Dopo aver presentato, in apertura di Festival, Rumore Bianco, Noah Baumbach torna nuovamente al Lido con il suo ultimo lavoro dietro la macchina da presa: stiamo parlando di Jay Kelly, film che lo vede collaborare nuovamente con Adam Sandler, attore che aveva già diretto in The Meyerowitz Stories, oltre che con George Clooney e tanti altri attori di grandissimo livello, tra cui anche l’italiana Alba Rorhwacher. Jay Kelly costituisce sicuramente un coming of age particolarmente importante per la rappresentazione del personaggio protagonista, in giro per l’Europa: ma qual è il risultato del lungometraggio? Di seguito, vogliamo dare uno sguardo alla trama e alla recensione del film.

La trama di Jay Kelly: di che parla il film di Noah Baumbach?
Prima di procedere con un approfondimento relativo alla recensione del film, vale la pena sottolineare innanzitutto quale sia la trama di Jay Kelly, con le accezioni relative a che cosa si racconta all’interno dell’ultimo film di Noah Baumbach. La sinossi, di seguito indicata, viene offerta direttamente dal sito della Biennale di Venezia 82:
Jay Kelly segue il famoso attore cinematografico Jay Kelly e il suo devoto manager Ron in un vorticoso viaggio di inattesa profondità attraverso l’Europa. Lungo la strada sono entrambi costretti a fare i conti con le scelte che hanno fatto, i rapporti con i loro cari e con ciò che lasceranno alle generazioni future.
La recensione di Jay Kelly: fiacchezza e rimorso nel film di Noah Baumbach
Rimorso, senso di colpa, occasioni mancate e quel costante senso di insoddisfazione esistenziale che spesso muove l’azione dei protagonisti. Il cinema di Noah Baumbach, al netto di intellettualismi che sono tipici di un gusto ormai marcato nell’ambito della sua filmografia, è sempre stato caratterizzato da una reiterazione tematica molto marcata, che fin dal suo primo film ritorna in maniera sovrabbondante. In Scalciando e strillando quel giovanissimo Noah Baumbach, che compariva anche in cameo nei panni dello studente più volgare che proponeva sfide sessuali al suo compagno di stanza, rifletteva un clima di sfiducia esistenziale, determinato soprattutto dall’ansia e dal dubbio di giovani studenti che non sanno come vivere a seguito del loro percorso di studi.
Jay Kelly arriva 30 anni dopo, con una vita e una carriera che lo stesso regista e sceneggiatore ha potuto vivere sperimentando non solo l’oggetto del suo enorme dubbio, ma anche quel percorso che lo porta al presente, con una nuova collaborazione con Netflix e nuovamente (ancora una volta in chiave drammatica) in accordo ancora con Adam Sandler. Il risultato, paradossalmente, è lo stesso: Noah Baumbach sembra girare intorno a quei filoni tematici praticamente da sempre, pur cambiando le specifiche accezioni e agli agenti di queste stesse: Jay Kelly, l’attore stanco e provato da una lunga carriera in cui ha rinunciato praticamente a qualsiasi cosa in nome del successo, è allora la metafora del regista stesso (anche qui in cameo, nei panni di un coordinatore di intimità), oltre che dell’attore che veste i panni di se stesso, in una rivisitazione possibile del suo volto e della sua carriera. Uno dei marchi di fabbrica della carriera di Noah Baumbach, la capacità di scrivere dialoghi e di realizzare delle scene di impatto ironico e immediato, qui sembra essere più debole che nelle precedenti produzioni; non bisogna necessariamente spingersi indietro di anni, con film come Greenberg (anch’esso citato in questo enorme processo di riuso dell’autore) che avevano la capacità di mostrare il dramma del personaggio pur in un contesto di spiazzante e incalzante ironia, dal momento che anche in un recente prodotto Netflix – The Meyerowitz Stories -, Noah Baumbach era stato in grado di rendere molto più marcata quell’ambivalenza, che qui invece appare più annacquata.
Il film, che acquisisce ben presto la formula di un inusitato road movie, cerca di ottenere forza creativa tramite il viaggio tra le scenografie, che generano un rapporto di meta-referenzialità a partire dalla primissima scena del film: eppure, anche questo tentativo, che sostituisce il tradizionale flashback riqualificandone la formula, appare piuttosto fioco nella sua messa in scena, così come i soliti stereotipi sulla cultura italiana su cui, francamente, si sorvola. La sensazione è che l’intero film abbia una buona intuizione di base, soprattutto per quanto riguarda la componente del rimorso e della vita mancata a cui la star ha scelto di rinunciare, ma che il protrarsi della narrazione soffra di numerosi difetti di durata e forma, che non necessariamente hanno a che fare con la percezione dell’intrattenimento, ma che spesso restituiscono l’idea di tempistiche che faticano ad essere opportunamente sfruttate dal regista.
Considerazione a parte merita la gestione degli attori, che ancora una volta si dimostra funzionale alle grandi qualità del regista: in uno dei pochi e misurati ruoli seri della carriera, Adam Sandler aveva già mostrato un altro lato di sé e delle sue qualità vestendo i panni di un figlio che aveva perso tempo, vita e famiglia pur di inseguire suo padre e in Jay Kelly, interpretando il manager dell’attore, ricopre praticamente lo stesso ruolo, anche se con un cambiamento di prospettiva e di personaggi stessi. Diverso è, invece, il caso di George Clooney che, pur vestendo letteralmente di se stesso, lo fa nella maniera più fiacca e posticcia possibile, con un volto stagliato sullo sfondo e incapace di offrire nient’altro che quel sorriso mellifluo di cui, purtroppo, la storia della filmografia dell’attore abbonda. Per il resto, il film presenta dei buoni guizzi di ironia – soprattutto per quanto riguarda la reiterazione di alcuni elementi, su tutti quelli della cheesecake -, ma resta in uno stato piuttosto sufficiente, non riuscendo (e non volendo, probabilmente) ottenere altro se non qualche risata e una riflessione di buono sentimenti.







