In uscita nelle sale cinematografiche italiane a partire da mercoledì 30 luglio 2025, Bring Her Back è il nuovo film horror diretto dalla coppia di fratelli-registi Michael e Danny Philippou, reduci dal recente successo di Talk to Me nel 2022, e ancora una volta coperti dal marchio A24. Avvalendosi di un’attrice di livello come Sally Hawkins (La forma dell’acqua), il secondo lungometraggio del duo australiano proveniente dal mondo di YouTube ha delle premesse interessantissime, manifestate in parte all’interno del trailer e nel materiale promozionale diffuso. La trama ruota attorno a due giovani protagonisti che sono fratello e sorella, rispettivamente interpretati da Billy Barratt (Andy) e da Sora Wong (Piper), i quali si ritrovano a vivere in una casa trascurata e con un’agghiacciante madre adottiva; tutto si complica quando la donna fa leva su di uno strano rituale. In Bring Her Back, la cui durata è di circa 104 minuti, la tematica del lutto e l’atmosfera cupa e sinistra contribuiscono a stimolare la curiosità, ma si tratta di un passo in avanti rispetto al precedente film di Michael e Danny Philippou, oppure il contrario? Di seguito, la recensione.

La recensione di Bring Her Back: il secondo film dei fratelli Philippou è un elevated horror non così elevato
Con Bring Her Back – Torna da me, i fratelli Philippou proseguono nel loro percorso nel cinema horror interrogandosi di nuovo su conflitti e traumi adolescenziali, e riprendendo dunque la tematica già centrale in Talk to Me (2022). Se il filo conduttore è il medesimo, a cambiare è la forma: qui la coppia di registi opta per mescolare il folk horror con il gore della New French Extremity, corrente che fa riferimento ai film dell’orrore realizzati in Francia dai primi anni Duemila (Martyrs; À l’intérieur; Alta tensione).
Districandosi tra citazioni e rimandi iconografici, i Philippou danno vita a un ibrido di disperazione e sangue, senza però riuscire a elevare davvero il livello della loro creatura, ovvero un cosiddetto “elevated horror” che però resta un buon prodotto commerciale e nulla di più. Ebbene sì, tanti successi passati come Babadook (2014) ed Hereditary (2018) hanno già rimodulato con una personalità maggiormente spiccata le tematiche presenti in questo Bring Her Back, che tuttavia riesce a suggestionare e a stimolare i sensi di chi osserva.
Infatti, la sensazione di dolore, quel vuoto lasciato dalla morte di una persona a noi vicina, si percepisce empiricamente grazie a un interessante ed efficace lavoro di montaggio e sonoro. Il secondo lungometraggio dei registi australiani offre una tensione palpabile attraverso ellissi mirate, le quali conferiscono una continuità visiva assolutamente indispensabile per non perdere l’attenzione e, anzi, per restare sempre sul chi va là. In particolare è l’acqua, richiamata fin dalla presentazione del titolo, ad evocare un simbolismo semplice ma efficace, sia per ciò che concerne la figura materna che per quanto riguarda la sensazione di vuoto da colmare.
Folk horror ed esoterismo, invece, vengono sacrificati e ridotti a meri schemi ricorrenti: mancano di un utilizzo funzionale o di una rimodulazione autoriale, eppure fungono da sfondo (o meglio pattern) mentre ad emergere è la struttura drammaturgica (che è la parte migliore del film). Passando al lato gore, la violenza in Bring Her Back eccede, senza però oltrepassare il confine dell’assurdo: non ci si dimentica mai di star assistendo allo sfogo fisico di una forza demoniaca sconosciuta, parallelo alla disperazione di una madre in lutto.
Bring Her Back affascina e riesuma l’orrore, ma non eccelle come avrebbe voluto
La messa in scena – e, in generale, la confezione di Bring Her Back – affascina e riesuma l’orrore lasciandoci percepire il dolore più grande in assoluto, ovvero quello della morte di una persona amata, che si tratti di un genitore o di un/a figlio/a. Anche per questo il cerchio, simbolo rituale per eccellenza, viene qui spogliato delle sue consuete connotazioni folkloristiche in favore di un rimando più terreno e semplificato, poiché, quando ne vengono travalicati i confini – non a caso quelli delle mura domestiche – si perde quel senso di ciclicità. La nostra quotidianità rischia di essere sconvolta, di fatto, nel momento in cui perdiamo qualcuno, e la geometria dei nostri giorni si deforma di conseguenza.
Non è nulla di nuovo, poiché i film citati in precedenza sono stati di gran lunga più impattanti ed influenti per il cinema horror, mentre il secondo lavoro dei Philippou non presenta dettagli o particolari estetici-narrativi da considerare eccellenti. Va però segnalato il riuscito tentativo di rappresentare la condizione di Piper, ipovedente, senza ricorrere alla soggettiva: riprendendola da dietro, i contorni di ciò che le sta davanti risultano sfocati. Al contrario, la perturbante Laura, interpretata da Sally Hawkins, non possiede la profondità psicologica che ci si sarebbe aspettati, ma si impone comunque con costanza come presenza minacciosa.
Questa umanissima parabola, che ancora una volta vede il materno demoniaco come protagonista, si conclude con un discreto climax, un finto lieto fine, più amaro di quanto appaia in superficie. Bring Her Back ha degli sprazzi anche memorabili, almeno sul piano delle immagini e dell’iconografia molto vicina al body horror, per meriti di quattro mani che per certi versi risultano ispirate, per altri appaiono ancora acerbe e poco creative. La coppia qui si conferma suggestivamente pop, istintivamente calata nel postmoderno, eppure, come in Talk to Me, manca ancora quel quid in più per contraddistinguersi.
La sensazione è di trovarsi di fronte due ottimi esteti ancora immaturi nel veicolare una storia in maniera personale, soprattutto a causa di una scrittura poco coesa. Se da un lato la direzione degli attori, il taglio fotografico, le angolazioni scelte e il susseguirsi delle inquadrature costruiscono un’atmosfera oppressiva e altamente inquietante, dall’altro l‘assenza di uno sviluppo degli elementi folk e di quelli legati all’occulto, come ad esempio la provenienza delle VHS dopo un incipit che prometteva tantissimo da questo punto di vista, non permettono a Bring Her Back di decollare. In sostanza, ci si ritrova dinanzi un film horror commerciale che di “elevato” e di autoriale ha poco o nulla, ma che complessivamente genera un’esperienza stimolante durante la visione.







