Weapons è un film thriller-horror scritto e diretto da Zach Cregger, comico statunitense qui al secondo lungometraggio da lui “interamente” realizzato. Dopo il successo di Barbarian, che nel 2022 è stato distribuito al cinema negli Stati Uniti, mentre in Italia è stato rilasciato direttamente sulla piattaforma streaming di Disney Plus, Weapons arriva nelle sale cinematografiche italiane a partire da mercoledì 6 agosto 2025 per conto di Warner Bros. Pictures, prodotto da New Line Cinema a fronte di un budget di 38 milioni di dollari. Il nuovo lavoro di Cregger presenta una durata cospicua, pari a circa 128 minuti, e all’interno del cast ci sono volti conosciutissimi ad Hollywood: Josh Brolin, Julia Garner e Benedict Wong. Incentrato sulla misteriosa scomparsa di un gruppo di studenti nel corso di una notte qualunque, nella cittadina di Maybrook, che è un villaggio realmente esistente nello Stato di New York, quali verità emergeranno dalle indagini dietro la sparizione dei ragazzini? Dunque, data la struttura da thriller e le sfumature da horror puro, com’è il tanto atteso Weapons? Di seguito, la recensione del film.

La recensione di Weapons: tantissimo potenziale, poca lucidità
Ogni anno l’horror riserva non poche sorprese, essendo un genere che consente una maggiore libertà di sperimentazione sia sul piano creativo che produttivo, poiché non è necessario un budget elevato per realizzare le proprie idee. E che Zach Cregger volesse portarle sul grande schermo, era un intento già evidente dal precedente Barbarian nel 2022, tramite cui il comico e regista statunitense ha attirato l’attenzione di pubblico e critica. A distanza di tre anni, Weapons avrebbe potuto rappresentare un salto in avanti per un aspirante autore con un talento da sgrezzare.
Per il secondo lungometraggio da lui scritto e diretto, Cregger opta per un espediente narrativo solitamente impattante, talvolta sovversivo, che è quello di mostrare l’oggetto del racconto attraverso più soggetti, servendosi cioè di molteplici punti di vista. I continui cambi di prospettiva dei personaggi conferiscono alla prima parte del film una struttura molto fedele ai temi e alle atmosfere del miglior Stephen King, con un America rurale dove segreti, tensioni e traumi si materializzano gradualmente sotto forma di orrore sovrannaturale. Inevitabile il richiamo ad opere di culto come It e Stand by me, con le quali Weapons condivide evidenti punti di contatto.
Grazie a questa intuizione, Weapons ammalia per lunghi tratti, sospeso tra inserti onirici disturbanti e frammenti narrativi che coinvolgono personaggi come Justine (Julia Garner) e Archer (Josh Brolin), entrambi intrappolati tra senso di colpa, paure e desideri. Peccato, tra parentesi, che il suddetto espediente si perda totalmente con i successivi cambi di prospettiva, poiché offriva la possibilità di esplorare in maniera più diretta, e quindi orrorifica, la psiche dei personaggi. L’atmosfera che ne deriva sfiora la rarefazione perturbante, senza però raggiungere l’aspirata sensazione di terrore.
Weapons è infatti un film costruito sull’attesa, con un impianto narrativo talmente teso da evocare l’immagine di una miccia che arde lentamente, dove ogni scena potrebbe rimandare a qualcos’altro, un significato ulteriore. Il disvelamento promesso e costantemente rinviato non tarda ad arrivare, ma al momento dell’esplosione accade ciò che non sarebbe dovuto accadere: l’ambiziosa opera di Cregger deraglia, si accartoccia su se stessa e sulle proprie aspirazioni depotenziando tutte le informazioni seminate nel corso del racconto. C’è tantissimo potenziale, però gli espedienti sviluppati con poca lucidità palesano un eccesso di frenesia nel proporre il contenuto sociale. Forse ci si è preoccupati più della confezione che di arrivare al cuore pulsante della storia, per cui la forma — che riesce almeno in parte a essere opprimente — tenta di risultare anche scioccante, ma qui si forza la mano, sovrastando la sostanza.
Weapons manifesta la sua ambizione, ma l’idea implode su se stessa
Se da un lato è da premiare l’audace tentativo di proporre un horror commerciale con un’idea dalle mille suggestioni e sfumature, dall’altro Weapons si perde nei suoi meccanismi, e invece di esplodere fa l’esatto contrario: implode. Si ribadisce quanto sia palpabile la tensione per quasi tutta la durata del film, fino a quando nell’ultima sequenza viene introdotta una nota di umorismo nero che, in contrasto con il mood, suscita ilarità. Un cortocircuito straniante, non del tutto chiaro se voluto o meno. Infatti, l’aura di mistero che aveva avvolto il film tramite un’indagine da risolvere empiricamente con più occhi, anche grazie a delle performance attoriali che mettono in luce le fratture psicologiche dei personaggi, collassa in un finale che preferisce il clamore alla chiarezza.
Il climax sfilacciato è più rumoroso che significativo, svuotando il film di Cregger delle promesse iniziali. Le armi a cui il titolo fa riferimento potrebbero significare tutto e nulla, dal momento che i rimandi ad esse sono scolastici nella loro dimensione sia fisica che metaforica: si intravede un fucile d’assalto nel sogno di Archer, mentre poi viene affermato che le persone sono le vere armi. In chiave simbolica, questo suggerisce che siano le colpe, i silenzi e i traumi che abitano la cittadina di Maybrook a rappresentare la vera potenza distruttiva. Tuttavia, le azioni dei personaggi sono troppo artificiose, quasi come se fossero state studiate a tavolino per rispondere ad una tesi predefinita, ragion per cui è assente l’ambiguità del dramma morale e non si percepisce l’autenticità del conflitto etico, dall’abuso di potere al bullismo.
Complessivamente Weapons è un film che alla prima visione affascina, ma la sua natura da feroce e perversa critica sociale sfocia in uno schematismo rigido, occludente e a tratti banalizzante, con tanto di innesti dozzinali come l’esortazione a dare significato alla parola “parassita”, per esempio. Infatti, rimossa l’ipnotica curiosità data dalla prima volta, già al prossimo rewatch si potrebbe avvertire una perdita di consistenza, premendo più sull’ambizione estetica che sulla densità della narrazione. Il secondo lungometraggio di Cregger, dunque, è un gioco d’incastri che stimola e suggestiona, ma la sensazione è che tutto sia stato orchestrato per impressionare invece di colpire in maniera tangibile nel profondo. Si tratta di un esercizio di stile evanescente che fa fatica a dare risalto alla drammaticità degli eventi, poiché Weapons indugia sull’atmosfera tralasciando l’emotività, facendo del trauma un pretesto invece che un’urgenza.





