Assente dal grande schermo da sette anni, Gus Van Sant torna al cinema con Dead Man’s Wire, iniziato a girare nel novembre del 2024 e finalmente presentato in anteprima mondiale fuori concorso all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Con protagonista assoluto Bill Skarsgård, il film racconta la storia vera di Tony Kiritsis, uno dei casi giudiziari più assurdi degli ultimi decenni negli Stati Uniti. A seguire, trama e recensione di Dead Man’s Wire.
La trama di Dead Man’s Wire, presentato in anteprima all’82esima Mostra del Cinema di Venezia
Presentato in anteprima fuori concorso all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Dead Man’s Wire è l’ultimo lungometraggio di Gus Van Sant, che torna così alla regia sette anni dopo Don’t Worry. Prima di passare alla sua analisi e recensione però, per dare maggior contesto ai lettori, riportiamo di seguito la trama del film:
“La mattina dell’8 febbraio 1977, Anthony G. “Tony” Kiritsis, quarantaquattro anni, entrò nell’ufficio di Richard O. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, e lo prese in ostaggio con un fucile a canne mozze calibro 12 collegato con un “dead man’s wire”, un cavo teso dal grilletto al collo di Hall. Questa è la vera storia del confronto che sconvolse il mondo: Tony chiese cinque milioni di dollari, di non essere né accusato né processato, e delle scuse personali da parte degli Hall per averlo truffato di ciò che gli era “dovuto””.
La recensione di Dead Man’s Wire, diretto da Gus Van Sant
Al netto di un discorso prettamente qualitativo (bello? Brutto? Non importa), sono film come Dead Man’s Wire a ricordarci perché il cinema è così bello. Gus Van Sant, che di questa arte è sempre stato un punto di riferimento, torna dopo sette anni di silenzio con un’opera non nostalgica, stanca o annoiata come tanti suoi colleghi negli ultimi anni, ma con un progetto che sembra invece averlo ringiovanito. Con Dead Man’s Wire, Van Sant aveva tutto da perdere: il materiale di partenza era pur sempre una storia vera che, ad una prima occhiata, lasciava immaginare poco margine di manovra per poter lasciare il segno, un prodotto dunque da vedere in televisione e dimenticare, come ce ne sono a decine. Poteva essere un fallimento, eppure si è rivelato uno dei più grandi titoli di questa 82esima Mostra del Cinema di Venezia.
Non può di certo sorprendere che un film di Gus Van Sant sia così riuscito però: stiamo parlando di uno degli autori più importanti degli ultimi 40 anni, che ha segnato il cinema indipendente e non statunitense e realizzato alcune tra le opere più ricordate nell’intera storia del cinema, come Belli e Dannati o Will Hunting. Insomma, non uno sprovveduto e, come al solito, si potrebbe parlare per ore dei vari tecnicismi, ma a fare la differenza è in primis l’idea alla base, quel seme che viene piantato e dà vita all’intero film. Ecco come viene scelta la storia di Tony Kiritsis, una storia vera che di vero sembra non avere nulla per quanto surreale ma che, proprio per questo motivo, diventa realtà assoluta e, soprattutto, come affermato dallo stesso regista, nel mentre della lavorazione, ha mostrato fin troppe somiglianze e richiami col periodo storico che stiamo vivendo, lei che è una storia vecchia di più di 50 anni.
Dalla strepitosa performance di Bill Skarsgård (a mani basse la migliore in carriera) al piccolo ruolo di Al Pacino (che, quasi a parità di minutaggio, sovrasta quello in un altro film presente al Lido, In the Hand of Dante), dalle musiche di Danny Elfman al modo in cui la colonna sonora stessa scandisce minuti, ore, giornate intere. Tra immagini di repertorio e split screen, Dead Man’s Wire trova anche il modo di far ridere, giocando dunque sul filo che divide commedia e dramma, e mostrando in maniera esplicita quanto Van Sant avesse voglia di tornare dietro la macchina da presa. Che si rida consapevolmente però, perché la follia di un racconto del genere è la follia di un fatto realmente accaduto e la stessa che, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, sempre più persone e potenti sembrano manifestare. In ogni caso, Dead Man’s Wire resta una meraviglia per gli occhi ed un rimedio per cuore ed anima che ha l’unico difetto di essere stato messo fuori concorso, perché avrebbe meritato senza ombra di dubbio di andare a premi.







