Dopo Silent Hill (2006) e Silent Hill: Revelation 3D (2012), torna ad essere realizzato un lungometraggio tratto da una delle saghe videoludiche più amate e famose del mondo. Dal 22 gennaio 2026 è infatti disponibile nelle sale italiane grazie a Midnight Factory Return to Silent Hill, che vede il ritorno alla regia di Christophe Gans e che è tratto da uno dei titoli più apprezzati della saga di Konami, ovvero Silent Hill 2. Con protagonisti Jeremy Irvine e Hannah Emily Anderson, il lungometraggio segue la storia di James che, dopo aver ricevuto una lettera dal suo amore perduto, decide di fare ritorno dove tutto è iniziato, trovandosi però dinanzi ad una città totalmente cambiata rispetto a come la ricordava, piena di mostri di ogni genere che mettono in serio dubbio la sua sanità mentale. È reale ciò che vede? A seguire, riportiamo la recensione di Return to Silent Hill.

Jeremy Irvine in una scena di Return to Silent Hill (2026), diretto da Christophe Gans
La recensione di Return to Silent Hill, un film di cui non c’era alcun bisogno
Sarebbe bello poter pensare che, considerando il fatto che Silent Hill 2 è un videogioco del 2001, Christophe Gans abbia voluto rendergli omaggio realizzando un lungometraggio che gli fosse il più possibile fedele, ma da qui a far passare Return to Silent Hill come un B-Movie vecchio di oltre 20 anni, ce ne vuole. Il film – nelle sale italiane dal 22 gennaio – non solo si presenta come vecchio sin dalle prime inquadrature (con dei titoli di testa che non avremmo immaginato neanche nei nostri peggiori incubi) ma ai limiti stessi del termine lungometraggio, mostrandosi invece molto più per una sorta di gameplay che però, inutile dirlo, è impossibile da riproporre su grande schermo, creando così un ibrido che non è né cinema né videogioco e che ha come suo unico scopo quello di attirare il fandom più accanito attraverso meccanismi che però non sono davvero più accettabili, per quanto ancora riproposti da qualcuno che, evidentemente, vive lontano dalla civiltà.
Sembra infatti incredibile che si sia scelto, nel 2026, di buttare in un enorme calderone di quasi due ore un’infinità di villain mai minimamente approfonditi che contribuiscono, tra l’altro, a portare lo spettatore a sentire un costante senso di inadeguatezza nel non conoscere la storia della saga Konami, a riprova del fatto che nulla è stato imparato dai grandi, enormi, giganteschi errori del Marvel Cinematic Universe, massimo esempio di come la volontà di realizzare un film anche solo in parte originale e che abbia davvero degli elementi sorprendenti al proprio interno, sia finito in secondo piano lasciando invece spazio ad un fanservice talmente allucinante da non convincere neanche parte stessa dei più appassionati.
In Return to Silent Hill non funziona davvero nulla: comparto tecnico totalmente assente, due protagonisti che, come direbbero Aldo, Giovanni e Giacono “non sono professionisti, sono presi dalla strada” ed un utilizzo della CGI talmente ridicolo da rendere ogni scena di tensione semplicemente buffa, ilare, nonché posticcia. Un film nato morto che ci ricorda qual è il grande problema di questi blockbusters o sedicenti tali, ovvero che ormai le strade percorribili sono solamente due: assecondare i fan buttando su schermo tutto ciò che amano e facendo leva su un effetto nostalgia banale e becero e fregarsene di ogni velleità artistica in cambio di un buon incasso, oppure percorrere il cammino dell’originalità; per essere originali bisogna prendersi dei rischi e prendersi dei rischi espone non solo alle critiche di chi troverà sempre qualcosa di cui lamentarsi, ma mette anche a repentaglio gli incassi dello stesso, cosa di cui nessuno è mai felice. Allora forse Silent Hill non è soltanto un videogioco ma lo stato mentale sia di chi prende queste decisioni con una mente a dir poco annebbiata, sia di chi le subisce e preferisce abitare la propria mente piuttosto che un mondo come questo.




