A partire dal 7 settembre 2025, ha fatto il suo esordio sulla piattaforma di streaming Apple TV+ la nuova serie Pluribus, ideata da Vince Gilligan e con Rhea Seehorn protagonista; i primi due episodi, che anticipano la distribuzione settimanale dei 9 episodi – in attesa della seconda stagione praticamente già pronta – di Pluribus sono stati accolti, a ben vedere, da un 100% di recensioni positive e da un atteggiamento incredibilmente lusinghiero da parte della critica, a dimostrazione di un lavoro sontuoso messo in piedi nella nuova serie televisiva; ma cerchiamo di vedere più da vicino per quale motivo se ne parla così bene, a partire dalla recensione dei primi due episodi di Pluribus, rispettivamente Noi siamo noi e Piratessa.
La trama di Pluribus 1×01 e 1×02: Noi siamo noi e Piratessa
Nel prendere in considerazione la trama di Pluribus, per quanto riguarda i primi due episodi della serie che prendono il titolo di Noi siamo noi e Piratessa, diamo innanzitutto uno sguardo a quel countdown che figura sullo schermo: successivamente, scopriremo che si tratta del momento in cui sulla Terra giunge il virus che costruirà una coscienza collettiva che governa praticamente tutto il genere umano, fatte salve 12 persone. Il tutto inizia quando degli scienziati ottengono un segnale che viene da 600 anni luce e che si struttura con una sequenza particolare, di RNA: trattasi di una serie di elementi che permettono di generare – ormonalmente e non solo – del benessere negli esseri umani, in nome della costruzione di una sola coscienza collettiva a cui risponde ognuno, per mezzo dei suoi ricordi, sensazioni e conoscenze.
Tra coloro che non sono colti dal virus di Pluribus c’è Carol, la scrittrice di una serie di libri fantasy che, nonostante abbia grande successo, è piuttosto insoddisfatta della sua vita e del modo in cui il pubblico recepisce i suoi romanzi di bassa qualità; dopo essere stata sconvolta dall’evento, che provoca la morte della sua amica e manager, Carol tenta di reagire dapprima mettendosi in contatto con l’essere che si definisce “noi”, poi tentando di conoscere gli altri che non sono entrati a far parte della coscienza collettiva, nonostante il contatto. Tuttavia, nonostante il mondo sia già un qualcosa di completamente differente – con comportamenti già visibili, come la coscienza che tende ad accontentare qualsiasi essere umano, apparentemente incurante di implicazioni morali – tutti coloro che non sono stati toccati dal virus sembrano approfittare della situazione, e Carol resta l’unica che intende contrastare quanto sta avvenendo.
Pluribus e la nuova incursione di Vince Gilligan nella fantascienza
Il successo planetario di Vince Gilligan non ha assolutamente bisogno di spiegazioni, e il prodotto con cui il celebre regista e sceneggiatore decide di tornare sulla cresta dell’onda è, al di là di ogni altra valutazione qualitativa, sicuramente molto interessante; innanzitutto perché non sembra disposto a scendere a compromessi – Gilligan ha già realizzato la seconda stagione di Pluribus, prima ancora che potesse essere recepito dal pubblico -, in secondo luogo perché costituisce un ritorno alla fantascienza che l’aveva già visto impegnato con X-Files, e che ora rende lo sci-fi terreno fertile per un racconto dalle grandissime implicazioni morali, che portano lo spettatore (così come quei, pochi, personaggi dotati di una coscienza individuale) a porsi degli interrogativi, orientando la propria scelta e lasciando che il ragionamento possa attivarsi anche a seguito della visione. Quella di Pluribus, almeno per quanto riguarda i primi due episodi della serie, è un’indagine sicuramente molto affascinante sul tema dell’umanità e dell’individualità, in un periodo storico in cui entrambi gli elementi sembrano risentire di una grande corrosione dettata dagli eventi, oltre che dalla valutazione degli stessi.
Per questo motivo, è impossibile non pensare al momento storico vissuto in termini di socialità, con l’intelligenza artificiale – e tutto ciò che ne consegue, dall’essere people pleaser fino all’assottigliarsi sempre più netto di tutti quei tratti distintivi che connotano l’umanità – che governa la narrazione dei nostri tempi, e con una concezione dell’alieno, o comunque di ciò che è al di fuori da sé, che non necessariamente è da pensarsi come violenta. La coscienza collettiva di Pluribus è, per quanto veloce e preponderante, apparentemente innocua e accondiscendente, eppure in ciò che genera – di fatto, un totale annullamento di qualsiasi elemento di individualità – comporta un certo grado di inquietudine, che spettatore e personaggio protagonista condividono; il tutto, ovviamente, in nome di una certa disposizione degli elementi in scena che sembra maniacale in ogni espressione della serie TV: leggevamo, a nostro dire purtroppo, di una certa lentezza dei primi due episodi e di un focalizzarsi su elementi “inutili”; visioni che non possiamo condividere e che, indipendentemente da una valutazione qualitativa di ciò che è Pluribus, sembrano non cogliere lo spirito generale della serie televisiva, oltre che gli ultimi prodotti portati sullo schermo da Vince Gilligan.
Nelle poco più di due ore scarse, Pluribus è stato già perfettamente in grado di costruire un immaginario sociale, territoriale e fantascientifico di grandissimo livello, in cui la scrittura non è soltanto sopraffina, ma anche in grado di superare l’ostacolo principale di una teorizzazione dell’ideale di una coscienza collettiva: di fatto, si potrebbe pensare, scrivere un personaggio vuol dire scriverne un po’ tutti, se immaginiamo che tutti gli esseri umani ragionano allo stesso modo, ma è proprio in questo senso che il lavoro di Pluribus è estremo nel costruire perfettamente personaggi immediatamente de-umanizzati, che rifuggono le logiche di un’individualizzazione del virus o della risposta allo stesso; il tutto, naturalmente, contrapposto a una Carol magistralmente interpretata nel corso dei primi due episodi. E c’è spazio, tra riferimenti ed elementi che lasciano già tanto pensare in virtù dei futuri sviluppi, anche su un’interessantissima riflessione sul tema del consenso e della connotazione di umanità propriamente detta: anche in un mondo apparentemente felice e privo di guerre o altre fratture sociali il benessere non è soltanto una condizione precostituita, ma un elemento di conquista fisica e conflittuale, per cui la prima grande crepa si ritrova nel momento in cui la coscienza collettiva non percepisce (né esprime) dissenso nell’essere trattata da oggetto sessuale, impegnata com’è nel soddisfare acriticamente ogni bisogno umano. I prossimi episodi sapranno dirci se le impressioni iniziali sono tutte corrette ma, la sensazione, è quella di ritrovarsi fronte alla serie migliore del 2025 per distacco.






