Quando si parla di The Running Man è impossibile non ricordare la curiosa storia del suo autore originale. Stephen King, all’epoca già un fenomeno editoriale, temeva che la sua popolarità dipendesse più dal peso del suo nome che dalla qualità della sua scrittura. Per questo decise di pubblicare il romanzo (da noi adattato col titolo L’uomo in fuga) sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, un’identità creata apposta per vedere se i suoi libri avrebbero retto il mercato senza la firma ingombrante di “Stephen King”. Il gioco durò fino al 1985, quando un impiegato di una libreria scoprì che lo stile di Bachman somigliava fin troppo a quello di King e trovò conferme negli archivi editoriali. La notizia fece rapidamente il giro della stampa e King fu costretto ad ammettere la verità, decretando così la fine di Bachman, “morto” ufficialmente di un ironico cancro dello pseudonimo.
Prima di arrivare alla nuova reinterpretazione di Edgar Wright, vale la pena ricordare che The Running Man (meglio conosciuto come L’implacabile) aveva già conosciuto un celebre adattamento cinematografico: quello del 1987 con Arnold Schwarzenegger. Un film che, pur diventando un piccolo cult della fantascienza muscolare anni ’80, tradiva quasi completamente il tono cupo e disperato del romanzo. Laddove King immaginava una fuga disperata attraverso un’America al collasso, il film con Schwarzenegger puntava su un’estetica da game show ipercromatico, battute taglienti, gladiatori pop e una satira politica più superficiale, schiacciata dall’esuberanza fisica del suo protagonista.
The Running Man, quando ogni minuto è prezioso
The Running Man racconta la storia di Ben Richards (Glen Powell), un uomo disperato in un futuro distopico che, per ottenere denaro e salvare la sua famiglia, accetta di partecipare a un letale reality show televisivo. Per trenta giorni deve fuggire in un’America degradata mentre cacciatori professionisti e l’intera nazione lo braccano in diretta. Più sopravvive, più aumenta la ricompensa insieme alla crudeltà del gioco e la manipolazione dei media che lo circonda. Da questo punto di vista uno degli aspetti più meritevoli è proprio la sceneggiatura. Wright, insieme a Michael Bacall alla sceneggiatura, non si limita a usare il romanzo come base: lo rispetta quasi letteralmente nelle sue linee tematiche fondamentali.
La storia di Richards non è più quella dell’eroe forzuto pronto a ribaltare lo show con battute one-liner da action anni ’80, ma quella di un uomo disperato e costretto a mettere in vendita la propria vita per salvare chi ama. C’è il pessimismo del romanzo, la povertà, il senso di oppressione e l’avidità di un sistema televisivo che macina carne umana per audience. Wright costruisce un mondo degradato e non tradisce mai la gravitas dell’opera originale, nel bene e nel male. Nonostante la potenza del suo incipit e l’efficacia della premessa distopica, The Running Man soffre però di un evidente cambio di tono nella seconda parte. Dopo una prima metà tesa, asciutta e quasi claustrofobica, il film (così come il romanzo) accelera in modo più dispersivo: il ritmo si dilata, i dialoghi diventano più verbosi e la fuga di Richards, invece di stringersi attorno alla sua disperazione, tende ad allargarsi in una serie di digressioni che spezzano la compattezza iniziale. Anche i personaggi secondari che compaiono lungo il percorso, pur funzionali alla trama, non lasciano un’impronta davvero memorabile; più pedine narrative che figure capaci di incidere emotivamente. È un cambio di registro che non rovina l’opera, ma che ne smorza un po’ la forza, rendendo il climax finale meno chirurgico e più rumoroso rispetto alla crudezza folgorante con cui la storia era iniziata.

Correre per sopravvivere
La vera rivelazione, però, è Glen Powell. Da qualche anno in piena ascesa, qui conferma di essere uno degli attori più versatili della sua generazione. Powell offre un Ben Richards intenso, tormentato, credibile nella fisicità ma soprattutto nella fragilità. Non è un superuomo, non è un eroe d’azione tradizionale: è un uomo comune, esasperato, che l’ingiustizia e la miseria hanno trasformato in un fuggitivo a cui è impossibile non voler bene. Come un novello Tom Cruise, Powell regge il film sulle spalle con un carisma sobrio, mai sopra le righe, mostrando come la sua performance sia ancora più efficace proprio grazie al tono più drammatico e adulto voluto da Wright.
Inoltre, il tono stesso della pellicola lavora a favore del suo protagonista: la regia energica e l’ironia calibrata permettono al carisma di Powell di emergere con forza, fino a dominare la scena e diventare il vero motore emotivo del film. Il gusto retrò dell’action anni ’90 funziona anche come omaggio dichiarato a un tipo di cinema d’azione che oggi si vede sempre meno. Edgar Wright abbraccia apertamente quell’estetica: nelle sequenze più adrenaliniche inserisce un ritmo, una grana visiva e un’esuberanza coreografica che richiamano in modo limpido e affettuoso i film d’azione di quell’epoca. Dal punto di vista registico, quindi, si potrebbe dire che Wright appare più quadrato del solito, lasciando da parte la follia che ha caratterizzato i suoi lavori più celebri, dalla Trilogia del Cornetto a Scott Pilgrim vs The World. Il regista tempera il suo consueto eclettismo per costruire un ritmo più controllato e una narrazione più lineare, pur senza rinunciare del tutto alla sua cifra stilistica seppur ammorbidita rispetto al passato.

La distopia in diretta in un gioco al massacro
Non sarà il miglior film di Edgar Wright, ma The Running Man rimane senza dubbio uno dei migliori adattamenti cinematografici di Stephen King, riuscendo a combinare tensione, ironia e azione in una forma che onora il romanzo originale. Recuperando la tensione distopica del romanzo di King/Bachman, giocando con l’adrenalina dell’action anni ’90 e facendo emergere protagonisti carismatici come Glen Powell, Wright costruisce un film che è allo stesso tempo omaggio e reinvenzione. Tuttavia alcune scelte, come la seconda parte più verbosa e i personaggi secondari non del tutto memorabili, sottraggono un po’ di compattezza alla narrazione. Così come il tono, più quadrato rispetto alla follia tipica dei suoi lavori precedenti, smorza la sua consueta eccentricità. Non perfetto, ma decisamente riuscito: The Running Man coniuga tensione, ironia e azione in un film che merita di essere visto.




