Quello del Vuoto è uno dei tanti temi sviscerati in un 2025 particolarmente ricco dal punto di vista analitico, e non sorprende che anche il mercato dei cinecomic ci abbia provato con la figura di Void in Thunderbolts/New Avengers, tentando in qualche modo di approcciare anche al tema della depressione e della solitudine; anche in Pluribus, che ha già dimostrato di essere molto attento al presente, arriva una puntata piuttosto decisiva sotto questo punto di vista, che rinuncia a qualsiasi forma di sconvolgimento narrativo o emotivo per concentrarsi sulla caratterizzazione – ormai esemplare – dei due protagonisti, Carol Sturka e Manousos. Andiamo a vedere nel dettaglio, allora, tutto ciò che c’è da sapere in merito attraverso la trama e la recensione dell’episodio 1×07 di Pluribus, Il Vuoto.
La trama di Pluribus 1×07: Il Vuoto
Prima di procedere con la recensione del settimo episodio di Pluribus, è molto importante considerare innanzitutto la trama della puntata 1×07: Il Vuoto. Nell’episodio in questione possiamo notare, con diverso tempo dedicato a entrambi i personaggi, sia Carol Sturka che Manousos impegnati nel loro procedere verso una destinazione che, ancora una volta, non sembra essere facilmente identificabile. La prima incede verso la follia, restando praticamente sola e tentando di combattere la noia e la solitudine in qualsiasi modo (il golf, le cene eleganti, un Gatorade ghiacciato), mentre il secondo si lancia in un complicatissimo viaggio per raggiungere il New Mexico, rifiutando qualsiasi aiuto fino a quando non diventa davvero necessario.
La recensione del settimo episodio di Pluribus
Il sesto episodio di Pluribus ci aveva permesso di compiere dei passi importantissimi in avanti nella trama e nell’ossatura generale dell’intera serie creata da Vince Gilligan, dando in pasto allo spettatore (probabilmente) anche troppi elementi e tradendo quasi quello spirito contemplativo che tanto appartiene alle opere del celebre creatore di Breaking Bad e Better Call Saul. Con Il Vuoto, la settima puntata che torna a tratteggiare il processo fondamentale di costituzione personalistica dei personaggi (a dire il vero mai del tutto accantonato), possiamo nuovamente osservare un world building costante, che non ha più tanto a che fare con i meccanismi di funzionalità della coscienza collettiva, quanto con le emotività e le rappresentazioni dei due grandi protagonisti della serie, Carol Sturka e Manousos.
Pochissime parole pronunciate nel corso dell’intero episodio, un solo dialogo (ed è anche piuttosto glaciale nella sua forma) e soprattutto reiterazione costante, che permette ancora una volta di percepire quel senso di rappresentazione scandita in maniera ossessiva, con i silenzi che vengono – di fatto – riempiti dal solo tentativo di Manousos di imparare la lingua inglese; e se Carol non può che canticchiare nell’assenza generale di un interlocutore (tranne quando ascolta a telefono il solito messaggio registrato), il solitario paraguayano rifiuta addirittura qualsiasi dialogo con chi vorrebbe aiutarlo, se non per ribadire con forza quanto siano usurpatori e ladri dell’intero pianeta Terra. E interessante, proprio nella scarsissima funzione del parlato, notare anche l’evoluzione dei due personaggi: la Carol tanto loquace dei primi episodi si abbandona a uno stato di solitudine che annulla anche la sua personalità più esplosiva, e il grido d’aiuto viene realizzato non parlando, bensì scrivendo a caratteri cubitali “Come Back”, quasi come se il suo fosse – al termine dell’illusione che possa vivere nella solitudine – un SOS lanciato al termine delle proprie forze, nonostante il diegetico “I Will Survive” fatto suonare da un pianoforte automatico poteva far pensare a qualcosa di differente.
E poi c’è Manousos, che nel suo lunghissimo percorso – questo sì in dissolvenze incrociate, mentre l’abbandono di Carol alla follia è evidenziato in maniera brutalmente concreta – impara l’inglese, facendo sì che lo spettatore spesso possa percepirne il processo a partire dalle forme di linguaggio adottate; dall’incapacità di dire “cheases” fino a forme più complesse, come il “belong to”, a dimostrazione di una lingua che viene faticosamente imparata per necessità di sopravvivenza, così come tutto ciò che l’uomo (che beve acqua piovana, mangia carne essiccata, si sposta risucchiando benzina) fa per muoversi nel mondo. Il Vuoto è tutto fuorché un episodio di transizione: è anzi un tassello necessario per giustificare e inquadrare meglio il momento in cui i due protagonisti si incontreranno, lasciando che quel confronto sia non soltanto l’elemento-tipo di una trama che oppone due personaggi nello stesso teatro d’azione, ma la risultante di processi tortuosi, addirittura fallimentari, a cui lo spettatore viene sottoposto quasi con la stessa influenza del circostante, compiendo il passo verso il futuro con il personaggio che osserva sullo schermo, seguendone i tempi tecnici e preparandosi a qualcosa che sta per avvenire, ma che viene somministrato a poco a poco, senza mai accelerare.







