Alan Ritchson ha tanti motivi sotto forma di addominali in bella mostra per aver ottenuto un grande successo su Amazon Prime Video, tanto da aver tentato la strada anche nel mondo della settima arte, dopo aver conquistato la piattaforma con l’ormai celebre Reacher; per questo motivo, dopo aver preso parte a Motor City di Potsy Panciroli (di cui abbiamo realizzato una recensione in anteprima direttamente dalla Mostra del Cinema di Venezia 2025) lo vediamo nuovamente nella realtà che l’ha lanciato, questa volta in un formato differente e più scanzonato, che sembra ricordare un qualcosa di visivamente simile alle operazioni comiche di John Cena, tra cui quella di Ricky Stanicky; il film che lo accoglie da protagonista, accanto a Kevin James, è Playdate, e occorre specificare immediatamente che il risultato rasenta il pessimo, se non fosse per qualcosa che – dal momento che si parla di sequel – lascia comunque una minima speranza; ma vediamo di seguito a che cosa ci riferiamo per mezzo della recensione di Playdate su Prime Video.
Playdate e padri sull’orlo di una crisi di trash
Il modo di fare commedia, al giorno d’oggi, ci stupisce sempre di più, soprattutto per una sempre più marcata cancellazione di quegli stilemi tradizionali che costituiscono il prodotto di sana mediocristas, specie sulle piattaforme: in questo senso, Prime Video non brilla per grandissimo acume e fa ciò che maggiormente vende, almeno in termini di visualizzazioni spicciole, affidandosi a un certo mercato spiccatamente più action e inserendo scazzottate e fughe in auto anche quando se ne potrebbe fare a meno; così è per Playdate, che sembra avere inizialmente una direzione più classica (nel rapporto turbolento tra un padrino e un figlio, contrapposto a quello ideale ma piuttosto particolare di due conoscenti), salvo poi diventare tutt’altro.
Lucas, un bambino che si vuole per forza far giocare a lacrosse per stabilire un rapporto col suo patrigno Brian, ma che in realtà sembra essere appassionato da tutt’altro (TikTok è ormai diventato parte del racconto più quotidiano, anche se nei film non lo si chiama ancora per nome – qui diventa DikDok), diventa ben presto l’oggetto della narrazione sull’imperfezione di padri che vengono colti nelle loro fragilità; accanto ai due, in effetti, notiamo Jeff con quello che sembra essere suo figlio, CJ, così chiamato perché in qualche modo ricorda del burro d’arachidi. Un rapporto così idilliaco da non sembrare vero, e in effetti non è così: dietro quella grande perfezione c’è tutta una storia da svelare, con misteri di clonazione, magnati nerd, passati militari difficili e tanto altro; due padri sull’orlo di una crisi di trash, che provano a sopravvivere come figure genitoriali in qualsiasi modo e che finiscono, costantemente, per fallire, pur conservando l’amore dei (non) figli.
La recensione di Playdate: perché ridere non è abbastanza
La verità è che un cinema di questo genere non è necessariamente sbagliato: non lo sarebbe nella sala cinematografica e non può esserlo, soprattutto, su una piattaforma di streaming, che ha bisogno anche di prodotti di questo genere per logiche puramente commerciali; ciò che forse spaventa di più, almeno in termini di puro posizionamento, è che Playdate abbia una sola cornice possibile: quella del sottofondo, della domenica pomeriggio, della comodità da divano e delle risate da fare in famiglia; un film, insomma, che cerca di unire tutte le possibili componenti in un solo gomitolo generale di riferimenti sparsi, citazioni qua è là, scene divertenti e altri archetipi di un genere action particolarmente muscolare, che trova nel suo Alan Ritchson la figura di riferimento.
Le commedie demenziali e basta alla Peter Farrelly (che del resto è anche la mente di Green Book, così da restituire l’ideale di un modo di fare cinema che stupido non è), insomma, sono tanto legittime quanto importanti nel mondo del cinema: Playdate, gioco-forza, non appartiene a questo genere. Il film con Kevin James e Alan Ritchson regala sì qualche risata, anzi probabilmente anche più di una: nel cameo di Paul Walter Hauser, nelle citazioni volutamente goffe (come la danza della tortura di Le Iene), nell’esagerazione smodata del primissimo atto; poi, naturalmente, si piega a una classica andatura tipica del cinema contemporaneo, che tenta di accontentare tutti, di convogliare ogni pubblico di riferimento – poiché la commedia più becera ed eccessiva è tutto fuorché accogliente -, di spiegare a ogni costo, di inserire il dramma e la spiegazione, di presentare una morale simil-fiabesca, oltre che uno scenario da risolvere; ne derivano i discorsi sulla paternità, che certo appaiono interessanti ma che vengono reiterati praticamente per gran parte del film sempre allo stesso modo, così come la solita, fiacca e veloce critica al capitalismo industriale attraverso la figura del magnate di turno, interpretato da Alan Tudyk.
Plydate, insomma, poteva essere addirittura peggiore (e più volgare) nel suo essere trash, muscolare, intriso di soli inseguimenti e scazzottate, e probabilmente sarebbe stato anche meglio per un film che si accontenta di restare in superficie, di citare qua e là, di lambire ogni possibile meccanismo comico, anche sul piano della messa in scena che – purtroppo – resta decisamente sterile soprattutto in termini di regia e di inquadrature, per gran parte incentrate su camere fisse nelle scene in auto e che non sembrano mai accompagnare a dovere i momenti in cui l’azione dovrebbe essere preminente sullo schermo; un consiglio per il futuro, dal momento che di sequel si sta già parlando, è allora di calcare la mano, di generare caos a partire dall’aspetto tecnico, di fallire se necessario, per tornare a far ridere e basta. Ché di ragionamenti semplicistici, probabilmente, si è già troppo saturi.







