A House of Dynamite e la psicosi a-partitica di Kathryn Bigelow

Con Rebecca Ferguson e Idris Elba all’interno del cast, che agiscono nei panni dei protagonisti, A House of Dynamite è il nuovo film di Kathryn Bigelow realizzato in collaborazione con Netflix.
La recensione di A House of Dynamite, il nuovo film di Kathryn Bigelow con Netflix

Dopo aver vinto l’Oscar con The Hurt Locker, diventando la prima regista di sempre a riuscirci nell’ambito della regia, Kathryn Bigelow ha inaugurato una seconda parte della sua carriera, caratterizzata da un genere completamente differente e legato al tema della guerra, della sua rappresentazione e delle componenti più sociali, ideologiche e politiche. Zero Dark Thirty e Detroit sono gli ultimi esempi di questo suo cinema che, a Venezia82, viene portato ancor più in auge dal senso della minaccia nucleare con A House of Dynamite. Ma qual è il risultato del film in questione? Vediamo di seguito tutto ciò che c’è da sapere in merito, considerando la trama e la recensione del lungometraggio di Kathryn Bigelow.

Un’immagine di Rebecca Ferguson in A House of Dynamite di Kathryn Bigelow

La trama di A House of Dynamite: di che cosa parla il film di Kathryn Bigelow?

Il tema della minaccia nucleare e della sua rappresentazione, soprattutto nel senso di una comunità disgregata che tenta di affrontare un pericolo che viene dall’esterno, viene rappresentato con claustrofobia da parte della regista statunitense, che ha spiegato di essersi ispirata a quel clima di terrore che fin da bambina provava anche tra i banchi di scuola, quando era solito nascondersi sotto i banchi al primo allarme. La minaccia, che non accenna a finire date le condizioni del nostro presente, è l’emblema del nuovo film Netflix, ma di che cosa parla e qual è la trama di A House of Dynamite? Trattasi della seguente: Quando un missile di provenienza ignota viene lanciato contro gli Stati Uniti, inizia una corsa contro il tempo per stabilire chi ne sia responsabile e come reagire.

La recensione di A House of Dynamite: Kathryn Bigelow vittima di Netflix?

Il cinema di Kathryn Bigelow ha subito una particolare evoluzione nel corso degli anni, determinata dalla volontà di cambiare l’oggetto del proprio interesse verso il racconto della guerra, delle situazioni belliche, della trincea o ancora di quelle componenti di conflitto sociale e politico che si struttura tra paesi. Il suo sguardo, orientato ad un inquadramento di queste specifiche prospettive, ha permesso di raffrontare tali dinamiche in più oggetti, fino al thriller politico scritto da Noah Oppenheim e realizzato in collaborazione con Netflix: il risultato, così come ci si poteva aspettare, tenta di essere quanto più possibile apartitico e apolitico, scegliendo una direzione che sia differente rispetto al modo in cui la regista guarda il mondo, gli Stati Uniti o una specifica città degli stessi, quale Chicago. Fin dal suo primissimo lavoro, Kathryn Bigelow aveva perfettamente intercettato una certa difficoltà sociale e politica negli Stati Uniti, puntando spesso il dito verso una certa classe del paese in questione e riuscendo, in questo modo, a realizzare lungometraggi mai banali nella loro portata puramente politica. Anche A House of Dynamite segue questa declinazione, descrivendo una condizione che non ha nulla a che fare con i diretti interessati, con la minaccia da contrastare o con l’eroismo del popolo americano, ma che si concentra piuttosto sul modo in cui il potere viene gestito e il paese si sostiene, sulla base di una singola possibile decisione. 

La responsabilità umana e individuale di ogni addetto ai lavori diventa così enormemente importante, oltre che capace di determinare il possibile futuro di un intero paese, oltre che del pianeta Terra stesso: è in questo contesto che non si ammette la faziosità o la pretesa ideologica, puntando piuttosto su un’umanità che emerge dal singolo terrore, oltre che dalla decisione di salvare (anche se in piccola parte) delle vite. A House of Dynamite sceglie una via che Christopher Nolan aveva già utilizzato anche in Dunkirk: in quel caso, la scomposizione per piani temporali del film (acqua, terra, aria) forniva un responso della medesima azione con dilatazione e restringimento del campo e del modus operandi, mentre in questo caso Kathryn Bigelow tenta semplicemente di diversificare i punti di vista, inquadrando specificamente gli agenti del potere, sottolineando la portata ingente delle loro parole, incorniciando un piccolo frammento di esistenza e isolandolo rispetto al concetto generale; può dirsi un risultato certamente riuscito nella sua portata ideologica, ma viene purtroppo accompagnato da tanti, forse troppi, errori di montaggio e ridondanza, che rischiano di far percepire la differenza episodica non come una scansione dello spazio e tempo, bensì come una semplice differenza tra piani operativi, tra loro indipendenti. A proposito di ridondanze, non si può fare a meno di notare come il film prenda una direzione fin da subito comprensibile (la sospensione della decisione che viene reiterata per tre atti, corrispondenti a tre punti di vista differente), che portano ad una distensione troppo vigorosa del ritmo e del dinamismo, poi impegnato a ripercorrere i medesimi passi già intrapresi, semplicemente cambiando oggetto dello sguardo. 

Avvalendosi di buone interpretazioni, A House of Dynamite sceglie una direzione politica e tematica molto chiara, ovvero il modo in cui si reagisce all’invisibile minaccia esterna, svuotando di senso le camere del potere, i programmi e i protocolli decisioni, che del resto si affidano tutti alla scelta di un solo essere umano che, per quanto Presidente degli Stati Uniti d’America, resta pur sempre un uomo fallibile e colti nelle sue paure. Anche in questo caso, però, il tutto viene reso in maniera troppo didascalica ed esplicita, forse sintomatico di quell’effetto-Netflix che porta a dover spiegare necessariamente tutto ciò che si guarda, svincolando lo spettatore dalla facoltà di pensiero e di presa di posizione che, per fortuna, gli si riconferisce sul finale. Certo è che, rispetto a ciò che il cinema americano offre da anni in merito al thriller politico, questo film sia una manna dal cielo in termini ideologici, ma quei 110 minuti totali con cui il discorso viene messo in piedi non riescono ad esprimere le reali e definitive qualità di una regista che ha dimostrato di essere perfetta nella rappresentazione di ossessione, delirio e psicosi, qui soltanto accennate vagamente e rese con troppe (facili) parole.


A House of Dynamite
A House of Dynamite

Un missile di cui non si conosce la provenienza mette in allarme gli Stati Uniti, con il tema della minaccia nucleare che diventa il fondamento del nuovo film di Kathryn Bigelow.

Voto del redattore:

6.5 / 10

Data di rilascio:

02/09/2025

Regia:

Kathryn Bigelow

Cast:

Idris Elba, Rebecca Ferguson, Gabriel Basso, Jared Harris, Tracy Letts, Anthony Ramos, Moses Ingram, Jonah Hauer-King, Greta Lee, Jason Clarke

Genere:

Thriller

PRO

La suddivisione della stessa narrazione in più piani alternati
Le interpretazioni e i personaggi raccontati nel film
L’assenza di una presa di posizione politica faziosa della regista
Il film appare piuttosto ridondante e didascalico in molti suoi punti
Gli errori di montaggio