Presentato Fuori Concorso alla 43a edizione del Torino Film Festival, Il prigioniero (in originale El cautivo) è il nuovo film scritto e diretto dal regista di origini cilene Alejandro Amenábar. L’autore del film The Others, con protagonista Nicole Kidman, torna al cinema in costume dopo Lettera a Franco del 2019. Proprio come in quest’ultimo caso, protagonista del film è uno scrittore, Miguel de Cervantes, uno dei più importanti (non solo della storia spagnola) grazie anche e soprattutto al suo romanzo Don Quijote de la Mancha. El cautivo racconta di un giovane Miguel de Cervantes, durante il suo periodo di prigionia ad Algeri durante il quale accresce e perfeziona le sue inclinazioni narrative e non solo. Ecco la recensione di Il prigioniero, con protagonisti Julio Peña ed Alessandro Borghi.
La trama di Il prigioniero, il film di Alejandro Amenábar con Alessandro Borghi
Il regista di origini cilene Alejandro Amenábar si è sempre caratterizzato per essere un grande appassionato di Storia. Mentre The Others e Lettera a Franco si collocano temporalmente nella prima metà del ‘900, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale, Agora del 2009 torna alla fine del IV secolo. Il nuovo film, El cautivo, rappresenta un nuovo tuffo nel passato, precisamente nel periodo d’oro dell’Impero spagnolo, raccontando dello scrittore e drammaturgo spagnolo Miguel de Cervantes in un momento cruciale della sua vita. Ecco la sinossi ufficiale del film dal 43TFF:
1575: ferito e catturato dai corsari, Miguel de Cervantes viene condotto e internato ad Algeri, mentre i rapitori chiedono un riscatto troppo esoso per essere pagato. In prigione, l’uomo trova rifugio nella scrittura: cesella racconti, li legge ai compagni e trasforma l’attesa in un tempo sospeso, vibrante di parole. Le sue storie attirano l’attenzione di Hasán, il temuto governatore, con cui nasce un’insolita affinità. Ma Cervantes non smette di inseguire la libertà e prepara con ostinazione la fuga.

La recensione di Il prigioniero: la sciatta telenovelas su Miguel de Cervantes
Quella del cantastorie è una figura che ha contribuito a plasmare, nei millenni, la cultura e l’immaginario popolare. Dagli “occidentali” giullari, bardi e scaldi fino ai meddah turchi ed ai “colleghi” dell’estremo Oriente, il potere di raccontare ed ascoltare una buona storia non conosce tempo e geografia. Una pratica d’intrattenimento e di crescita culturale che, dal ‘900, è arrivata a scoprire i suoi nuovi “cantastorie” nel ruolo del regista, con il cinema che diventa il punto di arrivo (?) e massima espressione del saper raccontare una storia.
Sono appunto questi gli elementi di partenza di Il prigioniero (in originale El cautivo), il nuovo film scritto e diretto da Alejandro Amenábar, autore di origini cilene ma naturalizzato spagnolo, andandone qui proprio ad omaggiare uno dei più importanti rappresentanti della funzione del “cantastorie”. Si tratta appunto di Miguel de Cervantes, celebre poeta, drammaturgo e scrittore specialmente celebrato per il suo romanzo Don Quijote de la Mancha, un capolavoro della letteratura sotto diversi punti di vista e considerato il primo romanzo moderno. Con Il prigioniero, tuttavia, non si vuole puntare il focus troppo sul romanzo, né su una reale biografia del suo autore, prendendo di mira piuttosto un momento specifico nella vita di Miguel de Cervantes, ovvero il periodo della sua prigionia ad Algeri.
Ecco allora tornare quella figura del cantastorie, con l’Arte che da sempre accompagna la vitale funzione dell’evasione dalla realtà, in questo caso proprio dalle sbarre. Sospeso tra reale e finzione, tra le condizioni psicofisiche dei detenuti e quelle lussureggianti ed energiche delle strade libere di Algeri, Il prigioniero gioca con i suoi contrasti come esplicitato anche dal suo stesso regista. A ciò si aggiunge la delicata questione religiosa dei popoli mediterranei del XVI secolo, in una continua guerra santa tra cristiani e mori, dove l’eretica omosessualità costituisce una scheggia impazzita. Arriviamo così al dunque. Di cantastorie si è appena fatto ampio riferimento, andando poi ad elencare una serie di elementi di base che avrebbero reso il racconto de Il prigioniero assai intrigante ed avvincente.
Ma si sa che per qualsiasi storia si voglia raccontare, dall’Epica alla semplice barzelletta, il “cosa” cede spesso e volentieri il passo al “come” si arriva a raccontare quella stessa storia. Ecco allora che Il prigioniero spreca e svilisce tutto il suo potenziale, trasformandosi in una telenovelas fiacca, pesante ed estremamente patinata. Ricollegandosi allo sviluppo in sé della sua trama, il film perde infatti di vista la figura di Cervantes (se non in qualche strizzata d’occhio), in favore di un’improvvisata e mai credibile relazione tossica/impossibile/omoerotica decisamente da dimenticare.
Tralasciando infatti la totale mancanza di tatto, eleganza e/o spregiudicata sagacia nel trattare il tema dell’omosessualità in tale contesto storico-religioso, il film non indovina praticamente un passaggio narrativo tanto nel ritmo quanto nella logicità del suo sviluppo. Arricchita da continue ed inutili deviazioni, causate da tradimenti che arrivano ad essere anche particolarmente esilaranti (una controrivelazione sul finale degna dei Monty Python), la trama mette in mostra l’ingenuità (per usare un termine soft) dei suoi personaggi. A tal proposito, senza infamia e senza lode il cast di Il prigioniero, dove l’unico che forse prova a smuovere emotivamente il racconto è rappresentato dalla “quota italiana” di Alessandro Borghi.
Si configura quindi il racconto di una storia caotica e mai avvincente che, inoltre, non riesce a trarre forza nemmeno dalla sua messa in scena. I quasi 15 milioni€ di budget vengono impiegati anche e soprattutto in una cgi particolarmente ingombrante, non solo nella costruzione dei momenti di finzione all’interno della finzione. I set di scena sono infatti una manciata, mai valorizzati attraverso una fotografia sotto il sole che, anche con il supporto di trucco, costumi ed acconciature, rende il tutto estremamente patinato ed impeccabile, non proprio l’immagine da ricavare da un ambiente carcerario del 1500. Un esempio lampante in tal senso risiederebbe proprio nell’informazione, nel finale, che il racconto si sia svolto in un periodo temporale di 5 anni, non offrendo alcun suggerimento di ciò nell’arco delle 2 ore.
In conclusione, il ritorno sul grande schermo di Alejandro Amenábar si incarna nella figura di Julio Peña protagonista, per un volto da Disney Channel e da telenovelas spagnola. Ciò non sarebbe di per sé un difetto, se non fosse per il peso specifico della storia che si vuole rappresentare, sospesa tra mito, Storia e le dinamiche politico-religiose particolarmente spinose. Il prigioniero verte dunque sulla potenza di raccontare una storia, sulla funzione d’evasione dell’Arte, andando tuttavia a costruire un film fallimentare sotto diversi (se non tutti) i suoi aspetti. Una miniserie Netflix di 6 episodi condensata ed inspiegabilmente portata al cinema in 130′ estenuanti minuti.







