Con i sei episodi della nuova serie televisiva, che adatta l’omonimo best-seller, Netflix apre la sua programmazione del 2026, in continuità con tutti i prodotti che avevano fatto il loro esordio nella piattaforma di streaming e che si erano conclusi, nel 2025, con l’ottava stagione di Rick e Morty. Direttamente dall’Argentina arriva una serie televisiva piuttosto lineare nella sua trattazione che, nonostante un potenziale sicuramente molto interessante (per quanto riguarda la componente femminista, dei corpi femminili e della delicata situazione sociale delle donne raccontate), non riesce mai a elevare la sua qualità preferendo una certa e inconsistente mediocrità. Ma vediamo nello specifico a che cosa ci riferiamo attraverso la recensione di Il tempo delle mosche.
Donne sull’orlo di una crisi di nervi (e veleni) nella nuova serie Netflix
Quello di Claudia Pineiro è un nome che potrebbe dire poco a certi spettatori e lettori, ma che in Sudamerica ha conquistato un grandissimo successo, soprattutto nella letteratura thriller; a seguito del suo Tua, che ha ottenuto numeri pazzeschi (tanto da essere, in parte, adattato nei sei episodi della serie Netflix, soprattutto per mezzo di qualche flashback), nel 2024 ha pubblicato il tanto atteso sequel, Il tempo delle mosche. Protagoniste sono Inés e Monca, donne che si sono conosciute in carcere a seguito dell’arresto della prima, che ha ucciso l’amante del marito: per riuscire a sopravvivere in un clima di povertà particolarmente stringente, in Argentina, aprono una piccola ditta di disinfestazione ma i soldi scarseggiano e la malattia della seconda impongono nuove scelte che porteranno le due donne a conoscere storie thrilling, che vengono riportate nella serie Netflix e che riguardano una resa dei conti con il passato, a suon di veleni che riescono a ottenere in maniera poco lecita.
La narrazione al femminile è diventata, e giustamente, uno dei cardini del racconto della contemporaneità, soprattutto per quelle possibilità di declinazione tematica sullo schermo: femminismo, corpo, sesso ma anche componenti maggiormente sociologiche, che giocano molto sulla difficile condizione umana (e femminile, naturalmente) in un paese in cui si fa fatica a tenere il passo. Tutti gli ingredienti per far sì che Il tempo delle mosche porti con sé una rappresentazione curiosa del mondo che racconta non servono, tuttavia, a generare un grande risultato, soprattutto in virtù di una cornice troppo breve e troppo lineare con cui il racconto viene portato sullo schermo; così il contorno, per quanto notevole per una serie di aspetti (visivi, tematici, umani, sociali) resta, per l’appunto, una cornice che interagisce poco con le due protagoniste, che si trasformano molto velocemente nelle eroine scollate dalla storia che le anima e che potrebbe, con un risultato di gran lunga migliore, trasformarsi in una disamina sociologica ben più interessante.
Un grande potenziale sprecato in Il tempo delle mosche
Il potenziale di cui parliamo, nel contesto della recensione di Il tempo delle mosche, non è soltanto quello letterario, che in effetti si concede anche una serie di disamine dal punto di vista sociologico e inquadra maggiormente la condizione della povertà in Argentina, ma anche (e soprattutto) quello dei primi episodi, soprattutto il terzo che porta in scena – in maniera visivamente e narrativamente affascinante – il passato di Inés. Figlio di quelle narrazioni di convivialità che si traducono in bombe a orologeria e in oggetti di grande tensione da parte dello spettatore, l’episodio in questione sembra ricordare quasi la celebre (e migliore) puntata di tutto The Bear, in cui il cenone natalizio diventava il modo ideale per mettere in scena le differenze sociali e umane tra i protagonisti della serie, nonostante i rapporti familiari e personali. E in effetti di famiglia si parla anche in questo caso, con il difficile rapporto coniugale della donna con suo marito che passa attraverso il disinteresse, l’incuranza dal punto di vista sessuale, lo scherno e l’indifferenza anche nella realizzazione di un orrendo regalo; il tutto si accompagna a uno sforzo non riconosciuto, a un difficile rapporto madre-figlia e a una presenza ingombrante di figure che fanno, allora, scoppiare la bomba al meglio.
Qui Il tempo delle mosche, che pur dialoga con il senso dell’animale più veloce di quattro volte rispetto al riflesso umano, raggiunge il suo picco e lo fa sia dal punto di vista narrativo che esteticamente parlando: sfruttando i neon e le luci sgargianti degli sfondi, che si accompagna soprattutto al ricorso musicale per la colonna sonora, la serie presenta un buon immaginario (anche tecnico) che sappia ben figurare sullo schermo, ponendo in essere un tema di femminilità che si esprime praticamente in ogni campo, da quello sessuale a quello materno. Purtroppo, gli ultimi episodi esaltano quella mediocre linearità che pur era presente nelle prime puntate, soprattutto nel momento in cui il veleno (e il piano vendicativo di Bonar) prende forma; nel tentativo di inseguire una componente thriller più fiacca, la serie si accontenta dei soliti stilemi – gli inseguimenti in auto, la redenzione di tutti i personaggi possibili -, annegando in un finale piuttosto frettoloso e tranquillo, che un ultimo episodio maggiormente duraturo anche di qualche decina di minuti avrebbe saputo rendere molto meglio sul piccolo schermo. Il risultato, considerando che anche i migliori episodi presentavano soprattutto difetti di scrittura e di fiacchezza tematica, è allora piuttosto insufficiente, soprattutto nella misura di un potenziale sprecato.







