Affermatosi come il maggior incasso della storia della A24, una delle più note case di produzione statunitensi, Marty Supreme è un film che già da prima della sua uscita ha generato un certo chiacchiericcio. Presentato in anteprima in Italia al 43° Torino Film Festival, e distribuito al cinema da I Wonder Pictures a partire da giovedì 22 gennaio 2026, il primo lungometraggio in solitaria di Josh Safdie ha già vinto alcuni premi, tra cui il Golden Globe al miglior attore protagonista per un film commedia o musical per Timothée Chalamet. Negli Stati Uniti sono già tutti pazzi per Marty Supreme, sia il pubblico che la critica, e anche dalle prime anteprime italiane è emerso un certo entusiasmo. Una delle caratteristiche più elettrizzanti dell’opera di Josh Safdie è probabilmente l’ambiguità celata nell’ultima scena, per cui: come finisce Marty Supreme? Di seguito, la spiegazione del finale del film con Timothée Chalamet.
Come finisce Marty Supreme? L’ultima scena del film con Timothée Chalamet
Dopo aver perso in malo modo la precedente finale contro Koto Endo, Marty prova a riscattarsi sfidando nuovamente il campione giapponese allo scopo di rientrare nel circuito competitivo, ma anche per ripulire la sua immagine pubblica in seguito ai turbolenti eventi che lo hanno coinvolto. Tuttavia, il viaggio in Giappone non rappresenta il rilancio, bensì si rivela un vicolo cieco, nonché un punto di svolta per la vita del protagonista interpretato da Timothée Chalamet. Pur tentando nuovamente, insistendo, manipolando e forzando le situazioni, il sogno di Marty si esaurisce in maniera paradossale, ovvero con una vittoria a ping pong proprio contro Koto Endo.
Non si assiste a nessuna ascesa verso il successo, non c’è alcun punto di contatto con un eventuale futuro da campione sportivo, anzi, Marty torna a casa nel suo quartiere e dalla sua Rachel (Odessa A’zion), la donna incinta di suo figlio che aveva intenzione di lasciarsi alle spalle. Nonostante tutto, nella scena conclusiva di Marty Supreme il protagonista corre (azione che svolge per tutto il film) in ospedale per assistere al parto, e l’ultima inquadratura si conclude con uno scambio di sguardi tra lui e il neonato, con quest’ultimo che resta serio mentre il suo giovane padre scoppia a piangere. Si giunge così alla fine della corsa con l’impatto emotivo che ne consegue, dato che la fuga non è più possibile e l’unica realtà rimasta è quella che Marty aveva disperatamente tentato di evitare.
La spiegazione del finale di Marty Supreme
Pur sembrando apparentemente una redenzione, il finale di Marty Supreme è invece una resa. L’epilogo del film di Josh Safdie è emotivamente potente ma moralmente irrisolto, e si muove in quello spazio di ambiguità che ha caratterizzato i personaggi più memorabili del cinema di Martin Scorsese. Non a caso la prima transizione vede gli spermatozoi trasformarsi in una pallina da ping pong, mentre l’ultima inquadratura pone lo sguardo sul volto serioso del neonato, in contrasto con un Marty che si lascia ad andare ad un pianto liberatorio, generando un cortocircuito comico, un paradosso. Si sta facendo riferimento a due concezioni differenti della nascita, poiché dall’ossessiva volontà di sentirsi vivo nel trionfo sportivo – Marty in quella vita anonima non vuole più starci, si sente affogare – si finisce con la venuta al mondo di un figlio, il quale inevitabilmente cambierà l’esistenza dei suoi genitori.
Durante tutto il film si osserva il protagonista che cerca disperatamente di raggiungere il suo obiettivo, ossia elevare il suo status sociale per raggiungere fama e successo, quindi glorie sportive e soldi, e nel tentare di riuscirci Marty corre continuamente, manipolando e tradendo le persone che invece a lui ci tengono e non poco, dal migliore amico a Rachel, passando per la madre e lo zio. Dunque, si tratta di un personaggio che fa di tutto per non assumersi le proprie responsabilità, anche perché significherebbe frenare le sue gargantuesche ambizioni professionali ed economiche. La non-azione finale, quindi l’arresto della sua interminabile corsa, non implica alcuna volontarietà nel cambiamento che ci sarà nella vita di Marty, anche perché nulla suggerisce che avrebbe scelto la famiglia se il sogno fosse rimasto anche solo vagamente praticabile. Il pianto del protagonista, di conseguenza, non è una presa di coscienza o una sorta di pentimento, ma è una reazione istintiva data dal doversi improvvisamente confrontare con una realtà che non può più evitare.
Infatti, il sogno di Marty è finito e con esso crolla tutta la narrazione attorno a lui, nonché l’identità che si era costruito, per cui il figlio appena nato non diventa il frutto di una scelta etica, ma ciò che resta quando ogni via di fuga è esaurita. Al contrario, il neonato smette improvvisamente di piangere e guarda negli occhi (quasi incredulo) l’infermiera che lo tiene in braccio perché non ha perso nulla, vive nel presente senza sogni infranti, ancora distaccato dall’emotività comportata dall’esistenza. Marty invece piange perché sta elaborando il lutto per la versione di sé che credeva di diventare, quindi la scena ribalta i ruoli: il bambino è neutro e Marty è l’unico travolto dal fallimento. Ecco allora che si assiste a un finale amaro, ambiguo – anche perché si potrebbe pensare che dopo aver rincorso i soldi Marty ha capito che non sono il fulcro di tutto -, profondamente coerente con il personaggio, che rifiuta il conforto di una qualsivoglia morale lasciando lo spettatore davanti a una verità più scomoda. Per certi versi si instaura un dialogo a distanza con il destino riservato a Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street, dove curiosamente il protagonista interpretato da DiCaprio una volta finito in carcere si mette a giocare a tennis.
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