Anticipando la sua programmazione per evitare la competizione con la seconda parte degli ultimi episodi di Stranger Things 5, Pluribus realizza il più atteso dei regali di Natale con l’ultima puntata della prima stagione, La Chica o El Mundo, permettendosi non soltanto un incredibile colpo di scena in grado di sconvolgere l’equilibrio narrativo della serie, ma sublimando definitivamente anche tutto il discorso sul consenso, sul rapporto uomo-tecnologia e su tutta quella serie di elementi che avevamo sottolineato negli episodi precedenti. Diamo allora uno sguardo, senza ulteriore indugi, all’episodio 1×09, La Chica o El Mundo, per mezzo della recensione del finale di stagione.
La trama di Pluribus 1×09: La Chica o El Mundo
Prima di procedere con la recensione del nono e ultimo episodio di Pluribus, vale la pena sottolineare innanzitutto quale sia la trama della puntata 1×09, La Chica o El Mundo. Carol e Manousos finalmente si incontrano, con l’uomo che arriva a seguito del suo insperato viaggio, ma il primo confronto tra i due protagonisti della serie è tutt’altro che felice, con l’uomo ossessionato dai complottismi e la donna che sembra ormai essersi abituata a quello stile di vita che ormai la vede addirittura in una relazione con Zosia, mentre l’episodio si apre con una connessione che avviene in Perù, a dimostrazione del fatto che il processo di “joining” è effettivamente possibile. Quando Carol scopre che c’è un altro modo per ottenere le sue cellule staminali, attraverso gli ovuli congelati in passato, decide finalmente di salvare il mondo.
La recensione del nono episodio di Pluribus: un (non)finale di stagione perfetto
L’avevamo già anticipato con la recensione dell’ottavo episodio della prima stagione: Vince Gilligan non ha alcun legame con la serialità contemporanea e gli ultimi due capitoli della serie (benché ci si potesse naturalmente aspettare una serie di elementi esplosivi, nella misura di cliffhanger e di sovrabbondanza di azione sullo schermo) ne sarebbero stata la prova; per questo motivo, La Chica o El Mundo non può che essere il tassello definitivo di un mosaico ideale, che chiude la prima stagione di Pluribus al meglio soprattutto per quanto riguarda il suo discorso sul sociale, sul rapporto tra l’uomo e la coscienza collettiva, tra la carne e la tecnologia, sulla falsa-riga (ancora una volta) di quanto avevamo già visto sullo schermo, ma per certi versi migliorato con una consapevolezza e una maturità mai giudicante. Il rapporto e l’interrelazione tra Carol e Manousos, due uomini che abbiamo osservato nel corso degli episodi con tutte le loro differenze esistenziali, si configura per la prima volta con un odi et amo immediatamente rilevante, lontano da quell’idea menzognera secondo la quale l’uomo sia (o possa essere) il principe azzurro o, ancor peggio, il deus ex machina volto a risolvere la narrazione.
Piuttosto, con una certa dose di ironia che viene comunicata dalla goffaggine dell’uomo, si riesce invece a comunicare quell’immediata differenza sociale che attraversa i due stili di vita differenti: Manousos è un uomo complottista, bigotto, abituato a comandare le persone (soprattutto le donne, e lo schiocco di dita per riferirsi a Carol lo dimostra) che ha intorno, possibilmente anche omofobo, dal momento che si riferisce a Zosia come “la chica”, e che vede nella coscienza collettiva un inafferrabile male che non fatica a definire come strambo o deviato; conserva, cioè, tutti i caratteri di un conservatorismo violento e aggressivo, per certi versi sapendo comunicare allo spettatore che la salvezza (se davvero di salvezza si vuol parlare) dell’umanità non deve necessariamente passare attraverso una persona di sani ideali e principi, ma può avvenire in qualsiasi circostanza randomica, esattamente come casuale è stata la non-risposta di coloro che non sono stati uniti alla coscienza collettiva fin dall’inizio. E poi c’è Carol, che abbiamo imparato a conoscere perfettamente nel corso delle precedenti puntate, e che qui sembra seguire quella parabola che tanto era stata intelligente anche in Her di Spike Jonze: l’uomo che si innamora della macchina, del chatbot, dell’agente di intelligenza artificiale, illudendosi ingenuamente che il tutto possa ridursi a uno, che le logiche chimiche e corporee del sentimento possano essere assimilate a una condotta morale esattamente come l’uomo è solito fare (per un discorso più che altro etico) da un certo momento in poi della sua storia. Così come per il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix, la stessa Carol di Rhea Seehorn trova il momento della frattura con l’altro proprio quando comprende che l’amore che le viene destinato non è unico, ma equiparabile esattamente allo stesso sentimento – allo stesso modus operandi – che si indirizza verso qualsiasi essere umano.
È una serie perfettamente riuscita in ognuno dei suoi scopi, studiata in ogni dettaglio (e il fore-shadowing del viaggio in Norvegia, con il congelamento degli ovuli, trova finalmente una collocazione al netto di chi la riteneva una scena inutile), che trova nell’episodio finale una declinazione ultima non soltanto del racconto dei sopravvissuti, ma anche nelle logiche di possesso degli invasori: e se il discorso sul consenso, sulla violenza e sul rapporto con l’uomo erano state perpetuate con una certa ideologia standard nei precedenti episodi, il colpo di scena dell’ultima puntata sovverte gli schemi, stabilisce che l’obiettivo principale della mente collettiva è conquistare (con qualsiasi mezzo) e nient’altro, abbattendo anche la frontiera di quel consenso negato. Siamo di fronte a uno scenario tragico, di certo, ma contemporaneamente possiamo intravedere la strada per un futuro roseo per il prodotto su Apple TV, che avrà ancora tanto da dire e che in quelle previste quattro stagioni sarà pronto a fare (come potrebbe altrimenti) la storia della televisione.
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