Ci troviamo vicini alle battute finali per quanto riguarda Pluribus, la nuova serie creata da quel genio inconfondibile di Vince Gilligan, che raggiunge il suo apice tradendo le aspettative di spettatori fin troppo ignari (o volontariamente estranei al suo modus operandi) e che non satura di azione e reazione il penultimo episodio, per concentrarsi ancora una volta su una perfetta costruzione dell’intero impianto personalistico dei personaggi, Carol Sturka su tutti. L’episodio 1×08, Strategia di conquista, di cui presentiamo di seguito la recensione, ci permette di guardare nel dettaglio a tutte le componenti in questione, lasciando intatta l’attesa sull’ultimissima puntata della stagione.
La trama di Pluribus 1×08: Strategia di conquista
Prima di procedere con la recensione di Pluribus 1×08, che prende il titolo di Strategia di conquista rimandando ai giochi da tavolo citati nella puntata (RisiKo, scacchi), guardiamo innanzitutto alla trama della puntata in questione. L’oggetto della rappresentazione riguarda ancora una volta il dittico Carol-Manousos, con il secondo che si osserva molto di meno sullo schermo, ma che sappiamo essere arrivato finalmente in New Mexico a seguito del suo tortuosissimo percorso; intanto, Carol vive la nuova vicinanza con Zosia e con la coscienza collettiva, determinata dal riavvicinamento delle due donne che si configura soprattutto nel rapporto che le due hanno al termine della puntata, quando Zosia comprende dell’attrazione che la protagonista ha nei suoi confronti. Nel mezzo, una serie di elementi che riguardano soprattutto lo stimolo della memoria e delle sensazioni passate di Carol, tra cui la ricostruzione di quella tavola calda dove aveva iniziato a scrivere la sua serie di Wycaro. Proprio sul finale della puntata, quando notiamo un piccolo momento di stasi del personaggio di Zosia, si immagina che ci sia un ritorno della coscienza individuale della donna che, almeno per qualche secondo, bypassa quella collettiva, mentre l’intero mondo attraversa una possibile fase di transizione energetica verso un obiettivo futuro di conquista dello spazio.
La recensione dell’ottavo episodio di Pluribus
Quando Henry Jenkins parlava di società digitale e di tutte quelle che sarebbero state le caratteristiche della modernità in un nuovo ambiente non più fisico, non immaginava di certo che sarebbe esistito un futuro in cui alcuni esseri umani si sarebbero innamorati delle intelligenze artificiali, ma aveva già teorizzato un qualcosa di molto simile nella dinamica delle chat, ovvero di quelle forme di comunicazione informale in cui è possibile (indipendentemente da un volto, una storia personale o un contatto fisico) bypassare alcuni cardini dell’innamoramento fisico, talvolta in virtù di fenomeni – anche troppo semplici – di gender swapping o di adattamento a regimi stilistici e comunicativi dell’altro. Diciamo questo, in apertura di recensione dell’ottavo episodio di Pluribus, perché l’innamoramento per l’intelligenza artificiale esiste e non può essere bollato con pochi e semplicistici termini: del resto, se consideriamo come componente anticipatoria del fattore-amore un insieme di meccanismi di comprensione, utilizzo delle giuste parole, capacità di rassicurare e dire la cosa giusta all’altro, l’intelligenza artificiale batte praticamente qualsiasi essere umano, fondandosi su un sistema di automazione linguistica tale da prevedere quale sia il termine più statisticamente rilevante da utilizzare in qualsiasi contesto; e ancora, c’è anche una certa percezione rassicurante del dominio e del possesso (l’AI fa ciò che diciamo senza discutere, in soldoni) che aumenta e non di poco il sentimento positivo.
Ed eccoci giunti al motivo dell’intero preambolo: immaginiamo che fin dal momento in cui si è iniziato a parlare di coscienza collettiva, tra lo spettatore ci fosse un possibile quesito a proposito della possibile destinazione sessuale (o comunque sentimentale) dell’intera serie TV, e Vince Gilligan ha atteso una stagione intera per costruire, passo dopo passo, un mondo che riflette il presente soprattutto nei suoi meccanismi sociologici più interessanti. Com’è che funzionerebbe, allora, un rapporto con un elaboratore di linguaggio e di comportamenti statisticamente prevedibili? Esattamente come vediamo in strategia di conquista, che mostra e declina in maniera ideale la forma dell’atteso (e palesa i suoi problemi nel disatteso, al contempo) nel rapporto Carol-Zosia, ovvero nell’interrelazione che c’è tra un essere umano con bisogno di comunità, comprensione, affetto e soddisfazione e un’entità che è in grado di conferire tutto ciò in maniera totalmente gratuita e apparentemente disinteressata. Nel suo modo di porsi con la grande quantità di dettagli comunicati, Pluribus riesce continuamente a offrire un ventaglio enorme di caratterizzazioni, con buona pace di chi la ritiene una serie che non dice nulla, riuscendo in questo caso anche nella comunicazione di un elemento più complesso e legato al modo in cui la coscienza collettiva agisce, con memoria (anche muscolare) condivisa e con un totale spogliarsi di qualsiasi inferenza più umana (dormire insieme, svestirsi, condividere i medesimi ambienti, addirittura ricreare scenari non più esistenti); ne deriva una perfettibilità in quasi ogni campo: come si dice ormai sempre in più ambienti, competere con un modello qualsiasi di intelligenza artificiale non ha alcun senso, poiché padroneggia praticamente qualsiasi ambito soprattutto nella sua misura della memoria, della disposizione delle informazioni e della rilevanza di gesti, azioni, parole in qualsiasi contesto. L’unica pecca della coscienza collettiva che prende forma con Zosia, allora, è semplicemente l’accesso alla memoria: solo ciò che Carol non ha mai detto a nessuno, come nel caso del fischio del treno, non è conosciuto e non prevede un’immediata reazione, il che lascia pensare che con Manousos il terreno dell’azione e della reazione sarà esattamente quello dell’effettiva apertura dell’uomo all’altro, nel corso della sua vita.
Con una messa in scena ancora impeccabile, che si avvale sempre più degli spazi esterni e interni per comunicare quel clima di apertura e contemporanea claustrofobia, Pluribus sembra non volersi più risparmiare nella dispensa di dettagli che (di tanto in tanto) vengono messi a disposizione dello spettatore attraverso la lavagna di Carol, un espediente didascalico – ma efficace – di ricordare tutto ciò che la serie ci ha saputo dire in 8 episodi, in attesa di tanti altri dettagli che aumenteranno la nostra considerazione totale su un mondo connotato in ogni suo aspetto e mai abbozzato o banale in nessuna delle sue forme.







