Al cinema in Italia dal 22 gennaio 2026, Marty Supreme è il nuovo e anche primissimo film da solista di Josh Safdie, con la star Timothée Chalamet nel ruolo del protagonista Marty Mauser. Si tratta di un film ipnotico per il ritmo con cui il regista ha deciso di mettere in scena quest’epopea urbana, una continua corsa contro l’anonimato – più che contro il tempo – durante la quale si osservano le azioni moralmente discutibili messe in atto da Marty, personaggio squisitamente in dialogo con il cinema di Martin Scorsese. Tra la manipolazione di tutte le persone a lui care, ma anche di tutte quelle che incontra sul suo cammina, o meglio sulla sua corsa, e tra la costante insistenza nel tentare di forzare ogni circostanza a lui potenzialmente avversa, il protagonista in questione tenta accanitamente di raggiungere il suo obiettivo: diventare un campione di ping pong, ricco e ammirato da chiunque. Per riuscirci si costruisce un’identità ben precisa, indossando i panni del ragazzo prodigio sicuro di sé, tormentato dal passato, ma che non esita a chiedere aiuto approfittandosi di chi gli gravita attorno: si assiste, dunque, alla deformazione del self-made man e dell'”uomo che non chiede mai”.
Film affini a Marty Supreme: cosa guardare se hai apprezzato il film di Josh Safdie
Di protagonisti che vengono divorati (o quasi) dalle proprie ambizioni se ne sono visti nel corso del tempo, e il cinema, come l’arte in generale, offre diversi spunti per mettere in dialogo due o più opere tra loro lontane nel tempo. Si tratta di personaggi eticamente opinabili, le cui azioni sono quantomeno controverse e i quali vedono davanti a sé un futuro incerto da agguantare in tutti i modi possibili, aggirando qualunque tipologia di ostacolo. Marty Mauser, pur essendo per scrittura un personaggio originale e che vive la sua personalissima parabola, è uno di una lunga serie di protagonisti ambigui e particolari. Per ciò che concerne la messa in scena, anche di corse sfrenate contro tutto (il tempo, la costante surrealtà delle situazioni) e tutti (familiari, amici, amanti, gangster e così via) se ne sono viste diverse all’interno del panorama cinematografico, ma il film di Josh Safdie è riuscito a sorprendere anche su quest’aspetto, mescolando spiazzanti e irresistibili inserti da commedia a momenti drammatici e da thriller. Dopo la visione di quest’ultimo si avrà certamente la voglia e l’adrenalina necessaria per recuperare dei titoli affini: di seguito, la lista di film da vedere se hai apprezzato Marty Supreme.
Un volto nella folla (1957, Elia Kazan)
A proposito di self-made man e di costruzione artificiale del mito-identità, il Lonesome Rhodes messo in scena da Elia Kazan in Un volto nella folla è un esempio cardine. Il protagonista qui compie una vera e propria ascesa mediatica, emerge dal nulla e diventa una figura pubblica potente grazie al carisma e alla capacità di modellare l’immagine che gli altri percepiscono. Come accade in Marty Supreme, anche in Un volto nella folla il protagonista manipola chi gli sta intorno, gioca con le percezioni e si costruisce un’identità funzionale al successo, mostrando quanto il fascino possa trasformarsi in strumento di dominio. Si tratta infatti di una corsa contro l’anonimato, del desiderio di essere sempre visibili e ammirati nonostante il pericolo di deformare se stessi.
Piombo rovente (1957, Alexander Mackendrick)
Anche in Piombo rovente viene trattato il tema dell’ambizione alimentata attraverso la manipolazione altrui, e per di più senza scendere a compromessi. La differenza tra il film di Mackendrick e Marty Supreme sta però nell’assenza di talento alla base, poiché mentre Marty dimostra di saper giocare alla grande a ping pong, i protagonisti di Piombo rovente si fanno da sé attraverso la strategia, l’inganno e l’uso strumentale dei rapporti umani. L’opera di Mackendrick, dunque, riflette sul prezzo morale della consacrazione, innescando un parallelismo per cui la gloria esteriore si accompagna sempre a una corrosione interiore, trasformando l’individuo in una figura eticamente ambigua. Come avviene in parte anche nel film di Safdie, qui la tensione narrativa è avvalorata dal dialogo tagliente e dalla teatralità urbana.
Lo spaccone (1961, Robert Rossen)
Lo spaccone e Marty Supreme condividono lo sport come espediente narrativo per raccontare altro, e in entrambi casi l’altro a cui si fa riferimento consiste nella rappresentazione del disperato desiderio di riconoscimento per emergere e migliorare il proprio status sociale. L’Eddie Felson di Paul Newman non vuole solo vincere, ma brama di essere il migliore al punto tale da affermarsi contro un sistema che sembra sempre respingerlo. Come Marty Mauser è disposto a piegare se stesso e gli altri pur di raggiungere una consacrazione personale, e infatti entrambi i personaggi vivono il talento come un fardello e l’ambizione come forza deformante, mettendo in scena la trasformazione di un individuo che, nel tentativo di affermarsi, perde progressivamente il controllo.
40.000 dollari per non morire (1974, Karel Reisz)
Analogalmente a come Marty Mauser vive la sua passione per il ping pong, anche il protagonista di 40.000 dollari per non morire non riesce a fare a meno del rischio quotidiano, e di fatto per lui il gioco d’azzardo non è solo una dipendenza, anzi, è una forma di auto-affermazione, un modo per sentirsi vivo e per modellare il suo destino. Come Marty, il personaggio di James Caan è attratto dall’idea di spingersi sempre oltre il limite, aggirando ogni ostacolo e sabotando consapevolmente ogni possibilità di stabilità. Infatti, il film di Karel Reisz riflette sull’illusione del controllo e sul fascino perverso dell’autodistruzione, mostrando come l’ambizione, quando si svincola da qualsiasi orizzonte morale, diventi una trappola pronta a scattare.
California Poker (1974, Robert Altman)
Proseguendo sulla scia del gioco d’azzardo, è doveroso citare Robert Altman e il suo California Poker. All’interno di questo film non arriva mai una vittoria definitiva ma, al contrario, esiste solo la corsa, il rilancio costante, l’illusione di poter finalmente arrivare al momento decisivo. Questa dimensione di moto perpetuo dialoga direttamente con Marty Supreme, soprattutto nella rappresentazione di protagonisti incapaci di fermarsi, intrappolati in un presente fatto di tensione e aspettativa. Il successo non è mai un traguardo, ma una promessa che si sposta sempre un passo più avanti, alimentando un’ambizione che però diventa forma di alienazione.
Toro Scatenato (1980, Martin Scorsese)
Capolavoro che ha segnato la Storia del cinema e, di conseguenza, le narrazioni messe in scena successivamente, Toro Scatenato è uno di quei film a cui guardano tutti i registi per trarre ispirazione. D’altronde, anche Paul Thomas Anderson lo ha ripreso nel suo Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997). In rapporto a Marty Supreme, invece, c’è da dire che entrambi i film sembrano cominciare come un biopic sportivo per poi incanalare i rispettivi protagonisti verso strade stranamente seducenti, ma al contempo estremamente pericolose. Infatti, in entrambi i film i personaggi sono incapaci di gestire i rapporti umani, e ogni qualvolta gli si presenta davanti l’opportunità di realizzarsi finiscono per mandare tutto all’aria, isolandosi. Ecco perché la gloria non porta alla realizzazione, bensì all’autodistruzione, attraverso un percorso deformante che lascia dietro di sé macerie emotive e relazionali.
Re per una notte (1982, Martin Scorsese)
Un film come Marty Supreme da vedere assolutamente, se ancora non lo si è visto, è certamente Re per una notte, poiché Martin Scorsese negli anni Ottanta già tratteggiava un personaggio psicotico, moralmente discutibile, ma per cui si fa fatica a non empatizzare date le problematiche che lo affliggono. Il Rupert Pupkin di Robert De Niro vive costantemente in uno spazio ambiguo tra performance e realtà, anche perché incapace di distinguere il desiderio per il successo dalla concretezza dell’affermazione. Sia lui che Marty Mauser costruiscono la propria identità insistendo e cercando di forzare disperatamente ogni situazione, rivelando così il lato disturbante del loro ambizioso sogno.
Fuori orario (1985, Martin Scorsese)
Ultimo film di Scorsese presente in lista, Fuori orario è come Marty Supreme più nella messa in scena che nella scrittura dei personaggi o nell’articolazione delle tematiche. Infatti, il protagonista di Fuori orario vive una notte letteralmente da incubo, contraddistinta da ostacoli a dir poco surreali – per restare nella dimensione nel sogno – e da individui quantomeno particolari che gli gravitano attorno. Questo film e quello di Josh Safdie condividono lo stesso senso del ritmo, forsennato, talmente piegato alla percezione dei rispettivi protagonisti che quasi se ne perde la concezione, si viene prima travoltiti e poi tramortiti. Per di più anche in questo caso si assiste a una corsa costante, solo che è l’obiettivo dei personaggi ad essere differente: sopravvivenza da un lato, fama dall’altro.
Da morire (1995, Gus Van Sant)
Da morire è uno dei ritratti più lucidi e disturbanti della fama come costruzione artificiale dell’identità. La Suzanne Stone di Nicole Kidman non desidera semplicemente il successo, ma vuole essere vista, riconosciuta, e quindi è intenzionata ad esistere solo attraverso lo sguardo degli altri. Come Marty Mauser, la protagonista qui si costruisce una maschera perfettamente funzionale al proprio obiettivo, manipolando affetti, relazioni e contesto pur di affermarsi. Inoltre, la dimensione mediatica nel film di Gus Van Sant diventa centrale: l’immagine non è più un mezzo, ma un fine assoluto. Dunque, Da morire dialoga con Marty Supreme nella rappresentazione di un’ambizione che non conosce limiti etici e che trasforma l’individuo in un personaggio costantemente in scena, sia nel senso cinematografico – perché onnipresente nel racconto – sia nella dimensione personale, poiché Marty e Suzanne vogliono ottenere il successo e la visibilità che ne consegue.
Il Petroliere (2007, Paul Thomas Anderson)
In Il Petroliere si osserva l’ascesa implacabile di Daniel Plainview, un uomo guidato da un’ambizione totale e da un desiderio di potere (anche economico) che supera ogni vincolo etico o relazionale. Come Marty Mauser, Plainview mette in moto il mito del self-made man e dell'”uomo che non chiede mai” con meticolosa precisione. Più volte si dimostra infatti essere ossessionato dal controllo, nonché capace di manipolare chiunque per raggiungere il proprio obiettivo. Sia Il Petroliere che Marty Supreme esplorano una corsa contro l’anonimato e contro la marginalità, quindi ogni azione è finalizzata a emergere, essere visto e diventare un punto di riferimento, anche a costo di alienarsi cessando ogni rapporto umano, persino con genitori e figli (entrambi non biologici, curiosa coincidenza). La deformazione del personaggio, il conflitto tra talento, ambizione e moralità, e la tensione narrativa alimentata da gesti spietati e decisioni calcolate, creano un legame diretto con il percorso di Marty, pur in un contesto storico e narrativo completamente diverso. In questo senso, Il Petroliere funziona come un modello di studio sull’ossessione per la realizzazione personale e sul prezzo del successo, temi centrali anche nell’epopea urbana e ipnotica di Josh Safdie.
Nightcrawler – Lo sciacallo (2014, Dan Gilroy)
Nightcrawler – Lo sciacallo racconta la corsa spietata di Lou Bloom attraverso le strade di Los Angeles, pronto a manipolare ogni situazione e ogni persona pur di emergere nel mondo del giornalismo sensazionalistico. Il primo punto di contatto con Marty Supreme è quindi dato dallo scenario urbano, con due protagonisti che si muovono in spazi angusti e oscuri, sia fisicamente che metaforicamente. Infatti come Marty Mauser, Lou è sicuro di sé, è un calcolatore capace di trasformare relazioni e opportunità a proprio vantaggio (dinamica del mito del self-made man). Entrambi i film mettono in scena una corsa contro l’anonimato, più che contro il tempo: ogni azione è finalizzata a essere notati e ammirati ad ogni costo. In Nightcrawler – Lo sciacallo la tensione narrativa nasce dall’adrenalina dell’ascesa continua, dalla necessità di controllare ogni variabile e di forzare circostanze potenzialmente avverse, creando un senso di ipnosi ritmica simile a quello che Josh Safdie imprime in Marty Supreme.
Good Time (2017, Josh e Benny Safdie) e Diamanti Grezzi (2019, Josh e Benny Safdie)
Se ti è piaciuto Marty Supreme e ancora non hai visto i lavori precedenti dei fratelli Safdie, allora è il caso di recuperare sia Good Time che Diamanti Grezzi. Entrambi i film condividono alcune caratteristiche con Marty Supreme (e non con The Smashing Machine), per cui è bene osservare la continuità estetica e contenutistica che al momento sta portando avanti Josh più di Benny. Nella fattispecie, sia in Good Time che in Diamanti Grezzi i protagonisti corrono, sono in fuga e cercano disperatamente di accaparrarsi i soldi di cui hanno bisogno per proseguire con la loro esistenza. In entrambi i casi c’è un alone di amarezza a “sporcare” queste vite narrate fino alla conclusione delle rispettive parabole, dove non può esistere redenzione.
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