Cinema Horror Contemporaneo: le paure di oggi e quelle di domani

Il primo quarto di secolo sta andando verso la sua conclusione e, con esso, decenni di cinema dell’orrore. Anni di continue trasformazioni portate in atto da autori coraggiosi, film audaci e condizioni tecnologiche molto particolari. Ma che periodo sta vivendo il cinema horror contemporaneo?
Cinema horror contemporaneo analisi

Il genere horror è sempre stato uno dei più chiacchierati, amati e disprezzati fin dalla nascita del cinema stesso. A prescindere dai meri gusti personali e dalle valutazioni tecnico-critiche circa i suoi innumerevoli titoli e protagonisti, l’horror continua non solo a godere di un fascino irresistibile, ma anche e soprattutto ad imporsi nella storia produttiva, distributiva ed artistica della Settima Arte. Ma qual è lo “stato di salute” dell’horror contemporaneo? Quali sono i film più importanti del genere nel panorama mondiale degli ultimi anni?

Nascita e derive dell’horror contemporaneo

Anche se non propriamente esatto, L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat dei fratelli Lumiere, targato 1896, viene considerato film simbolo della nascita del cinema. Una pellicola passata alla storia, non solo per la sua importanza in termini cronologici, ma soprattutto per la sua leggendaria e peculiare caratteristica: aver fatto fuggire dalla sala gli spettatori terrorizzati. Poetico come il cinema sia nato proprio dalla paura, con quest’ultima che ha contraddistinto la storia della Settima Arte influenzandone movimenti artistici e svolte tecnologiche. Si rinvia ad altra sede gli accenni sulla prima fase di come, i più importanti autori dell’epoca, si approcciarono alla paura sul grande schermo.

L’intenzione di questa analisi, al contrario, resta quella di concentrarsi sull’ultima delle fasi, quella che stiamo vivendo ancora oggi. Sempre difficile individuare infatti un momento preciso della nascita di un dato movimento o filone artistico, rendendo ancor più instabile l’analisi circa il c.d. Horror Contemporaneo, non solo avendo difficoltà nell’individuare il suo momento d’inizio, quanto soprattutto la sua fine. Cosa ci dice che proprio quest’anno non si sia conclusa una determinata fase e ne sia iniziata una nuova tutta da scoprire?

Mai come ora si arriva dunque ad un’estrema approssimazione del periodo da individuare, “facilitati” tuttavia dal passaggio del primo quarto di secolo. Per “Horror Contemporaneo” si farà dunque riferimento di seguito ad un periodo di tempo che coinvolge i passati 25-30 anni, comprendendo al suo interno più trasformazioni, cambi di rotta e delocalizzazioni che il genere ha vissuto in questi ultimi decenni. A tal proposito, sarebbe impossibile tracciare una linea retta sul piano cronologico, scegliendo di affrontare il tema suddividendolo in macro-aree. E allora…quali sono i più importanti film horror degli ultimi anni? Qual è lo stato di salute del genere oggi e come potrebbe trasformarsi in un futuro prossimo?

Cinema horror contemporaneo, nascita e derive

A fine millennio l’horror cambia (Ghost)face

Dopo il grande cinema degli autori ’60-’70, il genere horror ha iniziato a registrare un’esplosione di popolarità anche e soprattutto tra il grande pubblico. Tale risultato deriva sicuramente dalla prolificazione delle grandi saghe del genere come Halloween, Nightmare e Venerdì 13, ma non solo. In questi anni, infatti, l’horror stava diventando sicuramente versatile forse come non mai, raggiungendo anche il pubblico più giovane attraverso “contaminazioni” divenute cultissime, come ad esempio nei casi di Ghostbuster o Gremlins. Tuttavia, a metà degli anni ’90, questa importante crescita “orizzontale” del genere ha comportato a suo tempo una sorta di appiattimento ed una “perdita d’identità” per l’horror. Ci si accorge, insomma, che il millennio stava terminando, che l’innovazione tecnologica e la globalizzazione erano ormai argomenti quotidiani ed anche il cinema doveva mutare per adattarsi ai tempi nel mostrare qualcosa di nuovo.

Urgeva dunque un punto di rottura, un qualcosa che potesse far tornare il genere sui suoi passi, applicando un’analisi profonda sul momento che l’horror stava ormai vivendo. Proprio in questi anni irrompe il c.d. postmodernismo nel cinema, con gli autori che vanno faccia a faccia con le regole imposte dall’industria, dalla storia del cinema stesso e dalle codificazioni applicate. Rinviando un’analisi storiografica accurata su questa determinante fase artistica, si continua a semplificare il tutto. Quentin Tarantino, il Dogma95 di Lars von Trier e Thomas Vinterberg ed altre realtà ben rappresentano questo punto di svolta concettuale nel cinema, con un altro fondamentale esponente che proviene proprio dal mondo horror. Si tratta ovviamente di Wes Craven, che con il suo Scream del 1996 ha posto un nuovo “anno 0” per il genere, dando di fatto vita all’Horror Contemporaneo.

Il film che presenta una delle maschere più amate del cinema del brivido, ovvero quella di Ghostface, viene considerato un vero e proprio spartiacque, attraverso il quale il suo autore prende il genere e le sue regole imposte fino a quel momento e si diverte nel plasmarle alla sua volontà. Ancora oggi, Scream resta uno degli esempi più illustri e lampanti del linguaggio metacinematografico. Attraverso lo schermo, Wes Craven parla di cinema attraverso il cinema, senza dimenticarsi di addentrarsi nella realtà che ci circonda e senza sacrificarne la finzione. Ecco allora che, in questo preciso momento storico, il regista spalanca la possibilità di essere liberi nel modellare un genere malleabile come quello dell’orrore, invitando i vari autori a non limitare le proprie idee in virtù di regole vecchie e stantie. Si tratterebbe di un vero e proprio “inno alla libertà creativa”, con l’innovazione tecnologica che porta un sostanziale supporto alla causa.

La libertà degli autori e del genere nell’era digitale

Decostruzione dei canoni classici, contaminazioni con gli altri generi, metanarrativa e citazionismo, messa in discussione della realtà e della sua rappresentazione. Le principali caratteristiche del postmodernismo impattano con successo anche nell’horror, ma il tutto viene reso ancora più “semplice”. Poc’anzi è stato infatti accennato il ruolo del DOGMA95 in questo periodo storico, il quale ha provato a rinnegare le strutturali e sofisticate regole produttive nelle realizzazioni delle grandi case cinematografiche. Oltre a questo movimento di “apertura mentale” tra gli addetti ai lavori, non si può non registrare il definitivo avvento del digitale, la quale semplificazione tecnica ha ulteriormente offerto la possibilità a chiunque di realizzare un proprio film.

Se fino a questo momento il grande cinema horror veniva prevalentemente “relegato” alle grandi case di produzione (Universal, Hammer…), o ai grandi registi che scelgono di cimentarsi nel genere (Friedkin, Coppola…), dalla fine degli anni ’90 in poi si registra una prolificazione di horror indipendenti, realizzati da registi molto giovani che arrivano velocemente al successo internazionale. Alleggeriti dal gravoso carico delle grandi produzioni cinematografiche, con l’home-video ed il digitale che stavano prendendo piede in maniera dirompente, ecco che gli autori si sentono liberi di portare la propria idea di cinema che, in qualche modo, troverà la sua corsia preferenziale. Emblematico in tal senso il caso di The Blair Witch Project, film del 1999 montato, scritto e diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez. Il film ha ottenuto rapidamente grandissimo consenso tanto nella critica quanto nel pubblico, arrivando ad essere il film con minor budget ad incassare di più al botteghino, ma la sua importanza in questa analisi risiede nella sua messa in scena.

Per realizzare il film sono serviti 3 attori (giovani esordienti), un bosco, una videocamera ed un’idea. Ricordando il nostrano precursore Ruggero Deodato con Cannibal Holocaust, l’idea in questione è quella del c.d. mockumentary, ovvero quell’impostazione da “falso documentario” che avrebbe fatto la fortuna di un gran numero di titoli post The Blair Witch Project. Dopo esempi quali Rec, Paranormal Activity e molti altri, si arriva al recente caso di Skinamarink, il quale condivide un elemento fondamentale in comune con il film del 1999, ovvero la quasi amatorialità (più che indipendenza) nella sua realizzazione. Di anno in anno e forse più di ogni altro genere, l’horror si dimostra quello che offre più libertà creativa ai rispettivi autori, per un grande potenziale narrativo e di messa in scena nonostante gli scarsi mezzi tecnici a disposizione.

Realizzare un film horror diventa facilmente accessibile (soprattutto rispetto al passato), con la globalizzazione ed il digitale che ne hanno anche agevolato la circolazione riguardo il contenuto del film, a differenza di codici ghigliottina dei decenni precedenti. Gli autori sono così liberi di “giocare” anche con la violenza nella visione, facendo nascere in questo periodo movimenti ed artisti particolarmente cruenti. I primi anni ‘2000 sono infatti quelli di Rob Zombie, di Eli Roth, arrivando anche alla saga di Terrifier e molti altri, per un periodo d’oro per lo splatter, il gore ma non solo.

Il 2004 è infatti l’anno del Saw di James Wan (nome da tenere a mente), individuato come principale esponente del c.d. torture porn, arrivando effettivamente al massimo esempio di violenza sullo schermo. In conclusione del paragrafo, Scream di Wes Craven ha incoraggiato gli autori a dare sfogo alle proprie idee, che l’horror può essere “divertente” (in tutti i sensi possibili) e fortemente malleabile, con l’avvento del digitale che ha offerto la possibilità a chiunque di realizzare un proprio film. Una libertà concettuale e di mezzi forse mai vista nella storia del cinema fino a questo momento, dando anche libero sfogo alle perversioni e visioni di ogni autore, arrivando inevitabilmente al cinema degli eccessi.

Cinema horror contemporaneo, la libertà degli autori e del genere nell'era digitale

La terrificante ombra del Sol Levante

Nel corso dei decenni il cinema di Akira Kurosawa e di Yasujirō Ozu (facendo 2 nomi per semplificazione) ha travolto i principali Festival cinematografici occidentali ed influenzato profondamente molti dei più grandi autori di sempre. Resta tuttavia particolarmente arduo riuscire a definire “mainstream” il cinema orientale prima del nuovo millennio, se non fosse per soggetti particolarmente popolari (come Godzilla), o titoli dell’animazione principalmente televisiva. Dando un’occhiata oggi alle principali piattaforme streaming, come Netflix, Amazon Prime Video ecc, si può al contrario notare come siano innumerevoli i titoli cinematografici e televisivi orientali messi a disposizione dell’utente. Qualcosa è sicuramente cambiato. Il definitivo cambio di rotta potrebbe infatti averlo portato la trionfale vittoria di Parasite agli Oscar, ma le cause sarebbero da rinvenire ad un paio di decenni precedenti.

Si fa ovviamente riferimento all’ondata definita J-Horror, ovvero tutta quella serie di film provenienti dal Giappone (per poi allargarsi al resto degli altri Paesi orientali) sbarcata con grande successo in Europa e d’Oltreoceano. Il titolo da individuare come inizio di questa “mandata artistica” sarebbe lo straordinario Cure di Kiyoshi Kurosawa (che qualche anno dopo avrebbe diretto l’altrettanto sofisticato Kairo), nonostante il J-Horror abbia un’altra formidabile “mascotte”. Con il cinema orientale lontano e difficilmente accessibile per usanze, stili e tradizioni, i lunghi capelli corvini di Sadako che escono dalla televisione sono diventati celebri in tutto il mondo. Ringu del 1998, diretto da Hideo Nakata, andrebbe inoltre a conciliarsi con quel processo di postmodernismo sopra affrontato, dove il film arriva a “giocare” direttamente con lo spettatore che si ritrova a vedere egli stesso il video maledetto.

Una maledizione che infatti viene plasmata sui tempi che corrono, con quella rete di contatti e “catena di Sant’Antonio” (che sarebbe presto arrivata a concretizzarsi nell’era social) verso la quale si potrebbe azzardare anche associazioni con titoli di fantascienza “coetanei”, Matrix su tutti. Le immagini sullo schermo vengono fatte girare di mano in mano (prima) e nella rete online (poi), arrivando ad una forma di contagio mai vista prima. A tal proposito si ricorda il già citato Kairo, ma sono davvero moltissimi i titoli horror provenienti dal Giappone sbarcati in Occidente, da Ju-On ad Audition. Nella sua contraddizione, l’horror è forse il genere cinematografico più popolare e quello che riesce a circolare meglio solcando l’onda del suo “fascino trasgressivo”. Le peculiarità, la “commerciabilità” e l’elevata caratura tecnica del J-Horror ha fortemente permesso, a molti straordinari autori giapponesi, di venire conosciuti al grande pubblico generalista.

In questo preciso momento storico nomi come Takashi Miike, Sion Sono, Shin’ya Tsukamoto e tutti gli altri facilitano non solo a traghettare altri autori giapponesi non prettamente provenienti dal cinema horror (Takeshi Kitano su tutti ma non solo), ma anche quelli fuori dal Sol Levante. Dal J-Horror alla Corea (del Sud), contando negli ultimi 20-30 anni un quantitativo di grandissimi autori coreani davvero strabiliante, soprattutto nel cinema di genere. Dall’Host di Bong Joon-ho al Thirst di Park Chan-wook (già celebre per la sua Trilogia della vendetta), arrivando al Train to Busan di Yeon Sang-ho, al Goksung di Na Hong-jin, al Two sisters di Kim Ji-woon e davvero moltissimi altri. Il cinema horror contemporaneo non era solo diventato più libero ed accessibile, tanto per gli autori quanto per il pubblico, ma aveva completamente perso un punto di riferimento geografico. Il J-Horror (e le sue conseguenze) ha impattato fortemente sul mercato produttivo e distributivo mondiale, portando il “monopolio” a stelle e strisce a correre ai ripari.

L’horror re del box-office

Nei paragrafi appena affrontati, la parola d’ordine del nuovo cinema horror contemporaneo sembrerebbe essere “autore”. Che sia nelle vesti indipendenti, per la libertà creativa dei protagonisti dell’eccesso, o grazie ai grandi cineasti provenienti da Oriente, il cinema cambia faccia puntando sull’effetto novità per uscire da un periodo di stagnazione artistica. Si utilizza quest’ultimo termine non necessariamente in accezione dispregiativa, con il cinema popolare e c.d. “commerciale” che deve continuare a meritare il suo rispetto. Ma l’era del digitale, estremamente veloce e mutaforma, impatta a 360° nel mondo dell’horror creando un effetto deja-vu. Si fa riferimento a tal proposito al passaggio tra il cinema di rottura degli anni ’60-’70, a quello degli anni ’80, con le grandi case di produzione che tornano ad accorgersi dell’enorme potenziale di questo genere per i botteghini.

A differenza tuttavia di 40 anni fa, proprio in virtù di quella funzione del digitale – volta a facilitare per un autore il processo di realizzazione del suo film – le logiche di mercato e di finanziamento si sono completamente spostate verso nuovi lidi. In particolare fu proprio il caso di The Blair Witch Project a stravolgere le regole del mercato, per un film realizzato con un budget ridotto all’osso e divenuto uno dei maggiori incassi di sempre. La spinta determinante è stata dovuta in questo caso dalla campagna marketing. Si tratterebbe ancora di una cifra al ribasso se paragonata alle grandi produzioni (circa 700.000$ a fronte di un budget di circa 50.000$), ma comunque moltiplicata per oltre 10 volte quella di partenza. Si tirano le somme.

Il film dimostra come, per la sua realizzazione, non sono servite cifre esorbitanti ma, investendo intelligentemente sulla sua distribuzione, gli incassi risulterebbero garantiti. Non si tratta ovviamente di aver scoperto una formula segreta, con il marketing e la funzione stessa della sua esistenza che non è certamente nato con The Blair Witch Project, ma nell’era del digitale i produttori si trovano dinanzi una sfida di mezzi mai vista prima. Ci sono stati tantissimi successori del film diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, ma rimanendo in questo contesto diventa fondamentale un titolo del 2007. Il regista di origini israeliane Oren Peli debutta dietro la macchina da presa con Paranormal Activity, con Katie Featherston e Micah Sloat.

Il film non passa sicuramente alla storia per l’alto tasso tecnico della sua messa in scena, quanto per la sua capacità di diventare “spaventosamente” virale attraverso la rete. Un altro caso di found-footage, un altro film fortemente indipendente (budget stimato intorno i 15.000$), un altro successo straripante al botteghino. Non si vuole riassumere tutta la strategica ed articolata operazione di post-produzione e di distribuzione del film in questione, essendo sufficiente ricordare come Paranormal Activity abbia incassato globalmente 194 mln$. The Blair Witch Project non era un caso.

Distaccandosi solo momentaneamente dal fenomeno del film, negli stessi anni continuava parallelamente a prendere piede un’altra “moda” dell’industria americana. Nel precedente paragrafo, infatti, si accennava come Hollywood abbia dovuto fare i conti con la travolgente ondata proveniente dal Giappone (in generale da Oriente), con la ferma risposta che è stata una serie di remake anglofoni. Ecco arrivare in rapida successione il The Ring con Naomi Watts, The Grudge con Sarah Michelle Gellar, Dark Water con Jennifer Connelly, Pulse con Kristen Bell e molti altri. Ad onor del vero serve registrare come ci si distacchi fortemente dai casi precedenti di The Blair Witch Project o Paranormal Activity, con la maggior parte di questo tipo di produzioni che possono contare su un budget più che sostanzioso. I successi tuttavia del The Ring di Gore Verbinski e del nuovo The Grudge di Takashi Shimizu stimola a continuare la riflessione sulla “commercializzazione dell’horror”. In particolare, proprio questi 2 film sono stati grandi successi al botteghino (250mln$ il primo, 200mln$ il secondo), facendo nascere a loro volta delle saghe cinematografiche che, tuttavia, si sono dimostrate fallimentari.

Tolta qualche eccezione, i capitoli successivi al primo di questo tipo di franchise hanno via via perso presa sul pubblico, arrivando di fatto ad annullarsi. Il fenomeno si è infatti ripetuto anche con Paranormal Activity, Rec e molti altri franchise. Questo speciale tipo di operazioni (ovvero spingere progetti nati dal basso ed il rifacimento dei titoli orientali, o comunque non americani, al mercato hollywoodiano) hanno registrato un grande accoglimento al “primo turno”, per poi arrivare ad un’incapacità di sviluppare un continuo che sapesse mantenere un certo appeal. La strategia di “commercializzare” film di natura indipendente non stava più dando i suoi frutti, facendo diventare palpabile l’artificio. Serviva un nuovo modo di concepire il cinema horror a buon mercato, con una strategia vincente già alla base che sapesse mantenere la sua offerta nel corso degli anni.

In questa equazione sono principalmente 2 i nomi da tenere a mente: Jason Blum e James Wan. A prescindere dai giudizi più propriamente tecnici e stilistici, resta indubbio come il cinema horror degli ultimi 15-20 anni sia stato dominato su larga scala dalle idee della coppia, sia nel singolo sia in collaborazioni. Saw, Insidious, The Conjuring, Sinister, La notte del giudizio, Black Phone, M3gan e compagnia vedono nei crediti i nomi della Blumhouse e/o di James Wan. Sembrerebbe essere stata trovata la chiave perfetta per rendere il genere horror più commerciale possibile, alla portata di tutti e che assicura lo “spavento facile”. In questi anni, inoltre, l’industria cinematografica in generale stava conoscendo un fenomeno decisamente travolgente, ovvero il MCU.

L’esperienza cinematografica non si “limita” alla visione in sala di un singolo film, ma di un’intera serie di storie inizialmente scollegate che arrivano ad intrecciarsi tra di loro nel corso degli anni. Nasce il The Conjuring Universe, che può di per sé semplificare il concetto di questo intero paragrafo d’analisi e che permetterà di far nascere nuovi universi cinematografici nell’horror, come il recente Twisted Childhood Universe. Tornando brevemente alla Blumhouse, tuttavia, questa si dimostra La casa del cinema horror di questo periodo storico sotto diversi profili. Una grande casa di produzione, infatti, non dovrebbe avere solo ed esclusivamente l’interesse al profitto, avendo la mission di promuovere anche una vincente idea di cinema. I titoli destinati al “mero commercio” arrivano quindi semplicemente a creare un’alternativa per una grande fetta di pubblico, non limitandosi ad essa.

La Blumhouse sta continuando a porre in atto infatti anche un interessante “rispolvero dei classici”, non riferendosi in questo caso ai rifacimenti affidati a David Gordon Green, quanto ai veri Classici. Dopo gli esperimenti falliti, il c.d. Dark Universe sembrerebbe essere tornato in vita, con i ben accolti L’uomo Invisibile del 2020 e Wolf Man del 2025, attendendo il remake di La Mummia ed altri progetti. Oltre a ciò, la Blumhouse è stato punto di riferimento anche per autori come Jordan Peele (nome che tornerà a breve), Spike Lee, M. Night Shyamalan, Damien Chazelle e molti altri. Con l’attività di Jason Blum si concretizza sostanzialmente il “cuore” di quello che potrebbe essere definito horror contemporaneo, che come già ribadito è libero, facilmente accessibile, delocalizzato e capace di unire sullo stesso piano “cinema commerciale e d’autore”. Ecco tornare quella parola: autore.

Horror Contemporaneo, l'horror re del box-office

A24 e l’elevated horror

La Blumhouse resta quindi uno dei pianeti attorno al quale ha orbitato il cinema horror mainstream degli ultimi 15 anni, ma nell’ultimo decennio una casa di produzione si è fatta largo più delle altre. Si tratta della A24, la casa di produzione e distribuzione di cinema indipendente fondata nel 2012 da Daniel Katz. Si torna in questo caso al “fenomeno Blair Witch”, ovvero una rivalutazione e promozione delle offerte dal basso, puntando sulla creatività di autori giovani ed indipendenti. Una storia aziendale arrivata anche all’Oscar (ci arriviamo), ma che comunque non smette di curare e proseguire per la mission che l’ha creata, come testimoniato anche dalla notizia del nuovo film affidato alla regia del 17enne Kane Parsons.

Ma torniamo proprio alla nascita della A24 che, nel suo primo anno di attività, ha distribuito film di autori come Harmony Korine, Sofia Coppola, Jonathan Glazer e Denis Villeneuve. Si tratta in questo caso di film di fantascienza, commedie e thriller grotteschi, ma allora come si inserisce la A24 all’interno dell’horror contemporaneo? Il vero anno 0 (con un’eccezione che verrà indicata a breve) è sicuramente il 2015, quando nei cinema arriva il The Witch di Robert Eggers. In un periodo particolare come quello, dove il cinema horror stava sempre più prendendo forti derive “commerciali” analizzate nel paragrafo precedente, ecco tornare per affiancarsi (non sostituire) anche la poetica degli autori. Sulla scia dell’encomiabile fase storica anni ’60-’70 e dopo i diffusi (ed isolati) esperimenti fine anni ’90 ed inizio nuovo millennio, inizia a prendere piede un nuovo stabile movimento, quello del c.d. “elevated horror”.

Si tratta di un termine semplicistico affidato a quel tipo di cinema in netta contrapposizione con il “popcorn movie”, riportando sostanzialmente in auge il concetto di “arthouse”, ovvero il termine indicato nel resto del mondo per definire il c.d. “cinema d’autore”. In precedenza, infatti, furono film come Suspiria di Dario Argento, Psycho di Alfred Hitchcock e Nosferatu il principe della notte di Werner Herzog ad essere identificati con l’etichetta di “art horror”. Una nuova impostazione autoriale dunque, che riguardasse non soltanto l’estetica della messa in scena (sempre più ricercata nel ricreare determinati squarci cromatici o sensazioni extrasensoriali) quanto soprattutto che fosse fortemente ancorata alla realtà che ci circonda.

In estrema sintesi si fa riferimento a film che sapessero traghettare le idee personali di registi su temi politici, sociali, religiosi, attraverso un “sofisticato” omaggio o rilettura dei Classici e dei grandi maestri del cinema. Volgarmente si tende quindi ad individuare i c.d. elevated horror con il termine di “ricercati”, appunto in contrapposizione alla materiale ricerca dell’ampio successo al botteghino. La A24 risulta la casa per eccellenza di questo tipo di strategia artistica ed aziendale, facendo affidamento nel corso degli anni (tra produzione e distribuzione) su autori come Robert Eggers, Oz Perkins, Ari Aster, i fratelli Philippou, Ti West e David Robert Mitchell. A proposito di quest’ultimo, fu proprio il suo It Follows del 2014 (non prodotto o distribuito dalla A24) ad inaugurare di fatto la nuova ventata del c.d. elevated horror, con molti altri titoli che rientrerebbero nel discorso seguente (Babadook, Raw…), nonostante il “Cerbero” rappresentante venga notoriamente riconosciuto in Jordan Peele, Robert Eggers ed Ari Aster.

Per quanto riguarda l’autore di Scappa Get – Out, film di produzione Blumhouse tornando ai discorsi precedenti, ritornerà meglio nel paragrafo successivo, concentrandosi qui sugli altri 2 protagonisti. In particolare, The Witch e Midsommar hanno anche contribuito a rimettere fortemente in luce dopo molti anni il folk-horror, accentrando questo sottogenere nel dibattito mondiale. Foreste, tradizioni antiche ed esoteriche, culti e sette spirituali più che religiose tornano protagoniste, portando a splendidi esempi recenti come Hagazussa, Non sarai sola e Lamb. Rimanendo nel tema della nuova poetica degli autori, il caso della grande rinascita del folk-horror si collegherebbe ad un altro “genere”, con il virgolettato che non viene utilizzato casualmente.

Ad eccezione degli esempi più drammaticamente “adulti”, non soltanto provenienti dall’Oriente ma anche dallo stesso cinema europeo e non solo, il cinema d’animazione si è sempre rivolto ad un pubblico più giovane. Se non fosse per film a tinte dark, da Nightmare Before Christmas a Coraline la porta magica, si può notare come il sodalizio horror-animazione non sia mai effettivamente convolato a nozze. Ci sono stati degli esempi isolati, certo, come La leggenda di Sleepy Hollow targato Disney o Seul Station di Yeon Sang-ho, ma un “movimento” saldo e fertile tarda ancora ad arrivare. Questo tenendo anche presente come gli anime horror, presenti sulle nostre piattaforme streaming, siano innumerevoli.

Ecco però arrivare un fulmine a ciel sereno, con il capolavoro Mad God interamente creato dal maestro Phil Tippett. Si hanno ancora troppi pochi elementi per affrontare il tema in maniera esaustiva, ma la speranza resta quella che il film del 2021 possa essere un vero punto di partenza per il cinema horror d’animazione (nel 2023 esce Stopmotion di Robert Morgan). Torniamo però con i piedi per terra e continuiamo con l’analisi sull’attuale stato di salute dell’horror contemporaneo. Con questo ed il precedente paragrafo sono state messe sotto i riflettori a mo’ di esempi le due case di produzione Blumhouse e A24, testimoniando la grande malleabilità del genere capace sia di conquistare il grande pubblico che di “elevarsi” per caratura tecnica, stilistica e tematica. A questo punto di analisi, quindi, si torna nuovamente a ricordare come il cinema horror contemporaneo sia libero, facilmente accessibile, delocalizzato e capace di unire sullo stesso piano “cinema commerciale e d’autore”. Ma se i giovani e talentuosi registi avessero a disposizione non soltanto libertà creativa, ma anche ingenti mezzi a disposizione?

Da rinnegato e censurato ad amato da pubblico e critica

Stiamo volgendo a termine di questo ampio e variegato percorso sul c.d. Horror Contemporaneo, andando a rispondere in questo caso ad un interrogativo posto ad inizio analisi, ovvero: qual è il suo stato di salute? Al 2025 il genere sta vivendo uno splendido periodo di forma, ma cosa significa e quali sono le cause? Per quanto riguarda il viaggio trasformativo dell’horror negli ultimi decenni, sono sufficienti i paragrafi precedenti volti a cercare di riassumere i principali esponenti ed i movimenti più importanti nel modo più esaustivo possibile. Una serie di mutazioni che ha permesso all’horror di passare da “pecora nera” del cinema, rinnegato e censurato, ad essere particolarmente amato tanto dal pubblico quanto dalla critica.

A quest’ultimo proposito occorre ricollegarsi ad uno dei nomi sopracitati, Jordan Peele, che con il suo film d’esordio Scappa – Get Out del 2017 ha di fatto stabilizzato il genere verso un’acclamazione non settoriale. Un’operazione indipendente, esordio di un figlio dell’elevated horror che riprende un certo tipo di cinema “romeriano”, prodotto anche dalla Blumhouse che infatti ne conduce la corsa verso un successo di botteghino anche inatteso. A fronte di un budget di circa 4,5mln$ Scappa – Get Out termina una corsa d’incassi di oltre 250mln$, continuando a testimoniare non soltanto la grande commercializzazione del genere, ma si arriva in questo caso anche ad un altro traguardo. Dopo anni di totale assenza sul Red Carpet, l’horror torna alla prestigiosa Notte degli Oscar, con il film di Jordan Peele che diventa anche uno dei protagonisti della sua edizione.

A fronte delle sue 4 candidature, Scappa – Get Out entra in quella speciale e ristretta cerchia di horror nominati all’Oscar per il Miglior Film, assieme a L’Esorcista, Lo Squalo e, se si vuole allargare la selezione, anche Il silenzio degli innocenti, Il sesto senso ed Il cigno nero. Alla fine della prestigiosa serata, il film di Jordan Peele riuscirà ad aggiudicarsi “solo” la statuetta per la Miglior Sceneggiatura Originale, ma qualcosa sembrerebbe essere cambiato. L’horror non è più recluso al genere degli emarginati e di quella particolare “nicchia” da tenere in disparte ma, oltre che come re del botteghino, si dimostra particolarmente a suo agio nel solcare le passerelle più “glamour”. Da lì in poi è aumentato il numero di “casi isolati” arrivati a vincere nei Festival e nelle Cerimonie cinematografiche più importanti al mondo (alcuni dei quali verranno citati nel prossimo paragrafo), arrivando infine al 2025.

La 97a edizione dei Premi Oscar è stata particolarmente importante per l’horror, con la sua analisi affrontata in altra sede. Preme qui ricordare come il genere, nel corso degli anni, continua a raggiungere risultati quasi inaspettati. Infatti, il longevo buon accoglimento in termini di incassi, al limite della certezza per determinate case di produzione e distribuzione, unito ad una fascinazione sempre maggiore nei salotti della critica specializzata mondiale, ha posto il genere sotto i riflettori. Diventa possibile ed auspicabile concedere ai giovani e talentuosi registi, vincitori di Festival e Cerimonie (anima “autoriale”), una disponibilità materiale sempre maggiore per assicurare un importante ricavo (anima “commerciale”), senza sacrifici in termini artistici e stilistici.

Abbiamo ampiamente affrontato come l’horror di fine anni ’90 ed inizio nuovo millennio, grazie soprattutto al digitale, sia stato in grado di ergersi sulle sue esili gambe. Ecco invece venire distribuiti in sala film come Nosferatu (budget di 50mln$), I Peccatori (90mln), Final Destination (50mln), 28 anni dopo (60mln) e molti altri, coinvolgendo una crescita da questo punto di vista orizzontale e ad ampio raggio. Si attende ancora l’uscita del nuovo Frankenstein di Guillermo Del Toro, con non poche produzioni di fine anno e del prossimo 2026 che sembrerebbero proseguire questa scia. È naturalmente presto per cercare di tirare un minimo le somme su questo particolare aspetto, ma l’horror sembrerebbe prendere la strada del blockbuster delle grandi produzioni, continuando comunque a spingere autori giovani, talentuosi e ben accolti dalla critica specializzata. In perfetta continuità con l’affascinante 2024, anche il 2025 sembrerebbe presentare una nuova lista di film horror particolarmente attesi come Weapons, Bring Her Back, Him, Together e molti altri che si aggiungerebbero a quelli appena citati.

Horror Contemporaneo, da rinnegato e censurato ad amato da pubblico e critica

…e l’Italia?

Domanda scomoda e provocatoria. In questo ampio ed allo stesso tempo ristrettissimo viaggio nell’horror contemporaneo, sono state citate diverse correnti, molti autori ed alcuni dei momenti più importanti nell’industria e nella celebrazione cinematografica mondiale. Dalle produzioni indipendenti ai grandi budget, dai titoli emarginati a quelli sul Red Carpet, dall’ondata Orientale all’elevated horror prevalentemente statunitense. Si è cercato di lasciare da parte la situazione del Nostro Paese non a caso, in quanto la spina sembrerebbe essersi staccata ormai da troppo tempo. Arrivando sempre a semplificare il discorso, il cinema italiano specialmente degli anni ’60-’70 è quello che ha visto nascere e crescere autori di fondamentale importanza per il genere, non solo nel nostro territorio.

Sarebbe impossibile citare una lista completa ed il contributo di ognuno, ma nomi come Mario Bava, Dario Argento, Pupi Avati, Lucio Fulci e davvero moltissimi altri hanno letteralmente insegnato cinema, rivelandosi punti di riferimento fondamentali per registi ben più blasonati nel panorama mondiale. Difficile pensare ad un Alien di Ridley Scott senza Terrore nello spazio di 15 anni prima, alla leggendaria scena della tortura in Le Iene di Tarantino (e molte altre) senza Non si sevizia un paperino, a tutti i remake spirituali di Suspiria ecc. Ad inizio analisi è diventato fondamentale nel discorso il caso di The Blair Witch Project del 1999, quando il primo mockumentary del cinema horror sarebbe datato 1980 (il controverso Cannibal Holocaust) ed è diretto da Ruggero Deodato. A tal proposito, assieme ad altri autori quali Umberto Lenzi, Joe D’Amato ed altri, Deodato fa parte della cerchia di quegli anni che si fa precursore del cannibal-movie.

Insomma, gli autori italiani sono stati determinanti per la storia del cinema horror (non solo ovviamente, ma rimaniamo sul genere). Tuttavia si parla appunto di storia, ma oggi? Il cinema horror italiano è completamente “sparito”…o forse non è mai nato. In che senso? La “fortuna” degli anni appena citati, è stata quella del contesto socio-politico che si stava respirando, con il cinema chiamato ad entrare in conflitto con il sistema per traghettare un bramoso desiderio di rottura. Si tratta di un periodo storico intellettualmente determinante, con l’horror (guarda il ’68 soprattutto negli Stati Uniti) che si dimostra il genere che più di tutti riesce ad essere controverso, ad andare controcorrente, a spezzare lo status quo. Si viene comunque dal Neorealismo, le maestranze sono fondamentali, gli autori coraggiosi si fanno sentire ed ecco arrivare il “semplice” proliferare di registi dell’orrore: sono tanti, realizzano moltissimi film, sono “arrabbiati” ma vogliono divertirsi comunque un sacco.

Difficile se non impossibile individuare una “casa dell’orrore” in termini produttivi di quegli anni, trattandosi quasi sempre di progetti indipendenti ed autofinanziati, con il supporto di commercianti illuminati. Si trattava quindi sempre di casi “isolati” ma, il numero elevato di autori e film permetteva di far nascere dei movimenti e filoni cinematografici strettamente made in Italy (il gotico italiano, il giallo all’italiana, i film con cannibali…). Una circostanza che, dal punto di vista della totale mancanza di una “isola felice” per il genere, resta viva ancora oggi nel 2025, con la semplice differenza che tutti quei movimenti artistici sono completamente spariti per lasciare il posto a casi isolati e subito dimenticati.

Ma quindi i registi italiani non sanno più fare film horror come un tempo? Assolutamente no. Soprattutto negli ultimi anni, tra sala e streaming (vedi anche e soprattutto il cruciale periodo pandemico), non sono pochi i nomi di registi italiani che hanno saputo regalare film dell’orrore di alto profilo. Senza buttare nella mischia “un Guadagnino di turno” per la sua internazionalizzazione (Suspiria, Bones and all), il pensiero corre a The Nest di Roberto De Feo, che assieme a Paolo Strippoli realizza anche A classic horror story (quest’ultimo debutterà poi in autonomia nell’ottimo Piove). Lo stesso pensiero poi vola anche ad Andrea Niada (Home Education), Federico Zampaglione (The Well), Dario Germani (Antropophagus 2), Daniele Misischia (The end? L’inferno fuori), coinvolgendo anche un’affascinante ondata di registe donne votate all’orrore, come Ambra Principato (Invisibili), Grazia Tricarico (Body Odyssey), Federica Biondi (L’anima salva) e molti altri esempi.

Al di là del merito nei casi specifici appena indicati, un punto di partenza sembrerebbe esserci: gli autori italiani di film horror ci sono e, spesso, il tasso di qualità è davvero importante. Ma allora quali sono i problemi? Sarebbero troppi da elencare e servirebbe un’analisi strutturale particolarmente complessa. Continuando a semplificare il discorso si potrebbero riassumere in 3 aspetti: produzione, circolazione e spinta, ognuno dei quali è allo stesso tempo causa e conseguenza dell’altro. Per quanto riguarda il processo di “genesi”, l’horror è il genere che sicuramente più degli altri viene boicottato, ostacolato, censurato, specialmente per una determinata classe politica e specialmente in un Paese a stretto ed inevitabile contatto con “gli ambienti clericali”.

I giovani e coraggiosi autori non riescono a trovare un appoggio “dall’alto”, vedendo le proprie sceneggiature fortemente ridimensionate o direttamente cancellate, venendo costretti ad autofinanziare i propri progetti o cercare l’appoggio di qualche produttore indipendente coraggioso ed illuminato. Dovesse mai arrivare il miracolo del film prodotto e realizzato, l’odissea non si ferma certamente qui, anzi. Il prodotto deve infatti circolare nel mercato e qui si innesta il successivo punto critico: mancano distributori volti a dare il giusto spazio al genere (poche sale e restano al cinema per poco tempo), oltre ad una indecorosa ed insensata retorica nel pubblico quale deterrente ai film horror italiani. Anche qui, una volta che il “miracolo” prosegue, ed il film riesce a trovare un canale distributivo con un’adeguata circolazione, il titolo (ed il suo autore) è destinato a sparire rapidamente dai radar.

Questo anche e soprattutto per una mancanza di “spinta” da parte degli addetti ai lavori, in particolare dalla critica, dalle giurie di festival e celebrazioni e di tutti coloro che mancano il compito di promuovere e diffondere il verbo del genere. A tal proposito si torna fuori dai confini del Bel Paese. Nel paragrafo precedente è stato infatti messo sotto i riflettori la storia dell’horror contemporaneo sul Red Carpet degli Oscar (Scappa – Get Out e la speciale condizione proprio dell’ultima edizione). In Francia Titane, body-horror scritto e diretto da Julia Ducourneau, conquista la Palma d’Oro (seconda donna a riuscirci) continuando a rendere evidente come il Festival di Cannes continui a non farsi problemi nel premiare il genere, sia esso strettamente horror, thriller, erotico ecc. Vero che il Festival della Croisette ha valenza internazionale, rendendo più adeguato riferirsi in questo caso ai premi Cesar, ma anche lì l’apertura mentale non sembrerebbe discostarsi troppo.

La Spagna ha poi un feeling particolare con l’horror, vedendo protagonisti alle proprie edizioni dei premi Goya nomi come Juan Antonio Bayona (The Orphanage), Jaume Balagueró (Fragile), Paco Plaza (Rec), Alejandro Amenábar (The Others) e molti altri. Il Regno Unito sa come promuovere a livello internazionale i “suoi” Neil Marshall, Edgar Wright e Danny Boyle, per uno stretto contatto e rapporto con la realtà Oltreoceano. Ma in Italia? Il premio qui di riferimento sembrerebbe essere il David di Donatello, dove l’horror è stato quasi completamente assente fin dalla sua prima edizione celebrativa nel 1970. Dramma e commedia sono ovviamente le due certezze, con davvero troppi pochi esempi di quella “apertura mentale” sopracitata.

Si sceglie di sfruttare l’immagine del premio cinematografico giusto a livello semplificativo del discorso, continuando a sottolineare una totale mancanza di fiducia nell’horror da ogni reparto: nella produzione, nella circolazione, nella spinta critica e mediatica. Cercando di arrivare ad una conclusione parziale dell’intero percorso d’analisi, l’horror internazionale vive dunque uno straordinario momento di forma, conquistando il botteghino e permettendo a molti giovani e talentuosi autori di raggiungere rapidamente risultati straordinari, soprattutto in termini di accoglienza e ricezione. L’horror in Italia, al contrario, resta fermo al palo.

Il genere non è morto, gli autori di talento ci sono, i film di livello ci sono, ma questi coraggiosi eroi rappresentano esempi fatalmente scollegati tra loro, mancando una visione d’insieme che non sia orfana di una fiducia da tutte le parti. Si resta in attesa di scoprire quando, in Italia, ci si accorgerà che non esiste solo il cinema dei drammi storici e delle commedie familiari, ma lo sguardo si allargherebbe ad una vasta varietà di colori, emozioni ed opportunità. Si resta in attesa di scoprire quando, in Italia, ci si accorgerà dell’importanza produttiva, artistica e mediatica del cinema dell’orrore (del quale siamo stati maestri), ampliando il discorso anche alle altre realtà gambizzate come fantascienza, animazione, western, musical ecc. Si resta in attesa di scoprire quando, in Italia, si apriranno gli occhi da troppi punti di vista. Una speranza ormai ancora in attesa da troppo tempo.