Dopo il successo di BoJack Horseman (2014-2020), la serie animata composta da 6 stagioni con protagonista un cavallo parlante, decisamente umano, che racconta la sua vita fatta di ansie, paure, emozioni e riflessioni filosofico-esistenziali, l’autore Raphael-Bob Waksberg ha creato una nuova serie d’animazione di tutt’altro tipo. Si tratta di Long Story Short (dall’espressione inglese che significa “per farla breve”), la storia di una famiglia di origini ebraiche che vive in America, tutt’altro che perfetta e come diremo oggi, poco politically correct. Segue la recensione di Long Story Short, la serie d’animazione Netflix distribuita sulla piattaforma dal 22 agosto 2025.
La recensione di Long Story Short, la serie d’animazione Netflix creata da Raphael-Bob Waksberg
Una famiglia ebrea che fa battute irriverenti sugli ebrei, o sulla morte nel giorno di un funerale, o ancora che non ha paura di usare termini ed espressioni scortesi per la maggior parte censurate dalla televisione, dai giornali e dai media contemporanei: questo è il biglietto da visita delle scene iniziali di Long Story Short, la serie d’animazione creata da Raphael-Bob Waksberg distribuita su Netflix. Nei suoi 10 episodi di 20 minuti ciascuno di durata che compongono la prima stagione, si racconta la storia della famiglia ebrea Schwooper, nell’arco di circa 60 anni che va dal 1959 fino al 2022. Come già accennato, al di là dell’impatto visivo dell’originale tecnica d’animazione (che ricorda un po’ quella della serie Netflix Carol e la fine del mondo del 2023 creata da Dan Guterman), il primo aspetto da lodare è la scrittura dei dialoghi che salta terribilmente all’occhio – anzi all’orecchio – per la loro serratezza ritmica, logorroica, ma smorzata da un black humor tagliente ed estremamente divertente.
Altro aspetto che crea dinamicità narrativa sono i continui salti temporali da un anno all’altro nelle vite di ciascuno dei personaggi, tra ricordi, momenti da (non) dimenticare. Il vero motore narrativo, infatti, sono proprio i protagonisti della serie d’animazione, i componenti della famiglia Schwooper, caratterizzati e approfonditi minuziosamente sia dal punto di vista psicologico che estetico durante il loro percorso di crescita per i figli, e di vecchiaia per i genitori. Long Story Short è una serie d’animazione che sfrutta e ricorda per certi versi le tematiche e le situazioni incontrate in altri prodotti quali Modern Family, con un pizzico di irriverenza e sregolatezza alla Shameless (2011-2021) e Malcolm (2000-2006), con l’unica differenza che il racconto si svolge cronologicamente frammentato ma condensato in una stagione. Il vero punto di forza e concetto chiave dell’intera serie TV è quello di mostrare una famiglia imperfetta contemporanea senza eccedere in drammi, ma al contratio, facendo un eccellente uso dell’ironia e della blasfemia per rovesciare l’insostenibile pesantezza della vita.

Long Story Short e la nostra logorroica esistenza: perché funziona e cosa ci insegna
Guardando Long Story Short potrebbe sorgere spontanea la domanda se una serie animata di questo genere possa interessare o attirare l’attenzione di tutti. Per certi versi, una serie che si presta all’animazione – così come la precedente BoJack Horseman dello stesso creatore Raphael-Bob Waksberg – potrebbe essere considerata alquanto divisiva sia per la sua forma che per il suo contenuto. Certamente Long Story Short non è una serie per tutti, nel senso che potrebbe essere non apprezzata in modo assoluto dal pubblico per l’estrema verbosità dei dialoghi e il ritmo incessante dei salti temporali. Tuttavia, Long Story Short è una serie d’animazione che funziona poiché parla di tutti (noi).
Che tu sia un padre o una madre di famiglia come Elliot e Naomi, o un figlio come lo sono Avi, Shira e Yoshi, dal piccolo schermo, allo spettatore sembrerà di star spiando la loro quotidianità da una finestrella, di sentirsi estremamente vicini a loro e alle loro vite, fino a potervisi sovrappore in alcuni momenti e ricordi di gioia e dolore. Long Story Short, oltre a essere una straordinaria serie d’animazione realizzata e curata nei minimi dettagli dal punto di vista sia tecnico, che della sceneggiatura e dei personaggi, è qualcosa con cui sim- ed em- patizziamo perché ci vediamo riflessi in quello schermo in tutte le nostre imperfezioni di questa logorroica esistenza, e nel nostro incessante tentativo contemporaneo di vivere ognuno la propria famiglia imperfetta.






