Recensione – A Knight of the Seven Kingdoms 1×01: Il cavaliere errante

A Knight of the Seven Kingdoms è la nuova serie di HBO Max Italia, che giunge attraverso il suo primo episodio, Il cavaliere errante: ma che cosa ne pensiamo?
Recensione - A Knight of the Seven Kingdoms 1x01: Il cavaliere errante

Uno dei primi titoli di punta di HBO Max Italia, accanto a tutte le serie di grandissimo valore già presenti all’interno del catalogo, A Knight of the Seven Kingdoms è il nuovo prequel di Il Trono di Spade, ambientato 90 anni prima gli eventi principali della celebre serie TV di Game of Thrones e posto, temporalmente, circa 100 anni dopo quelli di House of the Dragon. Con il racconto principale di Dunk ed Egg, A Knight of the Seven Kingdoms porta in scena un racconto (almeno per quanto riguarda il primo episodio) in completa controtendenza rispetto alla violenza e alle catastrofi della celebre serie fantasy di George R.R. Martin, affidando ad affetto e a bonarietà il senso del suo racconto: vediamo di più nella recensione del primo episodio di A Knight of the Seven Kingdoms, Il cavaliere errante.

La trama di A Knight of the Seven Kingdoms 1×01, Il cavaliere errante

Prima di procedere con la recensione di A Knight of the Seven Kingdoms 1×01, diamo innanzitutto uno sguardo alla trama del primo episodio, Il cavaliere errante: Dunk viene immediatamente inquadrato nell’atto della sepoltura del suo Sir, che l’ha presumibilmente reso cavaliere prima della sua morte. Per tentare di valere qualcosa nel contesto di Westeros, tenta di partecipare al torneo di Ashford, dove si tiene la giostra, uno scontro da cui un solo cavaliere può uscire vincitore. Qui incontra le ostilità degli altri partecipanti, ma soprattutto l’ostacolo burocratico legato alla sua partecipazione, che può essere garantita solo in virtù di una raccomandazione: la ricerca in Sir Manfred, presso cui il Sir Arlan di Dunk ha servito in passato, ma l’uomo non ricorda nulla di tutto ciò; intanto, però, Dunk conosce Lyonel Baratheon che lo prende subito in simpatia a causa della sua bonarietà e con cui balla tutta la sera, anche se senza un apparente esito. Il nuovo incontro con Egg al termine dell’episodio (con quest’ultimo che rivela di essere di Approdo del Re) rivela parte di quanto osserveremo nei prossimi episodi.

La recensione del primo episodio di A Knight of the Seven Kingdoms

Con la deriva piuttosto negativa della seconda stagione di House of the Dragon e con i dissidi tra George R.R. Martin e i produttori, che hanno provocato l’allontanamento del primo dal progetto, c’è da dire che ai fan e gli spettatori di Il Trono di Spade mancava da tempo una narrazione che potesse immergere totalmente nel mondo di Westeros, presentato alcuni dei suoi fasti creativi e visivi che ritornano fin dalle primissime scene di A Knight of the Seven Kingdoms. Grazie alla neonata piattaforma di streaming in Italia, con Il cavaliere errante possiamo osservare il risultato dell’episodio 1×01 della nuova serie TV, che ci riporta immediatamente indietro di qualche anno, non solo per l’ambientazione temporale e per la sua funzione di prequel, ma anche per un’operazione nostalgia che immediatamente coinvolge lo spettatore per elementi che sono sapientemente disposti sul piccolo schermo. Dall’ambientazione dei primissimi secondi, fino alla sepoltura (dunque alla morte, uno dei leitmotiv di Il Trono di Spade) di un uomo, ci sono tutti gli archetipi possibili che possano indirizzare verso un immaginario collettivo particolarmente consolidato, e l’emergere di sottofondo della celebre opening di Il Trono di Spade, immediatamente strozzata sul nascere attraverso la scena più esplicita della prima puntata, sembra quasi voler sottolineare l’idea di quel passaggio emblematico verso un qualcosa di diverso.

In effetti, fin dai primi minuti della serie TV, il senso complessivo di A Knight of the Seven Kingdoms appare ben delineato: tentando di mettere in secondo piano la violenza, lo scontro armato, il tradimento e la crudeltà come caratteristica peculiare dei personaggi, la nuova serie accoglie con gioia alcuni elementi fondamentali di bonarietà che, del resto, si ritrovavano anche nelle novelle di George R.R. Martin, prediligendo maggiormente l’aspetto della leggerezza, dell’affetto, se vogliamo anche della goffaggine che appartiene al personaggio di Dunk. Un “cavaliere errante” che fa fatica a stare al mondo, che trova nella società un ostacolo e che difficilmente riesce ad avere contatto con l’altro, in virtù di quella genuinità che cozza con un mondo totalmente corruttibile e corrotto, che ritorna soltanto in fugaci attimi sullo schermo per ricordarci qual è il setting generale di un mondo che non abbiamo mai dimenticato. Il rapporto con Egg, fin dai primi istanti, sottolinea la grande chimica dei due protagonisti, in grado di spiccare immediatamente per le loro interpretazioni, e non manca anche quella solita cura tecnica che ha reso Game of Thrones grande, soprattutto nel tradurre un immaginario fantasy in realtà, questa volta affidando ad ambienti più chiusi e a colori caldi tipici dell’ambiente festaiolo e della scarsa illuminazione parte della sua resa visiva. L’inizio di A Knight of the Seven Kingdoms è allora molto incoraggiante, nella misura di una visione leggera, che regala uno spaccato (o una parentesi) felice in un mondo devastato e che giunge sullo schermo con una certa ironia di fondo, mista a quell’affetto di cui sopra, che restituisce allo spettatore grande dolcezza.

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