se ti è piaciuto L’agente Segreto.
Barravento – Glauber Rocha
Se vogliamo parlare di cinema brasiliano, non possiamo non partire dall’inizio, o meglio, dal primo vero movimento cinematografico del paese, il Cinema Novo. Uno dei suoi massimi esponenti è Glauber Rocha che, nel 1962, indica la via a generazioni di autori con il suo primo lungometraggio: Barravento. Qui le influenze tipiche del Cinema Novo sono evidenti, dal Neorealismo alla Nouvelle Vague, ma al centro di tutto resta il Brasile, le sue contraddizioni ma anche e soprattutto la sua bellezza travolgente, da sempre legata alle tradizioni ma che, per poter fare un passo definitivo in avanti, deve anche allontanarsi da alcune di esse o, perlomeno, aprire gli occhi al riguardo.
Non a caso, il film racconta la storia di un uomo che torna nel suo paese natìo e tenta di emancipare il popolo di pescatori che lo abita dal misticismo e, in particolar modo, dalla religione Candomblé, da lui visto come mezzo di oppressione e controllo del popolo da parte in primis della politica e da cui doversi necessariamente allontanare. Il tragico finale è un monito ad una nazione intera che, ancora oggi, risulta quasi profetico e decisamente avanti rispetto ai propri tempi. Sette anni dopo la sua uscita, il film venne presentato al Festival di Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs, a riprova del grande impatto che ebbe anche in Europa.

I Fucili – Ruy Guerra
A segnare la via per gli autori del futuro, al fianco di Glauber Rocha, è impossibile non citare Ruy Guerra, regista certamente più sperimentale e che, nonostante abbia girato il mondo – nato in Mozambico quando era ancora una colonia portoghese, ha studiato a Parigi, lavorato in Messico e recitato in Aguirre Furore di Dio del tedesco Werner Herzog – è riuscito a riportare su pellicola alcune tra le storie più importanti del Cinema Novo e della storia del Brasile. Come per Rocha, anche per Guerra sarebbe molteplici le opere da citare ma, anche in questo caso, preferiamo partire dall’inizio ed inserire in questa lista I Fucili del 1964. L’opera viene immediatamente selezionata per la Berlinale di quell’anno e vince l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria, a riprova di come e quanto il cinema brasiliano stesse seriamente iniziando ad uscire dai confini nazionali. Un film politico, che mostra la dilaniante disparità sociale del suo paese, il contrasto tra soldati armati e civili indifesi ed affamati, per una pietra miliare del cinema brasiliano.

City of God – Fernando Meirelles, Kátia Lund
Facendo un balzo in avanti, il XXI secolo si apre con un film fondamentale nella storia del cinema brasiliano. Per i più giovani e soprattutto all’estero, il film bandiera del paese è City of God. Presentato fuori concorso al 55esimo Festival di Cannes, il film diretto da Fernando Meirelles e Kátia Lund e tratto dall’omonimo romanzo di Paulo Lins fu un successo straordinario che lo portò addirittura ad essere candidato a quattro premi Oscar per miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior fotografia e miglior montaggio ma non al miglior film straniero, dove ebbe invece modo di competere ai Golden Globe in un periodo storico in cui le porte ad un certo tipo di cinema erano, se non chiuse, certamente socchiusa. Se Lund non ha poi bissato questo successo, Meirelles è stato invece lanciato definitivamente, arrivando a lavorare negli Stati Uniti stessi a progetti come The Constant Gardener (2005), Blindness (2008) o I due Papi (2019).
La straordinaria ricezione dell’opera da parte di pubblico e critica non fu legata solamente ad un comparto tecnico e ad alcune inquadrature da stropicciarsi gli occhi, ma alla genuinità e fedeltà delle immagini, all’amore ed alla veridicità con cui viene raccontata la sua storia, diventando il simbolo del cosiddetto Cinema da Retomada, ovvero il periodo di rinascita del cinema brasiliano che, dopo il sopracitato Cinema Novo, ha vissuto anni di flessione.

La Vita Invisibile di Eurídice Gusmão – Karim Aïnouz
Come al solito, il Festival di Cannes si dimostra la manifestazione cinematografica più attenta ed interessata a proporre, all’interno del proprio programma, titoli di grandi autori affermati ma anche gioielli tutti da scoprire. Nel 2019, Karim Aïnouz è un regista pressoché sconosciuto e, nonostante abbia debuttato nel 2002 con lo stupendo Madame Satã, si è occupato principalmente di documentari. Praia do Futuro gli porta però un minimo di notorietà ed il film successivo, che è quello di cui vogliamo parlarvi, lo lancia definitivamente. La Vita Invisibile di Eurídice Gusmão è uno dei più grandi capolavori del cinema brasiliano del XXI secolo ed un titolo che, attingendo alle proprie radici – fondamentali per comprendere ma anche realizzare film in Brasile – riesce a raccontare i drammi ma anche l’incredibile capacità di sopravvivere nonostante tutto e tutti di un popolo intero, grazie in primis alla clamorosa interpretazione di Carol Duarte.
Selezionato, come detto, da Cannes, il film vince il Premio Un Certain Regard e viene selezionato dal Brasile come suo rappresentante ai premi Oscar, non riuscendo però a rientrare in una cinquina che vedrà come vincitore Parasite di Bong Joon-ho per la Corea del Sud, in una delle annate più incredibili e di livello più alto nella storia degli Academy Awards, dove però quest’opera non avrebbe affatto sfigurato.

Io sono Ancora qui – Walter Salles
Nella sua storia, il Brasile è stato candidato per l’Oscar al miglior film straniero (oggi film internazionale) solamente quattro volte. Nel 2025 si arrivò a cinque – cui si aggiunsero nomination per miglior film e miglior attrice protagonista con Fernanda Torres – riuscendo però in ciò che si riteneva impossibile alla vigilia: vincere. Io sono Ancora qui di Walter Salles vince l’Oscar, batte il favorito Emilia Pérez e scrive una delle pagine più importanti nella storia del cinema brasiliano. In realtà, la grandezza di questo film la si poteva intuire già dalla sua anteprima all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove fu presentato in concorso e vinse il Premio Osella per la miglior sceneggiatura. Se il suo successo mediatico fu senza precedenti, ancora una volta a fare la differenza è il modo in cui si racconta una storia estremamente attuale parlando però del passato, attraversando anni, decenni di battaglie quasi sempre inutili ma che non portano mai all’arresa, creando così un filo che lega tutti questi grandi autori, da Rocha a Guerra, da Meirelles ad Aïnouz e Salles, per il modo in cui si approcciano non solo al cinema, ma al racconto del loro paese.








