Hellboy, l’eroe che il cinema non sa più raccontare

All’inizio degli anni 2000 Hellboy sembrava pronto a ritagliarsi un posto stabile nell’olimpo dei cinecomic. Con un’estetica unica e una forte impronta autoriale, il Diavolo Rosso creato da Mike Mignola aveva tutto per sfondare. Eppure, qualcosa è andato storto lungo il cammino. Scopriamo perché Hellboy non riesce più a emergere come un tempo.
Perchè i film di Hellboy non funzionano al cinema

Hellboy nasce nel 1993 dalla mente di Mike Mignola, artista e autore affascinato da miti, folklore e atmosfere gotiche. Dopo anni di lavoro per Marvel e DC, dove sentiva però di non esprimere appieno la sua visione, Mignola decide di creare un personaggio tutto suo: un demone evocato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma cresciuto dagli americani per combattere le forze oscure. Il primo vero esordio avviene con Hellboy: Seed of Destruction (1994), pubblicato da Dark Horse Comics, con i testi co-scritti insieme a John Byrne. Il personaggio incarna la dualità tra destino e libero arbitrio, tra il mostro e l’eroe, ed è immerso in un mondo ricco di suggestioni lovecraftiane, occultismo e leggende popolari. La genesi di Hellboy è dunque il frutto dell’esigenza di Mike Mignola di raccontare storie cupe, malinconiche e intrise di mistero e paranormale, dando vita a un mondo narrativo unico, popolato da mostri, miti dimenticati e antichi orrori. Il tutto reso vivo da uno stile grafico inconfondibile, essenziale, ombroso, minimalista ma maledettamente funzionale alla natura solitaria, ambigua e profondamente umana del personaggio.

Perchè i film di Hellboy non funzionano al cinema

I primi due adattamenti: Hellboy e la Golden Age di Guillermo Del Toro

Per raccontare le vicende di un mostro, ci vuole qualcuno che di mostri se ne intenda davvero. Il regista messicano Guillermo Del Toro sembrava l’uomo giusto al momento giusto per portare sul grande schermo il Diavolo Rosso nato dalla mente di Mike Mignola. Forte del successo del suo precedente lavoro, Blade II  (fortunato sequel del cacciatore di vampiri interpretato da Wesley Snipes), Del Toro aveva già dimostrato di saper mischiare l’horror con l’azione più sfrenata. Così, nel 2004, Hellboy vide finalmente la luce, in un periodo in cui i cinefumetti erano ancora pochi e il panorama cinematografico non era saturo come lo è oggi. Proprio questa relativa libertà e freschezza permisero al film di distinguersi, offrendo al pubblico qualcosa di diverso: un eroe mostruoso ma profondamente umano che, proprio come nel fumetto, mette i suoi poteri a disposizione per combattere il Male nella sua forma più antica e pericolosa. Del Toro riuscì a infondere nel primo Hellboy una forte impronta autoriale, pur lavorando all’interno dei confini del genere cinecomic. Il film fu una boccata d’aria fresca: cupo ma ironico, gotico ma non deprimente, pieno di creature meravigliosamente grottesche e atmosfere da fumetto dark. Ron Perlman, attore feticcio di Del Toro, era semplicemente perfetto nei panni di Hellboy: burbero, sarcastico, emotivamente trattenuto ma vulnerabile sotto la scorza da duro. Accanto a lui, un cast efficace (Selma Blair, Doug Jones, John Hurt) e una regia che sapeva bilanciare spettacolo, introspezione e bizzarria. Il film, seppur non un enorme successo commerciale, divenne rapidamente un cult, consolidando il legame tra Del Toro e l’universo di Mignola, anche se con alcune libertà narrative rispetto al materiale originale.

Il successo del primo capitolo aprì le porte a un seguito ancora più ambizioso: Hellboy II: The Golden Army, uscito nel 2008. Liberato da molte delle limitazioni produttive del primo film e forte del successo internazionale de Il Labirinto del Fauno (2006), Del Toro poté finalmente dare sfogo alla sua immaginazione senza freni. Se il primo Hellboy era un noir sovrannaturale con elementi horror, The Golden Army vira decisamente verso il fantasy fiabesco, immergendo il protagonista in un conflitto tra il mondo degli uomini e quello delle creature magiche, guidate dal principe ribelle Nuada (Luke Goss). Visivamente sbalorditivo, il film è un trionfo di creature artigianali, make-up prostetico e scenografie barocche: un’opera che racchiude tutta la visionaria estetica del regista messicano. Ma nonostante la bellezza visiva e l’approfondimento emotivo dei personaggi, con Hellboy sempre più diviso tra il suo ruolo di salvatore e la sua vera natura, il film non ottenne il successo sperato al box office. Complice anche l’uscita ravvicinata con Il Cavaliere Oscuro (di Christopher Nolan), il secondo capitolo non incassò abbastanza da giustificare un terzo episodio. Un colpo duro per i fan, che da allora attendono invano la conclusione della trilogia immaginata da Guillermo Del Toro.

Perchè i film di Hellboy non funzionano al cinema

Il flop del 2019: Hellboy di Neil Marshall

Nonostante l’interesse di pubblico e critica verso il secondo film, Hellboy 3 non venne mai realizzato. Le ragioni furono molteplici, ma tutte ruotavano attorno a un problema chiave: i soldi. Il secondo capitolo, pur amato dai fan, non incassò abbastanza per convincere i produttori a investire in un terzo episodio, che nelle intenzioni di Del Toro sarebbe stato il più cupo, ambizioso e apocalittico della saga. Il regista aveva in mente una conclusione epica e tragica: Hellboy avrebbe finalmente abbracciato il suo destino di distruttore del mondo, per poi sacrificarsi in un gesto estremo di redenzione. Ma un progetto del genere avrebbe richiesto un budget importante, e nessuno studio era disposto a rischiare. Inoltre, i diritti sul personaggio erano gestiti in modo frammentato e complesso rendendo difficile far partire ufficialmente la produzione. Negli anni successivi, mentre Del Toro si concentrava su altri progetti (tra cui la pre-produzione de Lo Hobbit poi diretto da Peter Jackson, il fantascientifico Pacific Rim, l’horror Crimson Peak e il premiato La Forma dell’Acqua), l’idea di un terzo capitolo andò lentamente a spegnersi. Nel 2017, lo stesso regista annunciò pubblicamente che Hellboy 3 non si sarebbe mai fatto.

Al suo posto, nel 2019, arrivò un reboot diretto da Neil Marshall (The Descent – Discesa nelle tenebre), con David Harbour, già noto per Stranger Things, nei panni del protagonista. Un tentativo dichiarato di rilanciare il franchise con un’atmosfera casinista e un RatingR (vietato ai minori non accompagnati) a farla da padrone, donando al film un tono più maturo e violento. Il risultato fu però un fallimento clamoroso, sia di pubblico che di critica. Il film venne stroncato per la sceneggiatura confusa, gli effetti speciali scadenti, il montaggio disorientante e una generale mancanza di direzione. Harbour offrì un’interpretazione dignitosa, ma schiacciata da un copione che oscillava tra il grottesco gratuito e il caos narrativo. In più, il paragone con la visione poetica di Del Toro fu inevitabile ed impietoso. Il reboot tentava di mettere troppa carne al fuoco, mescolando folklore, creature, streghe e (troppa) violenza visiva gratuita senza mai trovare un tono stabile. A rendere le cose peggiori, furono anche i retroscena: secondo diverse fonti, la produzione fu segnata da scontri creativi tra regista e produttori, continue riscritture e un clima caotico sul set. Tutti ingredienti che portarono a un film sfilacciato e privo d’identità. Alla fine il reboot di Hellboy incassò meno di 55 milioni di dollari a fronte di un budget di circa 50, chiudendo ogni possibilità di sequel.

Perchè i film di Hellboy non funzionano al cinema

Da cult a caso irrisolto: il difficile rapporto tra Hellboy e il grande schermo

Negli anni 2000 Hellboy era un prodotto relativamente originale: un eroe demoniaco, tormentato, sarcastico, figlio dell’inferno ma cresciuto per combattere il male. Quasi un paradosso vivente insomma. In quel periodo il panorama cinematografico dei supereroi era ancora in via di definizione, tuttavia oggi siamo in un’epoca di saturazione del genere, dominata da Marvel e DC, che hanno imposto standard narrativi, visivi e produttivi estremamente elevati. Hellboy, con il suo tono cupo, horror e spesso grottesco, non riesce più a distinguersi abbastanza da offrire qualcosa di realmente nuovo. Al contrario, rischia di apparire come un’imitazione più rozza o fuori moda rispetto ai prodotti delle major. Inoltre Red (il soprannome del protagonista che da il titolo ai film e al fumetto) è un eroe anomalo: non è carismatico secondo i canoni hollywoodiani, non ha una morale cristallina, è segnato da una profonda malinconia e una relazione conflittuale con il proprio destino (annunciatore dell’Apocalisse). Questo lo rende perfetto per il cartaceo, dove c’è spazio per sfumature, silenzi, storie brevi e misteriose (come nel caso del recente e sfortunato adattamento di Hellboy: L’uomo deforme, trovate la nostra recensione QUI). Ma nel cinema mainstream, dominato da narrazioni lineari e personaggi spesso monolitici, Hellboy risulta troppo alieno, troppo nichilista o anti-eroico per piacere al grande pubblico.

Infine, il mondo narrativo creato da Mike Mignola, fatto di nazisti necromanti, streghe slave, demoni lovecraftiani ed ambientazioni da folklore europeo, potrebbe risultare poco accattivante per un pubblico giovane, abituato a narrazioni più immediate, universi condivisi, ambientazioni urbane o cosmiche, e tematiche attuali (inclusività, diversità, tecnologia). Senza una modernizzazione intelligente (che non tradisca la fonte), Hellboy rischia di rimanere ancorato a un’estetica e una poetica che oggi suonano datate o di nicchia. Tuttavia, il personaggio potrebbe avere un futuro in altri formati, come serie animate adulte e/o miniserie televisive antologiche. Ma per funzionare, serve una visione forte, un rispetto per il materiale originale, e una strategia chiara di posizionamento che non cerchi di fare di Hellboy un supereroe tradizionale. Perché, semplicemente, non lo è.