Nel panorama in cui le commedie italiane stanno affrontando una forte crisi, va riconosciuto a Pio e Amedeo di essere stati gli unici comici nuovi a distinguersi rispetto ad altri già lanciati da più di un decennio ed i loro film stanno acquistando sempre più popolarità tra il grande pubblico. Ma dopo tanta attesa da parte degli spettatori, il loro lungometraggio, intitolato Oi Vita Mia, sarà riuscito a creare una nuova svolta? A seguire la recensione dell’ambiziosa commedia di Pio e Amedeo.
La trama di Oi Vita Mia, il film diretto da Pio e Amedeo
Diversamente dai primi due film che li hanno definitivamente rilanciati in sala (escludendo quindi il primissimo Amici Come Noi di Enrico Lando) e che hanno visto Gennaro Nunziante dietro la macchina da presa, Oi Vita Mia vede l’esordio di Pio e Amedeo alla regia. I precedenti lungometraggi mostravano il personaggio di Amedeo intralciare la vita ordinaria di Pio, mentre stavolta è il secondo ad invadere lo spazio del primo. Oi Vita Mia infatti presenta la seguente trama:
Pio gestisce una comunità di recupero per ragazzi mentre Amedeo una casa di riposo per anziani. Diversamente da Amedeo che sta bene nei suoi spazi, Pio ha difficoltà a gestire la sua vita perché Francesca, la fidanzata con cui convive da anni, non sta più bene con lui e decide di cacciarlo di casa. Improvvisamente il tetto della comunità crolla e Pio si ritrova senza una casa né per lui e né per i ragazzi. Per evitare che gli adolescenti siano trasferiti e smistati in case diverse, Pio convince il comune a puntare sulla casa di riposo come sistemazione temporanea contro la volontà di Amedeo che non vuole ragazzi drogati da lui. Pio e Amedeo dovranno imparare ad andare d’accordo per gestire la condivisione degli spazi tra gli anziani della casa ed i ragazzi della comunità.

La recensione di Oi Vita Mia
Nei loro film Pio e Amedeo non sono mai stati dei cattivi attori. La loro esperienza come comici stand-up e come ideatori di programmi di scherzi si materializza sul grande schermo. Sono espressivi, hanno buoni tempi e sanno essere convincenti anche nelle sequenze più drammatiche. Non si può dire lo stesso per quanto riguarda i loro personaggi in questo film nello specifico. L’obiettivo per il quale loro si fanno manifesto è quello di raccontare i difetti dell’italiano medio in condizioni di spensieratezza e leggerezza. Pio è una persona che pensa soltanto alla sua ex fidanzata, come se fosse la sua unica ragione di vita. Amedeo è un uomo che preferisce curare soltanto il proprio orticello, vedendo i ragazzi e lo stesso Pio come degli estranei che invadono la loro privacy e consumano le sue risorse. Da personaggi negativi o almeno con abitudini discutibili ci si aspetta un’evoluzione, invece Pio è costantemente passivo, non lo si vede quasi mai passare del reale tempo con i ragazzi ed è ossessionato dal suo unico amore senza che provi ad immedesimarsi davvero in quest’ultimo, a riflettere su ciò che non ha funzionato tra loro. Si tratta di una persona che aspetta il tempo che passa e le poche azioni che fa non bastano a definire davvero il suo individualismo e la sua personalità in crescita. Dall’altra parte Amedeo è un personaggio profondamente egoista. Pur avendo grande affetto per gli anziani, detesta chiunque provi a invadere la sua confort zone e non c’è mai un vero cambiamento. Quando finalmente il personaggio comincia a fare delle reali buone azioni, il fine comunque rimane egoista, perché vuole riuscire a conquistare una donna e per questo evita di essere burbero. La sua unica evoluzione reale riguarda il rapporto con sua figlia che vuole affrontare l’ipocrisia di un padre che non ricorda le azioni fatte da ragazzino, ma l’idea è una sola: fuori dalla propria confort zone (nucleo familiare e lavoro) non c’è altruismo.
In mezzo a tanta presunta leggerezza, spicca il personaggio di Mario, interpretato da Lino Banfi. Un anziano consapevole di avere l’Alzheimer che filma tutto in modo da provare a ricordare ciò che fa. La performance di Lino Banfi è straordinaria, capace di creare un volto delicato e sensibile che suscita amore e tenerezza, con una recitazione in sottrazione degna di un David di Donatello. Mario è un uomo anziano che guarda i giovani con gioia, che invita sempre a non litigare. La mancanza dei ricordi gli crea la consapevolezza delle bellezze della vita e la sua vecchiaia vuole essere la simbologia di un’esistenza passata piena di saggezza ma anche un inno ad accogliere nuovi volti che vanno avanti. Nel finale, scritto con una profonda delicatezza e con tanta intelligenza, la telecamera di Mario (e dunque il cinema stesso) diviene mezzo per conservare i momenti belli, unificando le persone attraverso la ripresa di scene in cui giovani e anziani riescono ad andare d’accordo per costruire un futuro. Purtroppo, se l’intenzione è bella, non è sufficiente la resa, perché i giovani ragazzi della comunità non compaiono mai. Una volta che arrivano nella casa di riposo, alcuni litigano con anziani burberi ed altri vengono usati come mezzo da Pio e Amedeo per racimolare qualche soldo, ma nessuno di loro ha dialoghi introspettivi o scene che fanno capire i loro problemi e le loro paure (neanche un accenno alle sostanze o agli errori per cui sono finiti in comunità). L’unica ragazza che ha approfondimento è Rita, ma nemmeno lei ha interazioni con gli anziani ed i suoi problemi riguardano unicamente la comprensione del padre Amedeo, quindi il mancato ritratto della comunità rimane. Allo stesso tempo non ci sono scene in cui i singoli anziani, al di fuori di Mario, vengono approfonditi. Un uomo anziano continua ad insultare i giovani per tutto il tempo, ma non ci sarà mai un momento in cui uno dei ragazzi parlerà con lui in modo costruttivo. Tutti gli anziani sono di passaggio, non sono dei personaggi. Lo stesso Mario, pur avendo una bella storia, non ha dialoghi reali con gli adolescenti ed interagisce solo con Pio e Amedeo, quindi il suo desiderio di unione viene solo spiegato allo spettatore senza che venga applicato in modo concreto. Che senso ha porre l’intenzione di raccontare l’unione tra giovani e anziani se poi entrambi sono assenti dal film?

Il colmo però lo si raggiunge con la scorrettezza. Si sa che Pio e Amedeo apprezzano il black humour ed in certi casi funziona, come il ragazzo affetto da sindrome di down che si dimostra più acuto di un professore di matematica e non fa altro che parlare dei suoi impulsi sessuali, unico personaggio giovane che ha un senso simbolico e che non sparisce dopo poche inquadrature. Stessa cosa per quanto riguarda alcune gag sulla malattia di Mario, le quali funzionano perché ben integrate nel contesto e perché poi, successivamente, Mario è trattato con delicatezza. Le cose tuttavia si fanno diverse quando viene evidenziato quanto Amedeo sia maschilista, criticando Francesca, l’ex di Pio, perché non cucina mai per quest’ultimo. Ad un certo punto Amedeo si innamora proprio di una donna in carriera, in contrasto con le sue convinzioni. Ciò lascia presagire ad un’evoluzione del pensiero retrogrado e sarebbe gradito… finché, dopo un discorso sul femminismo, Amedeo non parla della fantomatica ipocrisia femminista in cui le donne vogliono parità dei diritti ma vogliono anche privilegi, come essere le persone alle quali deve essere pagato tutto. Non arriverà mai più alcuna contestazione sull’assurda riflessione di Amedeo, lasciando intendere che il film sia d’accordo con essa.
Si vuole parlare dell’unione tra anziani e giovani ma nessuna interazione tra questi viene mostrata, si vuole parlare di altruismo ma i protagonisti sono egoisti fino alla fine e non aiutano mai nessuno con sincerità, si vuole parlare di femminismo ma poi la donna vuole tutti i privilegi ed è attratta dall’uomo maschilista con l’illusione di correggerlo. Con Oi Vita Mia i comici Pio e Amedeo dimostrano una forte superficialità ed il loro desiderio di essere trasgressivi e non perbenisti va in contrasto con l’idea di integrazione perché la mentalità italiana, per creare una reale evoluzione sociale, deve cancellare il conformismo, ma loro non hanno mai il coraggio di farlo e cercano di tenere due piedi in una scarpa. Il voler cimentarsi nella commedia dolce-amara con tinte tragiche non basta, perché le intenzioni di dare spazio alle donne ed ai diversi appare solo come un’azione ipocrita perché la base rimane sempre retrograda.





