Presentato in anteprima al 43° Torino Film Festival come “film segreto”, rivelato ufficialmente il 26 novembre, Marty Supreme segna il ritorno alla regia – per la prima volta in solitaria – di Josh Safdie. Interpretato da Timothée Chalamet, il film è tra i titoli più attesi della stagione, anche in prospettiva Oscar, con l’attore nuovamente in corsa per una possibile candidatura dopo aver mancato il premio nella precedente edizione, superato da Adrien Brody per The Brutalist. Commedia e thriller sportivo dalla durata di circa 150 minuti, l’opera arriverà nelle sale italiane il 22 gennaio 2026 distribuita da I Wonder Pictures, mentre negli Stati Uniti sarà A24 a occuparsi della distribuzione. Dopo il Leone d’argento per la miglior regia conquistato dal fratello Benny a Venezia 82 con The Smashing Machine, Josh Safdie è ora pronto a presentare al mondo il suo primo progetto da solo.
Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, la trama di Marty Supreme segue le ambizioni di Marty Mauser (Timothée Chalamet), giovane appassionato di ping-pong deciso a trasformare la sua passione in una carriera da campione. Pur circondato da scetticismo e persone convinte che il suo obiettivo sia una fantasia irrealizzabile, Marty non rinuncia al proprio sogno. Anzi, è pronto a spingersi oltre ogni limite, affrontando ostacoli e cadute pur di conquistare il successo che immagina per sé. Si specifica che non si tratta di un biopic annunciato, ma pare sia liberamente ispirato al giocatore di ping pong Marty Reisman. Date le premesse e le aspettative generatesi attorno a questo lungometraggio nel corso dei mesi, com’è Marty Supreme? Di seguito, la recensione del film di Josh Safdie con Timothée Chalamet.

La recensione di Marty Supreme: la memorabile rappresentazione di un talento sospeso tra euforia e instabilità
Pur partendo con alcuni stilemi ed espedienti narrativi da biopic convenzionale, Marty Supreme cambia marcia poco dopo sorprendendo e travolgendo per l’intensità con cui Josh Safdie mette in scena la traiettoria del suo particolare protagonista. Affidandosi ad un Timothée Chalamet in grande spolvero, ancora una volta capace di restituire la complessità emotiva e psicologica del personaggio che interpreta con un’espressività magnetica e con una performance fisica di assoluto livello, il regista si serve del ping pong come stratagemma per raccontare qualcosa di molto più stratificato di quanto non sembri superficialmente. Grezzo e al contempo raffinato, il primo film in solitaria di Josh Safdie mette così in risalto le zone d’ombra dell’ossessione e delle innate tendenze autodistruttive dietro il talento, con delle sequenze memorabili degne di un grande instant cult.
In Marty Supreme, dunque, il ping pong è sì il contesto narrativo, ma diventa una vera grammatica cinematografica. Si assiste infatti ad un’oscillazione continua tra euforia e collasso emotivo, come nei migliori eventi sportivi, mentre il montaggio nevrotico – quasi da jazz verrebbe da dire -, i primi e primissimi piani, le inquadrature strette e i dialoghi incalzanti sembrano rimbalzare da un personaggio all’altro con la stessa imprevedibile rapidità della pallina sul tavolo da gioco. Il risultato è un’opera in cui ritmo, tensione e derive emotive e psicologiche si intrecciano in un flusso in moto perpetuo che traduce la logica del ping pong in un linguaggio filmico di straordinaria vivacità. I personaggi vanno e vengono lasciando sempre il segno, in ogni scena, ragion per cui ciascuno di essi ricopre comunque un ruolo di primaria importanza per gli eventi raccontati, anche grazie ad una scrittura che osa sia per l’umorismo nero che per i costanti risvolti amari.
Safdie trascende i rigidi schemi del biopic o, più in generale, del film sportivo, e costruisce una traiettoria narrativa e visiva che va ben oltre. Marty Mauser/Supreme è un talento eccentrico in ascesa, ha un desiderio che insegue con una determinazione tale da sfociare in mania, eppure l’altalena di emozioni che prova – dalla paura alla commozione – lascia che affiorino le fragilità dell’ambizione. C’è anche tanta disperazione dietro il bisogno di affermazione di Marty, e la sua voglia di competere è mossa dal tentativo di imporre un ordine in un mondo che tende a respingere, confondere e persino negare riconoscimento. A tal proposito, i luoghi filmati dal regista diventano spazi liminali, ambienti caotici, sovraffollati, a volte degradati, in cui il protagonista non si perde, anzi, ci vive. Si tratta di confini che sono parte strutturale di una qualunque grande città statunitense, luoghi dove la sopravvivenza prende forme improvvise, talvolta autolesioniste. Da questo punto di vista, la marginalità non è solo uno sfondo, bensì una vera e propria condizione esistenziale, una lente attraverso cui leggere gli atteggiamenti – simili o differenti – dei personaggi.
La metropoli interpreta un ruolo, è un personaggio a tutti gli effetti che presenta una geografia composta da corridoi stretti, sotterranei, palestre, bar periferici, piccoli appartamenti. Ogni luogo è fortemente instabile, soffocante, claustrofobico, poiché si sta pur sempre raccontando una storia in una città che non salva, ma che al contrario mette continuamente alla prova chi la abita, immergendolo nel caos e nelle sonorità aggressive. Ciò che viene mostrato è che più ci si trova ai margini, più l’ambizione diventa febbrile, incontrollabile, e di conseguenza il patto con il successo viene deformato passo dopo passo. Marty Supreme diventa allora la rappresentazione dello stato di guerra di tutti contro tutti, concetto descritto dal filosofo Thomas Hobbes per cui per natura gli individui vivrebbero in uno stato di conflitto continuo, seguendo i propri istinti pur di sopravvivere. Questa condizione di insicurezza permanente e di confronto ostile senza tregua scandisce gli eventi narrati da Safdie nel film, poiché il protagonista tenta in tutti i modi di scavalcare posizioni per salvarsi dall’oblio a cui sembra destinato dalla nascita.
Marty Supreme e il dialogo con il cinema di Scorsese
Energico e fuori controllo, il protagonista scritturato da Josh Safdie condivide molte caratteristiche dei personaggi scorsesiani: Marty Mauser viene divorato da una spirale di eccessi, laddove l’ossessione diventa motore narrativo e l’etica si fa sempre più ambigua, evidenziando le criticità del sogno americano. Il dialogo tra Marty Supreme e il cinema di Martin Scorsese non si ferma ai personaggi, poiché anche gli ambienti urbani incarnano un ecosistema nervoso, pulsante, spesso avverso. Come in Diamanti Grezzi (2019), anche qui la città viene trasformata in un campo di tensioni popolato da voci che si urlano sopra.
Persino la colonna sonora, oltre al montaggio e allo stile registico, arriva a dettare il ritmo e l’intensità emotiva del film, rafforzando le contaminazioni derivate dai film di Scorsese. Non si tratta di citazionismo, poiché Josh Safdie sembra ereditare queste peculiarità per spingerle verso un’estetica autoriale più estrema, grezza e simultaneamente affascinante, con eventi spesso caratterizzati da situazioni inverosimili. Tutto ciò si sposa alla perfezione con un protagonista borderline, tanto carismatico quanto irritante, magnetico quanto problematico, e che inevitabilmente oscilla tra ingegno e annientamento. È proprio in questa prospettiva che Marty Supreme rende il suo sguardo incisivo, e non nel gesto sportivo, ma nel gesto umano – vulnerabile, convulso, ostinato – di chi tenta di farsi vedere in un mondo che corre così in fretta da non guardare davvero.
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