A seguito della programmazione straordinaria del quinto episodio, per evitare di interferire con l’uscita del primo blocco di episodi della quinta stagione di Stranger Things, Pluribus ritorna con un sesto episodio che avvicina decisamente al finale di stagione, fissato per il 26 dicembre 2025. POU, il titolo della puntata, richiama la scoperta di Carol, che aveva definito anche il cliffhanger del quinto episodio e che qui ritorna con la solita capacità di dosare ogni dettaglio, nella perfetta caratterizzazione dei personaggi; la serie di Vince Gilligan entra decisamente nel vivo con l’episodio 1×06, di cui forniamo di seguito la recensione.
La trama di Pluribus 1×06: POU
Prima di procedere con la recensione del sesto episodio di Pluribus, è importante considerare innanzitutto quale sia la trama di Pluribus 1×06, la puntata che prende il titolo di POU. Carol scopre finalmente che cosa viene celato nelle celle frigorifere: corpi umani sottovuoto, di cui la mente collettiva si ciba apparentemente; successivamente, Carol si confronta con Diabaté, da cui scopre dell’esistenza di un programma che le viene spiegato niente meno che da John Cena: per evitare di uccidere animali o piante, gli esseri della mente collettiva utilizzano proteine di origine umana estratte dai corpi senza vita degli esseri umani. A seguito del confronto, con Carol che si allontana e rifiuta di tendere alla mano agli esseri umani colti dal virus, dopo aver negato il consenso per l’utilizzo delle sue cellule staminali, la narrazione torna di due giorni indietro nel tempo quando, a causa del video che aveva registrato per spiegare che il processo può essere invertito, Carol stimola nell’uomo misterioso una voglia di ripartire e uscire dalla sua condizione.
La recensione del sesto episodio di Pluribus: maniacalità e caratterizzazione ideale di ogni personaggio
Qualcuno direbbe che non si smette mai di caratterizzare, e Vince Gilligan saprebbe fornire la risposta più manifesta sullo schermo, probabilmente senza sprecare troppe parole per spiegare che cosa sta effettivamente creando; se un sesto episodio di una serie televisiva, benché già ufficialmente rinnovata per il futuro, farebbe pensare a una narrazione che entra nel vivo risparmiando parte della sua portata descrittiva – per concentrarsi più sull’azione e sull’effetto thriller -, in Pluribus i rapporti di forza sono completamente differenti, con POU, il sesto episodio della serie creata da Vince Gilligan, che potrebbe tranquillamente funzionare come pilot per la sua portata descrittiva e connotativa degli stessi personaggi.
Capacità di descrivere, maniacalità dei dettagli, world building estremo sono fattori che abbiamo già riconosciuto alla serie episodio dopo episodio, e che qui continuano a tornare in grandissimo spolvero, allargando il novero della caratterizzazione non più alla sola Carol Sturka, ma anche agli altri due personaggi (Diabaté e il misterioso uomo in Paraguay) che avevamo già incontrato negli episodi precedenti; ed è proprio di alcuni dettagli che vogliamo fornire una breve menzione, per rendere conto di quanto impattante sia il processo creativo che c’è dietro la serie: nel momento in cui Carol e Diabaté si trovano a fare colazione, approcciano alle fette di pane, alle uova e all’avocado in maniera differente, con la donna che – affamata e figlia della cultura americana del cibo – unisce tutto e mangia in pochissimi morsi, mentre l’uomo (che inizialmente stava utilizzando la forchetta) stupito inizia a seguirla, scoprendo che pane, uova, avocado e bacon possono essere mangiati in un sol boccone. È un gesto plastico, che non ha bisogno di parole ma che svela molto dei relativi background culturali, oltre che delle rispettive culture, e che rende merito di un processo descrittivo costantemente ideale, in cui ogni personaggio – nella schiera dei sopravvissuti – reagisce alle nuove condizioni del mondo in maniera differente, oltre che con un senso.
Proprio per questo motivo, è molto interessante notare anche altri due aspetti, relativi ancora una volta al soggiorno di Diabaté: da un lato la creazione di un impianto di role-play, in cui i singoli personaggi della mente collettiva vengono addestrati a ruoli specifici da incarnare (chi serve lo champagne, l’avversario al poker, la presenza di dialoghi tra persone con virus che altrimenti non avverrebbero in questa maniera); dall’altro il discorso sul consenso, che si lega alla concessione di cellule staminali che costituiscono l’unico fattore per garantire l’unione alla mente collettiva. Uniti, i due elementi continuano a parlare non soltanto di cultura dell’intelligenza artificiale, ma anche della contemporaneità : i discorsi sul GDPR alimentano il dibattito collettivo da diversi anni, e il fattore del consenso (soprattutto quello esplicitamente richiesto) rappresenta uno dei cardini del mondo online, oltre che della maggior parte delle discussioni politiche in materia; e c’è anche un’ulteriore chiave di lettura sul finale, quando il misterioso uomo paraguayano può rendersi conto di non star parlando a sua madre perché la gentilezza della donna non le appartiene – mia madre è una stronza, dice -, reiterando un concetto fin qui molto interessante, ma comunque degno di approfondimento, sul rapporto tra gli esseri presenti nella mente collettiva e i sopravvissuti.
L’intero sesto episodio parla tanto di contemporaneità , spaziando in un vasto universo tematico che ha modo di approfondire anche i temi del cannibalismo e delle proteine di origine umana, che danno forma al sostentamento (neanche definitivo) degli oltre 7 miliardi di esseri umani che ormai fanno parte di un’unica mente: riuscire a racchiudere così tante realtà in una è sicuramente molto difficile, specie se la serie – come sembra – continua a cambiare ambientazione e collocazione temporale, rifuggendo la forma del solo racconto lineare ma disponendo i suoi elementi in una forma circolare e reiterata, con il dettaglio apparentemente insignificante e ridondante che ritorna, con forza, successivamente acquisendo un significato notevolmente più elevato (in questo caso il video di Carol Sturka muove finalmente l’uomo paraguayano, dando un senso anche alla sua presenza nella serie); eppure, Pluribus sta riuscendo in maniera ideale in tutto ciò che propone, con un risultato notevolissimo sullo schermo che non può che aumentare l’attesa per gli ultimi episodi di questa stagione. E se anche il cameo di John Cena funziona, come del resto era stato anche in The Bear, allora gli indizi iniziano a essere numerosi.







