Se la programmazione seriale di inizio 2026 aveva sganciato alcune cartucce, a partire dall’inizio dell’anno, con Fuga, Il tempo delle mosche e (fronte italiano) Gigolò per caso 2, oltre che con il ben noto Stranger Things 5 tra episodi finali e presunti tali, a partire dall’8 gennaio 2026 che si può parlare seriamente di primo grande prodotto sulla piattaforma, in grado di convogliare un numero molto importante di spettatori su questioni di vario genere, che vanno dall’opera in sé fino al suo tanto discusso finale. Stiamo parlando di La sua verità, titolo italiano con cui si presenta la miniserie His & Hers, con Tessa Thompson e Joe Bernthal protagonisti. Ma qual è il risultato? Vediamo nello specifico tutto ciò che c’è da sapere a proposito della recensione di La sua verità.
La sua verità e il thriller (al contrario) nel mito di Atlanta
Atlanta è il titolo di una miniserie troppo spesso sottovalutata, creata e interpretata da Donald Glover, protagonista anche di una delle operazioni più interessanti degli ultimi anni, Mr. e Mrs. Smith, che porta sullo schermo l’omonimo film del 2005 e che ci ha ricordato tantissimo il rapporto tra i due protagonisti, Tessa Thompson e Joe Bernthal. Questi due, in una simpatica reunion impossibile di attori che hanno lavorato con la Marvel (come Donald Glover, del resto), completano il cerchio definitivo dei rimandi e dei possibili collegamenti che la visione di questa miniserie Netflix ci ha stimolato: il fil rouge è soltanto immaginato, sia chiaro, e non c’è nessuna volontà di rimando o di connessione possibile, ma il mito di Atlanta sembra essere proprio il punto di partenza della nostra valutazione della miniserie, un anti-thriller e un anti-crime che ribalta le regoli fondamentali dei due generi per mettere in scena la più classica delle coppie scoppiate, alla ricerca di una verità che si presenta sul piccolo schermo soltanto negli ultimi minuti dell’intera miniserie.
Nella miniserie interpretata da Donald Glover, Atlanta diventava il teatro delle operazioni di un uomo che tentava di riscattarsi agli occhi della sua ex fidanzata; qui invece assume una portata maggiormente metaforica, nella rappresentazione delle ambizioni mancate e delle limitazioni che i cittadini di Dahlonega, comune nel nord della Georgia che conta poco meno di 4000 abitanti e che, per questo motivo, si comporta un po’ come il villaggio di Hot Fuzz: sognando cioè qualcosa di davvero incredibile come il clamore mediatico, che può essere determinato anche da un omicidio, e percependo costantemente il confronto con la vicina grande città, soprattutto dal punto di vista professionale, umano e sociale. Atlanta viene nominata continuamente per il lavoro dei due protagonisti: Anna, la giornalista che si è allontanata dalla sua vita professionale a seguito della morte di sua figlia, e Jack, che invece vive la perdizione nel ruolo di detective comprendendo anche che non c’è bisogno di grande sforzo nella cittadina dove l’omicidio sembra una chimera e dove il modo di fare è anche piuttosto rozzo per una squadra che non sa bene come confrontarsi, di fronte alla prima scena del crimine.
Nel corso dei sei episodi, il leitmotiv sembra allora allontanarsi dal contesto generale del thriller e del true crime (soprattutto nel senso della ricerca della verità e del serial killer di turno), accostandosi piuttosto a una dinamica sociale maggiormente marcata, dove il passato dei protagonisti interessa maggiormente rispetto alle indagini e dove le indagini stesse – che del resto lo stesso detective intende depistare per ragioni personali – sono soltanto l’espediente per il racconto delle singole (talvolta anche troppo eccessive e piuttosto ridondanti) parabole esistenziali. Il piccolo racconto di una cittadina, insomma, dove il passato ritorna per tutti i personaggi raccontati e dove, nel conoscersi un po’ tutti, l’indagine sembra diventare quasi un oggetto generale di interesse e di intermezzo esistenziale, con piccoli detective che tentano di fare il colpo grosso, cameraman insoddisfatti (anche sessualmente), parenti, amici e conoscenti che deliberatamente intralciano scene del crimine e quanto altro di simile.
La recensione di La sua verità: un finale scoppiettante serve a salvare un’intera miniserie?
Insomma, chi cerca in La sua verità il prodotto thriller per eccellenza potrebbe rimanere deluso, se non nell’ultimo fondamentale episodio, anzi diremmo quasi negli ultimi 10 minuti dell’intera serie, che ribaltano il contesto generale del racconto e che sembrano collegare un po’ tutti i punti sparsi qua e là a proposito delle storie personali, delle frasi pronunciate a inizio episodio e delle indicazioni sulla verità (e sulla sua ricerca) che avevamo ricevuto nelle sei puntate delle miniserie. La sua verità, insomma, muove quanto meno da un impianto di scrittura tutt’altro che improvvisato e che, al netto di una sopravvalutazione anche del concetto di sospensione dell’incredulità, si concede la chiusura ideale delle diverse sottotrame, oltre che della trama generale in maniera non banale: ne parliamo come se fosse una chimera o una grande conquista, quanto in realtà dovrebbe essere l’ABC della scrittura di un prodotto seriale, a dimostrazione di quanto lo stato generale dei prodotti per piccolo schermo vacilli, al netto di prodotti di punta come Pluribus, che fanno della scrittura lo scettro del loro grande valore.
Ciò che manca a La sua verità è probabilmente tutto il resto: il prodotto di William Oldroyd, dietro la macchina da presa anche per la maggior parte degli episodi, si limita a disporre la macchina da presa nello spot più lineare possibile, restituendo – con l’idea di puntare tutto sulla scrittura e sulle interpretazioni – inquadrature troppo spesso anonime e una regia essenzialmente lineare, che praticamente mai ci regala un guizzo dal punto di vista visivo (e no, le transizioni tanto care ai social non le annoveriamo tra questi); lo stesso riguarda l’intero comparto tecnico, da fotografia a scenografie, che seguono la medesima regola di anonimato. Il vero problema è che puntare su grandi interpretazioni e disporre camere fisse richiede, per l’appunto, delle rese sullo schermo che soppiantino tutto il resto: quella tra Joe Bernthal e Tessa Thompson è una buona chimica, anche corporale, ma la sensazione è che molto spesso – soprattutto da parte dell’attrice – ci si affidi a un over-acting per bucare lo schermo, dunque si fa fatica a ritenerle davvero riuscite al 100%, per quanto non si possa comunque parlare di insufficienza; ciò che davvero non funziona è l’abbondanza di sottotrame e di attori secondari, per i quali si osserva anche troppo facilmente il movimento e la gestione da pedine poco funzionali, e atte semplicemente a ingolfare la macchina creativa, semplicemente per aggiungere altri elementi di richiamo dello spettatore. Insomma, La sua verità conquisterà naturalmente la top del servizio, e Netflix probabilmente ne costruirà anche una seconda stagione se i numeri dovessero essere favorevoli, ma parlare (come si è fatto in alcuni lidi) di prodotto di grande spolvero, come non se ne vedevano da anni, sembra essere piuttosto esagerato.




