Una di famiglia: una casa delle bambole senza fondamenta

La recensione di Una di famiglia, il nuovo film di Paul Feig che inaugura il 2026 dei cinema italiani, con protagoniste Sydney Sweeney ed Amanda Seyfried.
La recensione del film Una di famiglia con Sydney Sweeney

Dopo essere stato rilasciato nelle sale statunitensi in tempo per le festività natalizie, Una di famiglia arriva ad inaugurare il 2026 nei cinema italiani. Il thriller, che vede come protagoniste Sydney Sweeney e Amanda Seyfried, si è subito rivelato un grande successo al botteghino, superando la soglia dei 120 milioni$ a fronte di un budget di 35. Giocando con gli spazi, anche e soprattutto metaforici, della sua casa delle bambole, il regista Paul Feig intreccia un thriller dai sociali risvolti sentimentali. Ecco la recensione di Una di famiglia, con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried.

La trama di Una di famiglia, il film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried

Tratto dall’omonimo romanzo Bestseller di Freida McFadden, Una di famiglia (in originale The Housemaid) è il 12° lungometraggio diretto dal regista statunitense Paul Feig. Noto principalmente nel campo della commedia, come Le amiche della sposa e Corpi da reato, l’autore di Io sono David torna sul grande schermo con un thriller.

Una di famiglia vede come protagonista la giovane Millie, alla disperata ricerca di un modo per cambiare la propria vita dopo un passato da dimenticare. Riesce a farsi assumere come domestica presso la villa dei coniugi Andrew e Nina Winchester, badando anche a loro figlia Cecelia. Quella che sembrerebbe essere l’occasione di una vita si rivelerà essere tuttavia un incubo, riportando a galla tutti i segreti di quelle 4 mura.

La recensione di Una di famiglia: il denaro è di casa

Inaugurando la recensione di Una di famiglia, occorre necessariamente spendere 2 parole sul contesto, sul suo regista e sulla “patina” che il film si ritrova a portare sul grande schermo. Si evidenzia innanzitutto come, ad inizio 2026, uno dei fenomeni drammaticamente sempre attuali, sulle pagine di giornali e su quelle social, resta purtroppo quella della violenza di genere. Un numero in continua crescita, che non si vuole arrestare e che non conosce colore, provenienza geografica e status sociale…beh, forse quest’ultimo sì, ma ci arriviamo. Un fenomeno sanguinante ed insanguinato, con un determinato peso specifico, che diventa il fulcro di Una di famiglia, portato in scena da Paul Feig.

Ecco, a parte qualche rara eccezione, il regista statunitense è principalmente conosciuto nel campo della commedia (rosa e sgangherata), dietro a titoli come Le amiche della sposa, Corpi da reato ed il chiacchierato Ghostbusters del 2016 in tinta rosa. Nonostante si porti comunque dietro il fil rouge di una visione femminile e femminista, non si può non notare come le due cose inizino a stonare non poco per quanto concerne il registro filmico da adottare. Il cinema ha da sempre offerto mirabili esempi di come l’ironia, anche quella più pungente e cinica, possa tranquillamente prendere di mira anche le tematiche più drammatiche e sensibili ma, in Una di famiglia, l’ironia non è proprio di casa.

Portato avanti attraverso i colpi di scena del thriller su lama di coltello, in alcuni casi anche con risvolti orrorifici (dati dall’instabilità psicologica e la claustrofobia della location), il film tira fuori tutto il dramma della vicenda per poi arrivare ad un finale tutt’altro che “serio”. Al di là di un discorso più prettamente “tecnico”, al quale si arriverà prossimamente, la rivelazione conclusiva di Una di famiglia, e soprattutto il suo “dopo”, rappresenta una vera ghigliottina concettuale sul tema sopracitato. Ecco che le donne fanno squadra, esauste dai soprusi subiti, specialmente se si tira in ballo il discorso sopraccennato dello status sociale.

Un sorriso che conquista, una famiglia benestante, un buon lavoro e nessuno potrà mai credere che il Principe Azzurro di turno sia in realtà un violento psicopatico. Un tema purtroppo reale che, tuttavia, potrebbe con pericolosa semplicità ribaltarsi nel caso di violenze perpetuate a sessi invertiti. Ed è proprio la violenza a quanto pare l’unica arma a disposizione delle donne-vittima di Una di famiglia, “non c’è altra scelta”, per citare il nuovo formidabile film di Park Chan-wook. Tralasciando tutti gli altri aspetti in un improbabile ed ingiusto confronto fra i due titoli, l’opera del regista coreano sfrutta alla perfezione l’ironia della sua spietata satira per affrontare il tema del lavoro, quella stessa ironia bypassata da Paul Feig.

Con vibes verso Una donna promettente di Emerald Fennell (con un personaggio di nome Nina che è fulcro della vicenda), in Una di famiglia è la vendetta che prende il sopravvento sul senso di giustizia, tanto sulle azioni di una Millie appena libera e specialmente con l‘inqualificabile omertà da parte della polizia, quale rappresentante della legge. La mancanza di ironia, e tutta la presenza di drammatica serietà della vicenda, porta così a prendere di pari passo il racconto del film che banalizza in modo ammorbante lo scottante tema. Quando l’ultima padrona di casa, ovviamente anch’ella vittima di violenze, e soprattutto l’esplosiva I Did Something Bad di Taylor Swift lanciano il già confermato sequel nel finale, ecco che la baracconata viene servita sul piatto di porcellana.

Una casa delle bambole senza fondamenta

Inspiegabile, dunque, il perché il regista Paul Feig non abbia portato il film verso i canoni che più contraddistinguono la sua carriera. Attraverso una verve più vicina alla commedia nera, infatti, Una di famiglia avrebbe potuto forse esprimere un potenziale decisamente maggiore, scegliendo invece di abbandonarsi al gioco del mercato. Il film, infatti, ha natura spiccatamente commerciale, non soltanto per il tipo di cast assemblato o per l’adattamento in sé di un Bestseller, ma anche e soprattutto per il registro espositivo e narrativo adottato. Si fa anche e specialmente riferimento alle scene che, almeno sulla carta, sarebbero dovute essere erotiche, puntando si una colonna sonora ed un gioco di sguardi e muscoli che rievocano la recente tradizione da Sfumature ed affini.

Una di famiglia si abbandona poi al thriller seducente che tanto piace, cercando di arricchire una trama pomposa con diversi colpi di scena e contraddicendosi più volte durante il processo. Per il grande piano di Nina, infatti, risultano alquanto dubbiosi i passaggi per i quali si rende impossibile la vita a Millie minacciandola più volte di licenziarla. Quanto ai “cosa” e “perché”, i quali potrebbero sempre trovare una spiegazione attraverso elaborate capriole concettuali, è al “come” che il film guarda con sospetto. 130 minuti è sicuramente un minutaggio fin troppo gravoso per Una di famiglia, notevolmente appesantito da una serie di c.d. spiegoni davvero evitabili, per una visione che non viene poi arricchita dall’instabile colonna sonora ed una fotografia impalpabile.

Interessante invece il lavoro svolto sulla casa quale altra protagonista del racconto, tanto esteticamente quanto e soprattutto simbolico. A loro modo, Nina e Millie restano sostanzialmente delle senzatetto, associando a ciò anche un’instabilità borghese data dalla società e verso la quale sono necessariamente vittime; Andrew, al contrario, è il padrone di casa, manifestando il vero potere. Si arriva così ai volti che animano i personaggi di Una di famiglia, altra nota lieta e decisamente sprecata dal film. Ad eccezione di un già dimenticato Michele Morrone, infatti, il cast del film si affida a chi non ha bisogno di presentazioni. Oltre ai muscoli dell’Adone malessere interpretato da Brandon Sklenar (1923), gli occhi non potevano che essere sulla coppia che scoppia.

Sydney Sweeney è una delle celebrities più chiacchierate degli ultimi anni (forse La), portando dietro di sé successi, polemiche, una proverbiale bellezza da copertina e troppe occasioni per dimostrare grande talento oltre tutto. Un’attrice poliedrica che, anche in questo caso, rimane particolarmente affascinata e portata verso le dinamiche thriller-horror (Nocturne, Immaculate), oltre che al dramma più sofferente (Euphoria). Certo, in versione senzatetto esiliata dalla società è davvero poco credibile, ma la sua interpretazione “diverte” nel confronto con la sua collega.

Con la fama esplosa a metà degli anni ‘2000, specialmente con il Mamma Mia! Del 2008, quella di Amanda Seyfried è stata una carriera sicuramente particolare nel corso degli anni. Proprio il Mank di David Fincher ha di fatto rilanciato tutto il talento sopito dell’attrice statunitense, in uscita al cinema nell’ultimo anno con Il Testamento di Ann Lee (per il quale riceve la nomination al Golden Globe) e questo nuovo film. Una prova lanciata (fin troppo) all’estremo per le condizioni del suo personaggio, ma andando pregevolmente a segno con l’incisività dello sguardo.

In conclusione, Paul Feig deve sicuramente ringraziare le “sue” donne per il minimo tasso di talento ed intrattenimento rappresentato in un film dai troppi punti critici. Un registro maggiormente ironico avrebbe infatti giovato ad un racconto drammaticamente reale grottescamente banalizzato, specialmente in un finale insostenibile a più livelli.

Il poster ufficiale del film Una di famiglia
Una di famiglia
Una di famiglia

La recensione di Una di famiglia, il nuovo film di Paul Feig che inaugura il 2026 dei cinema italiani, con protagoniste Sydney Sweeney ed Amanda Seyfried.

Voto del redattore:

3 / 10

Data di rilascio:

01/01/2026

Regia:

Paul Feig

Cast:

Sydney Sweeney, Amanda Seyfried, Brandon Sklenar, Michele Morrone ed Elizabeth Perkins

Genere:

Thriller

PRO

Lo scontro incontro tra i talenti di Sydney Sweeney e Amanda Seyfried.
Il lavoro estetico e concettuale svolto sulla casa.
Il regista sbaglia totalmente l’approccio a favore del content.
Un racconto fin troppo appesantito dal gravoso minutaggio e dai troppi spiegoni.
Finale insostenibile su più livelli.