Il nuovo film di Checco Zalone sta raggiungendo dei risultati sempre più incredibili, avendo superato i 60 milioni di euro dopo sole due settimane di programmazione, diventando il terzo film con il maggior incasso di sempre in Italia (e la sua scalata potrebbe essere ancora più alta). Ovviamente, come successo già altre volte con la filmografia del celebre comico, anche questo lungometraggio non ha fatto a meno di far discutere la critica, tra chi lo considera una conferma riuscita della sua satira e chi invece lo considera una forte caduta di stile, ma come lo si può valutare? A seguire la recensione di Buen Camino.
La trama di Buen Camino
Buen Camino non solo vede il ritorno della celebre maschera dopo 5 anni dal controverso Tolo Tolo, ma anche il ritorno di Gennaro Nunziante alla regia a dieci anni di distanza da Quo Vado, ultimo lungometraggio in cui il duo aveva lavorato insieme (nel già citato Tolo Tolo è Zalone stesso a stare dietro la macchina da presa). Nel nuovo film di Checco Zalone quest’ultimo assume un ruolo inedito ed infatti viene proposta la seguente trama:
Checco ha una vita agiata, essendo il figlio unico di Eugenio Zalone, un ricchissimo produttore di divani. Spiaggiato in piscina nelle sue ville lussuose, un numero imprecisato di filippini a servizio, una giovanissima modella messicana come fidanzata, vacanze sul suo yacht in compagnia di amici con i quali condivide la passione del non voler lavorare; si direbbe una vita davvero invidiabile visto che non gli manca niente. Anzi no. Qualcosa gli manca. È la figlia minorenne Cristal, chiamata così in onore delle famose bollicine francesi, scomparsa all’improvviso senza lasciare traccia. Chiamato d’urgenza a Roma dalla ex moglie Linda, si ritrova per la prima volta ad affrontare le responsabilità della sua paternità provando a cercare la ragazzina. In questo modo Checco scopre che Cristal vuole fare il cammino di Santiago di Compostela e l’unico modo per convincere la ragazza a cambiare obiettivo è quello di assecondarla nel viaggio, ma è proprio questa scelta a permettere a Checco di scoprire un nuovo lato della vita.

La recensione di Buen Camino
Una cosa è sicura: Tolo Tolo è stato uno degli ultimi film ad essere usciti prima che l’Italia (insieme al resto del mondo) cambiasse per sempre a causa della pandemia. Dopo un periodo che avrebbe dovuto migliorarci, il cinismo è aumentato e le problematiche del paese non sono state alleviate, anzi. Per questo motivo c’era molta curiosità nel chiedersi di cosa avrebbe parlato Checco Zalone, essendo lui un comico che in ogni film ha sempre cercato di satirizzare un lato ben preciso del nostro paese. La maschera effettivamente cambia, perché il personaggio di Zalone rimane un ignorante, ma stavolta si tratta di un ricco proprietario che ama fare la pacchia, disinteressandosi alla sua stessa azienda. I primi quindici minuti mostrano infatti una casa in cui tutto è estroso quando si pensa all’ostentazione berlusconiana, con tanto di busto per esaltare sé stesso ed una modella che non deve superare un limite di età per rifarsi al “meme” di Leonardo DiCaprio. Il protagonista è quindi ricco, un figlio di papà che non si è mai interessato al ceto medio e non ha mai lavorato in vita sua, per questo pensa soltanto a sé ed è completamente estraneo a tutti gli eventi del mondo. Da questa base si sceglie quindi di far interfacciare il personaggio con sua figlia adolescente, la quale decide di fare il cammino di San Tiago per esplorare sé stessa ed interessarsi alle persone bisognose. Di conseguenza lo scopo della trama è quello di mostrare un uomo ricco che riesce a migliorare sé stesso grazie a sua figlia, quindi un riallacciamento tra la nuova generazione, indicata come faro di una società più speranzosa, e quella precedente, attualmente a capo dell’Italia, che invece sembra perduta e indifferente. Molte gag che prendono in giro la sfarzosità di Checco, in contrasto con le abitudini semplici dei pellegrini e la sua totale incomprensione delle tradizioni e dei viaggi spirituali, funzionano, soprattutto grazie alla mimica facciale e ai tempi del comico chenon ha mai perso smalto, come per esempio quella del “concerto in dormitorio“. Anche le gag politicamente scorrette, fatta eccezione per quella sul giapponese che non sa cucinare (che riprende canovacci estremamente vecchi), mostrano la superficialità del personaggio in modo esilarante (come quella dell’orologio). Da apprezzare inoltre sia l’interpretazione di Beatriz Arjona che soprattutto quella di Letizia Arnò, la quale è sicuramente uno dei volti giovani su cui il cinema italiano deve puntare.
Nonostante le ottime interpretazioni degli attori coinvolti, la struttura narrativa soffre della mancanza di un mordente. Per quanto si cerchi di realizzare un road movie, l’impostazione scelta da troppo l’impressione del voler mostrare personaggi che camminano in dei luoghi per vedere che cosa succede, senza un obiettivo concreto o qualcosa che crei una reale tensione tra padre e figlia. Se si guarda una commedia è lecito aspettarsi continue battute comiche, ma la cosa è diversa quando si sacrifica la storia unicamente per creare situazioni che abbiano il solo scopo di tirare fuori una gag dalla bocca di Checco. Si soffrirebbe di meno questa mancanza di costrutto se il protagonista venisse messo alla berlina da sua figlia che gli spiega più spesso perché il suo egoismo è fastidioso, oppure ancora da situazioni in cui la ricchezza di Checco appare completamente inutile e lui stesso si rende conto di essere un idiota grazie a tali espedienti. Invece non c’è nulla di tutto questo e si ha l’impressione che il protagonista cambi il suo approccio nei confronti della figlia unicamente perché la trama lo richiede, nonostante nel primo terzo sia una persona completamente diversa. In Sole A Catinelle il protagonista decide di lottare a favore dei lavoratori dopo che sua moglie gli da uno schiaffo morale, così come in Quo Vado gli viene mostrato perché la fissazione del posto fisso lo stia corrodendo dall’interno, mentre qui invece lo schiaffo morale non arriva mai e la cosa fa apparire tutto molto forzato.

Da questo problema di approfondimento si espande il più grosso interrogativo dell’intera operazione, ovvero la mancanza di schieramento da parte di Checco Zalone. In questo lungometraggio non viene infatti presa alcuna posizione, non c’è nessuna critica nei confronti di un problema sociale legato all’Italia. Se il protagonista è un uomo ricco ci si aspetta che Zalone parli dilotte tra classi o di mancanza di lavoro, eppure al di là di un camionista che fa il dito medio al proprio capo non c’è nessuna idea pungente su questo lato. Colpisce la presenza di Hossein Taheri nel ruolo di un regista teatrale palestinese e c’è persino una battuta su Gaza causata sempre dall’ignoranza del personaggio di Zalone. Dopo ciò che è successo a causa di Israele ci si aspetta quindi una stoccata, ma non è così. Il personaggio di Taheri sembra rappresentante di una sinistra che non riesce ad avvicinarsi alle persone, ma perché renderlo palestinese? Già il personaggio non ha un ruolo di spicco (dovrebbe fungere da contrasto in quanto padre adottivo, ma non ci sono mai scene in cui interagisce con sua figlia) e risulta quindi di troppo, ma il suo legame con la Palestina a cosa serve? A sostegno del popolo? Per criticare Hamas? La mancanza di idea rende la trovata stucchevole. Ad un certo punto c’è il desiderio, da parte del protagonista, che il padre si risvegli dalla malattia per occuparsi dell’azienda. Si tratta di un modo, da parte dell’autore, di mostrare un’Italia in cui i nuovi borghesi sono talmente estranei dalla realtà da dover resuscitare i vecchi che a malapena si reggono in piedi? Concetto interessante, ma risolto in due minuti. E poi in che modo poi tale concetto può essere valorizzato se lo stesso personaggio di Zalone, pur essendo ignorante, non ne esce mai realmente criticato? Anche il personaggio di Ester non riesce ad emergere proprio perché mancano scene determinanti che mostrano la sua frustrazione verso il padre o la sua voglia di lottare per gli altri. L’unico momento interessante è l’esame della prostata: Checco è talmente ebbro della sua condizione che non si accorge di avere problemi fisici ed è sua figlia a notarlo (quindi il suo intervento ha molto più valore di tutti i milioni di Checco), ma anche quella è una soluzione che si risolve in pochi minuti e che è sola in mezzo a tutto il resto che è annacquato.
Non è la prima volta che Gennaro Nunziante e Checco Zalone cercano un delicato equilibrio tra la critica di ciò che non va in Italia ed il fare in modo di respirare comunque atmosfere leggere e spensierate, ma non era mai successo che il secondo punto travolgesse il primo fino a farlo sparire. La cosa sorprende soprattutto dopo Tolo Tolo in cui Checco Zalone si schierava contro il razzismo in Italia. Considerando che Tolo Tolo, pur essendo stato un grande successo al box office, ha diviso gli spettatori, è come se Checco Zalone stavolta si sia spaventato del suo stesso pubblico, decidendo così di non schierarsi da nessuna parte. La cosa che rattrista è che Zalone non ha mai avuto difficoltà nel raccontare ciò che vuole ottenendo allo stesso tempo molti introiti, quindi il risultato spiazza anche se messo a confronto con i suoi film meno riusciti. Buen Camino è una commedia che può intrattenere grazie a delle gag rette sull’abilità del suo protagonista, ma le gag non bastano a salvare un film che ha una storia debole e che soprattutto non approfondisce nessun lato dell’Italia rispetto a qualsiasi lungometraggio uscito in precedenza, risultando quindi il peggior film con Checco Zalone. Si ha la percezione che tale opera possa averla fatta chiunque, con il comico che perde definitivamente la sua identità. Ma se persino Checco Zalone rinuncia a parlare dell’Italia, allora qual è il futuro della commedia popolare nel nostro paese? Si spera che nei prossimi 5 anni Zalone decida di tornare ai suoi reali fasti.







