Dopo aver collaborato con Netflix per Pinocchio, vincitore di un Oscar per il miglior film d’animazione, e per la serie antologica di Cabinet of Curiosities, Guillermo Del Toro torna a lavorare nuovamente con il servizio di streaming per Frankenstein, film che portano nuovamente sullo schermo il celebre mito letterario e il personaggio, questa volta interpretato da Jacob Elordi, in un prodotto incredibilmente atteso da parte del pubblico. In anteprima al festival di Venezia 2025, Frankenstein di Guillermo del Toro è sicuramente uno dei film dell’edizione: ma qual è il suo risultato? Di seguito, diamo uno sguardo alla trama e alla recensione del film.
La trama di Frankenstein di Guillermo Del Toro: di che cosa parla il film?
Prima di procedere con la recensione di Frankenstein di Guillermo Del Toro, vale la pena sottolineare innanzitutto quale possa essere l’approccio che il regista messicano ha deciso di utilizzare all’interno del lungometraggio in questione. Come ben sappiamo, infatti, la storia è quella classica, con il celebre scienziato Victor Frankenstein che dà vita al Mostro, come da romanzo di Mary Shelley: ma di che cosa parla il film? La trama di Frankenstein di Del Toro è la seguente:
Un adattamento del classico racconto di Mary Shelley su Victor Frankenstein, uno scienziato brillante ma egocentrico che dà vita a una creatura, in un mostruoso esperimento che alla fine porta alla rovina sia del creatore della sua tragica creazione.
La recensione di Frankenstein: un adattamento che rispetta Del Toro, ma non fino in fondo
Di storie su Frankenstein ne sono state realizzate decine e decine, fin dal momento in cui il celebre personaggio è stato pensato dalla penna di Mary Shelley, probabilmente per una destinazione narrativa e culturale che gran parte della storia del cinema ha tradito. Poi sono arrivate le celebri interpretazioni, come quella di Boris Karlhoff, a sublimare nella memoria collettiva l’immagine-mostro per eccellenza: l’icona horror per eccellenza, dal volto verde e dal corpo infernale, associato convenzionalmente all’idea più velocemente trasmissibile di orrore e violenza. Come sempre, la storia del cinema usa e riusa le proprie figure a seconda della sensibilità storica di un dato momento, e quello attuale prevede una grande rivisitazione corporale della figura del mostro, nello stesso anno in cui anche Robert Eggers ha fatto lo stesso con un Nosferatu che comprende i confini del desiderio e del consenso, che celebra la linfa intima del suo amore fino ad ottenere la morte per mano dello stesso.
Il Frankenstein che si propone in anteprima al Festival di Venezia 2025, poi in arrivo su Netflix, è un film visceralmente deltoriano, tanto nella sua estetica quanto in uno stile e in una considerazione del rapporto umano-mostruoso, che sfida le logiche dell’apparenza e che celebra l’amore in quanto tale, la voglia di umanità per quello che essa stessa rappresenta al di là di ogni confine. È evidentemente un film diverso da qualsiasi altra produzione incentrata sul mostro (per quanto, anche nello stile del protagonista, si possano riscontrare dei punti di contatto con il lavoro di Kenneth Branagh con De Niro), a tratti disinteressato rispetto al tema del terrore e dell’orrorifico che potrebbe voler comunicare: la storia si dipana nei suoi due atti fondamentali, anticipati da un prologo, che accompagnano i racconti di Victor Frankenstein e della sua creatura; è una storia che si serve di elementi tradizionali, ma che si arricchisce anche di un sottotesto molto interessante sul tema del l’ambizione e di quella spasmodica volontà di superare ogni confine, che si traduce in un potenziale tracollo: la storia di Victor è quella di un uomo che ha sentito la perdita, abbandonato com’è da entrambe le figure genitoriali (quella materna per morte, quella paterna per anaffettività), e che trova nell’osservazione per il superamento dei limiti il quid della sua stessa vita. Il moderno Prometeo, colui che osa sfidare la divinità creando nuovamente la vita, cede poi a quei medesimi errori umani che avevano reso suo padre assente, richiedendo alla sua creatura un qualcosa che evidentemente non è in grado di dare, pur in quel costante processo di umanizzazione del mostro che cerca la propria identità nel mondo che lo circonda.
Benché quello di Del Toro sia un adattamento tanto fedele (rispetto ad alcuni temi) quanto originale, sembra di ritrovarsi in una medesima costruzione creativa che anche Yorgos Lanthimos aveva intercettato per il suo a Povere Creature!, con la costruzione dell’identità del soggetto generato oltre ogni regola umana e con il perfezionamento di quella stessa identità, reso attraverso la funzione del linguaggio e del suo costante miglioramento. Il mostro, così come Bella Baxter, conosce una sola parola prima di comprendere la vita che c’è dietro il linguaggio, l’esistenza che la parola stessa può fornirgli. Il rapporto con la Elizabeth di Mia Goth, invece, segue perfettamente quelle logiche che anche La forma dell’acqua aveva stabilito, riuscendo quasi a porsi come suo seguito ideale: purtroppo, per chi scrive, la poetica di Guillermo Del Toro sembra essere sempre un passo dietro l’eleganza e la compostezza formale di cui potrebbe impegnarsi, qualora si lavorasse di sottrazione; visivamente spettacolare, in molti suoi punti e soprattutto nella costruzione di quell’immaginario entro il quale si innesta la creazione del mostro, il film cede spesso a quella voglia di rendersi ampolloso e sfarzoso nelle sue parti, specie in sequenze che vengono dilatate nella loro durata e nella percezione del senso estatico. D’altro canto, naturalmente, ci sono anche momenti spettacolari, come quello della creazione del mostro o del palazzo in fiamme, che però si contrappongono a momenti per i quali si avverte un certo peso di stucchevole e posticcio, come nel caso della sequenza dei lupi o della stessa morte di Elizabeth, che avviene per mano di Victor. Guillermo Del Toro mette in scena quella passione per la carne di cronenbergiano esempio, ma tutto sembra ridursi soltanto a tocchi estemporanei di gore, specie con la tendenza a mostrare le viscere che appare piuttosto fuori forma, rispetto al senso generale del film; un’ultima parentesi la si destina al mostro, invece, che segue quella scia di cambiamento che già il succitato Nosferatu aveva posto in essere, con i baffi e il corpo putrefatto del Conte Orlok: l’estetica del mostro non sembra convincere fino in fondo, pur apprezzandone l’idea visiva di rappresentare l’unione tra cadaveri, così come l’interpretazione di Jacob Elordi è, ancora una volta, insufficiente, tanto da rimpiangere la possibile presenza di un Andrew Garfield che forse avrebbe offerto ben altra resa.






