28 anni dopo – Il tempio delle ossa: il ribaltamento che non rinnova

È arrivato al cinema 28 anni dopo: il tempio delle ossa, il nuovo capitolo della saga horror-fantascientifica diretto da Nia DaCosta che vede qui protagonista un “indemoniato” Ralph Fiennes.
28 anni dopo: il tempio delle ossa recensione del film horror

A pochi mesi di distanza dall’uscita in sala dell’ultimo film di Danny Boyle, ecco tornare sul grande schermo la saga horror di 28 giorni dopo. Dietro la macchina da presa, questa volta, c’è la regista Nia DaCosta, con la penna di Alex Garland sempre presente a firmare la sceneggiatura del nuovo 28 anni dopo: il tempio delle ossa.

Sequel diretto dell’ultimo capitolo della saga con protagonisti Aaron Taylor-Johnson e Jodie Comer, che qui continua ad accompagnare la crescita del giovane Spike interpretato da Alfie Williams. Tuttavia, a prendersi la scena in questo nuovo film è il personaggio di Ralph Fiennes, ma com’è questo nuovo film della saga nata ad inizio anni 2000? Ecco la recensione del film 28 anni dopo: il tempio delle ossa.

La trama di 28 anni dopo: il tempio delle ossa, il film horror di Nia DaCosta

Nonostante il cambio in cabina di regia, con Danny Boyle presente in qualità di produttore, il secondo film della trilogia di 28 anni dopo viene sempre sceneggiato da Alex Garland. Il tempio delle ossa si ricollega immediatamente agli eventi che hanno concluso il suo predecessore, con Spike che si imbatte nella setta di satanisti guidata da sir Jimmy Crystal. Nel frattempo, il Dott. Ian Kelson continua a curare il suo ossario, iniziando a stringere un legame sempre più forte con l’amico/nemico Samson, l’Alpha degli infetti. Spike e Kelson, tuttavia, saranno destinati a rincontrarsi in uno spettacolo di fuoco e sangue.

La recensione di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa: Memento Mori e Do Ut Des

Difficile non ricollegarsi al precedente capitolo della saga se non ripartendo proprio da quel Memento Mori, che ha contraddistinto il cuore di 28 anni dopo. Ricordati che devi morire, che siamo tutti sulla stessa barca traghettata dal Nocchiero Infernale. Quello stesso Inferno ed il suo indiscusso Principe, quel Vecchio Caprone, che diventa decisamente centrale in questo nuovo capitolo della saga, marchiando a fuoco il Numero della Bestia.

Ci si dimentica allora di quel contraltare che bilanciava il Memento Mori nel precedente film, ovvero il Memento Amoris, con i legami di famiglia e di affetti che, in questa nuova visione, vengono completamente messi in discussione. Spike non ha più una famiglia e quella trovata cambia per gioco i propri membri; se non fosse per una fotografia ingiallita, Kelson avrebbe ormai dimenticato il suo passato pre-virus; la piccola comunità di sopravvissuti che vive a Lindisfarne completamente estranea all’equazione. <<Se metti il piede sulla terraferma sei solo>> era uno degli avvertimenti al piccolo Spike nel precedente film, e allora ecco che l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento, puro ed essenziale pragmatismo nel difendere la propria vita. Certo, il suggerimento si ricollegava in quel caso alla metafora sulla Brexit, con la pungente critica socio-politica qui del tutto estranea.

Tornando all’incipit infernale, 28 anni dopo: il tempio delle ossa mette in primo piano un simbolo ben definito, ovvero quello della croce rovesciata (con annessa crocifissione), portando con sé un bagaglio analitico decisamente più spirituale ed umanista. Ad essere rovesciata è dunque la concezione stessa della più volte richiamata Carità, inteso dunque qui come odio verso Dio e odio verso il prossimo. A portare avanti lo stendardo di questo nuovo approccio all’umanità non sono i rabbiosi infetti, ma una setta di satanisti, esseri umani a loro volta. Questo ribaltamento di fronte è di fatto il punto cruciale non soltanto dello stesso film, ma dell’intera saga di 28 giorni dopo.

Fin dal titolo del 2002, infatti, il vero “problema” riscontrato dai protagonisti non era veramente lo scontro con gli infetti, comunque un evidente motivo di preoccupazione, bensì il riporre la fiducia verso altri esseri umani “sani”. Il tempio delle ossa, attraverso un articolato salto carpiato, arriva infatti ad aggiungere una spinta ulteriore: gli umani restano inaffidabili, ma gli stessi infetti possono non essere così irrecuperabili. Passando per una lente di deltoriana memoria, che marchia a schermo l’interrogativo su chi sia il reale mostro, il catalizzatore diventa ancora una volta il personaggio del Dott. Kelson.

Vuoi l’inevitabile dedizione verso la ricerca scientifica, vuoi la positività di un personaggio estremamente empatico, il personaggio interpretato da Ralph Fiennes mostra la via di un cammino troppe volte inabissato dalle acque, ma che comunque continua ad esistere. Memento Mori, l’ambiguità della Carità come manifestazione della disumanizzazione ed il punto di vista nella concezione del Mostro conducono verso la ricerca della solidarietà umana ed universale. 28 anni dopo: il tempio delle ossa arriva così a spingere maggiormente sulla nuova locuzione formulata dal filosofico personaggio di Kelson: Do Ut Des.

In un disumanizzante mondo di esseri umani (siano essi anche infetti o satanisti), la scrittura di Garland pone dunque come parola d’ordine la condizione di empatia, ossia la capacità di sapersi mettere nelle condizioni dell’altro per un bene superiore, per tornare a quell’Ordine spezzato da un virus di rabbia incontrollata.

– Li aiutiamo?
– Certo che li aiutiamo.

Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla

Dal punto di vista del suo “cuore pulsante”, 28 anni dopo: il tempio delle ossa riesce dunque a regalare stoccate decisamente intriganti ed efficaci. Tuttavia, il film continua a trascinarsi dietro una serie di punti critici a volte notevoli. Nessuna novità dunque che gli infetti non siano il reale problema della macromitologia di 28 giorni dopo (elemento base praticamente di qualsiasi zombie-movie che si rispetti), ma sempre nella stessa sceneggiatura Alex Garland mette la firma su diversi scivoloni, inaspettati per il suo nome, che aveva costellato già il precedente capitolo.

Al di là di espedienti di trama decisamente forzati, sono molti i punti critici di una scrittura che coinvolge tanto la narrazione quanto soprattutto i suoi personaggi. Il titanico personaggio di Samson continua ad essere un punto enigmatico del racconto davvero spigoloso, protagonista di un approccio agli infetti che non può che lasciare più di qualche dubbio. Da animali rabbiosi ed incontrollati si passa con eccessiva velleità ad una condizione mentale e fisica completamente diversa, per una mancanza totale di illogicità che non può trovare riparo nel mistero scientifico del virus dopo 4 film.

Tornando all’Alpha, l’evoluzione in Il tempio delle ossa resta estremamente frettolosa, mostrando complessi miglioramenti psicologici in una semplice notte prendendo delle semplici pillole. Una gestione assai superficiale del personaggio che coinvolge anche il resto del cast in scena, arrivando anche ad una chiusura ai limiti della decenza del personaggio di Kelson. Restiamo sul vero catalizzatore d’interesse del film, con un titanico Ralph Fiennes che al solito ruba completamente la scena sotto ogni aspetto, sia fisico che emotivo, supportato dall’ombra di un ottimo Jack O’Connell.

Il protagonista si presta qui ad un’esaltante scena musicale che, da sola, vale l’intero prezzo del biglietto. All’intero di un infernale ring of fire nel Tempio delle Ossa, l’indemoniato attore di Voldemort esegue un ipnotico spettacolo con gli Iron Maiden a tutto volume: apoteosi. Una scena potente, particolarmente suggestiva, che rappresenta probabilmente l’unica nota di vero merito nella regia della nuova arrivata Nia DaCosta.

La regista, dietro a Candyman e The Marvels, prende il testimone nell’accompagnare lo spettatore verso la conclusione della trilogia, assolutamente con innocuo mestiere. A differenza dell’esuberante ultimo capitolo diretto da Danny Boyle, questo nuovo Il tempio delle ossa porta sul grande schermo una visione sicuramente più bilanciata nello stile di ripresa, dove la prima parte metteva molto in luce tutte le innovazioni tecniche. Bilanciamento anche nel ritmo di un racconto che viaggia spedito senza troppi intoppi, senza tuttavia prendere una personale direzione nello stile intrinseco della regia.

Proprio come il precedente film, i cambi di tono in Il tempio delle ossa sono davvero radicali, se non ancora più anticlimatici. Si va infatti a costruire un contesto narrativo ed espositivo decisamente drammatico, pericoloso e ricco di tensione, andando poi a troncare di netto il mood attraverso trovate al limite del parodistico. Il non richiesto lato grottesco viene infatti abbassato sotto la linea di guardia, creando fin troppe circostanze surreali all’interno di un contesto generale estraneo all’ironia.

In conclusione, esattamente con per il film del 2025, 28 anni dopo: il tempio delle ossa deve necessariamente presentare qualche riserva fino al termine della trilogia. Si tratta, in entrambi i casi, di 2 Atti di uno stesso racconto che viene brutalmente interrotto e sezionato in 3 parti, lasciando al vento molte riflessioni. Resta da registrare il percorso analitico e tematico che, film dopo film, colleziona i suoi punti fermi, attraverso l’intento di continuare a puntare su un registro particolarmente ironico e grottesco alquanto fuori luogo.

28 anni dopo: il tempio delle ossa
28 anni dopo: il tempio delle ossa

La saga nata da Danny Boyle ed Alex Garland passa ora per le mani della regista Nia DaCosta, che con mestiere conduce lo spettatore verso la conclusione della nuova trilogia.

Voto del redattore:

6.5 / 10

Data di rilascio:

15/01/2026

Regia:

Nia DaCosta

Cast:

Ralph Fiennes, Jack O'Connell, Alfie William, Erin Kellyman, Chi Lewis-Parry

Genere:

Horror, fantascienza

PRO

Ralph Fiennes e Jack O’Connell
La fotografia di Sean Bobbitt
La scena di The Number of the Beast
Continui cambi di tono fuori luogo
Gestione superficiale dei personaggi
Una regia fin troppo di mestiere