Secondo episodio di L’estate in cui Hikaru è morto, anime che adatta il manga omonimo di grandissimo successo e che trova la sua realizzazione grazie al lavoro di CygamesPictures, distribuito nel mercato internazionale (anche italiano) grazie al provider Netflix. Dopo aver introdotto la rappresentazione generale dell’anime – che racconta della sostituzione del corpo di Hikaru con quello di uno spirito che ne prende possesso – l’anime si sviluppa attraverso un secondo episodio certamente molto interessante, che prosegue nella sua trattazione generale di temi che hanno a che fare con il mercato dell’horror dell’anime, ma non solo. Qual è il risultato di questa puntata? Cerchiamo di scoprirlo attraverso la trama e la recensione di L’estate in cui Hikaru è morto 1×02, Sospetto.
La trama di L’estate in cui Hikaru è morto 1×02, Sospetto
Prima di procedere con la recensione del secondo episodio di L’estate in cui Hikaru è morto, il nuovo anime che giunge su Netflix con la programmazione settimanale e con l’uscita nei giorni di sabato, vale la pena introdurre innanzitutto la trama generale di quest’ultimo, cercando di comprendere di che cosa parla. Ryōhei Takeshita dirige un secondo episodio che racconta del modo in cui lo spirito, che prende possesso di Hikaru, cerca di introdursi perfettamente nella società, soprattutto in virtù del suo rapporto con Yoshiki: ben presto, infatti, lo spirito comprende che non ha bisogno di esercitare alcun controllo nei confronti del ragazzo, ma che può sfruttare l’amore che Yoshiki ha nei confronti di Hikaru, e che si manifesta sempre più attraverso una serie di azioni.
Durante un pomeriggio in una strada accompagnata da presagi nefasti, Hikaru protegge Yoshiki inglobando un altro spirito che aveva tentato di attaccarlo, salvo poi fargli provare che cosa significhi per lui “mangiare” altri corpi, attraverso una spaccatura che si dipana dal suo sterno e che può dividere il corpo di Hikaru in due parti. Intanto, Yoshiki viene raggiunto da una persona sconosciuta, che però lo avverte di stare lontano da quello spirito che sta tentando di avvicinarsi a lui: essendosi accorta del cambiamento nella funzione spiritica del monte vicino (quello dove Hikaru è morto), la donna riconosce in Yoshiki tutti i segni del possesso e dell’impossibilità di liberarsi dal male, e gli fornisce un numero per contattarla; in un primo momento, però, il giovane desiste dal farlo.

La recensione del secondo episodio di L’estate in cui Hikaru è morto
In due soli episodi, L’estate in cui Hikaru è morto ha stabilito un vero e proprio programma dichiarativo di quello che è il tipo di arte e di comunicazione che vuole intendere, tanto per il genere di appartenenza – un horror che non si mostra mai nelle sue definizioni più violente, ma che certamente presenta numerosi legami con il tema del corpo -, quanto per la rappresentazione esclusiva che ne offre. Il primo episodio di L’estate in cui Hikaru è morto era stato preponderantemente introduttivo, con una grande capacità di unire sullo schermo l’oggetto-tipo della narrazione agli elementi più estetici, tecnici e legati alla concezione ottimale del modello rappresentativo; ecco che, però, il secondo episodio preme ancor più sull’acceleratore, entrando a pieno merito di quella discussione sull’oggetto del corpo, della sessualità, addirittura della carnalità. La sostituzione che aveva mostrato la prima puntata diventa adesso incarnazione, quasi immersione, nel momento in cui possiamo notare la bellissima scena della mano di Yoshiko che penetra nel corpo ormai esanime di Hikaru.
È un viaggio che spazia tra diverse concezioni del genere horror, e che si rende reinterprete di tanti ragionamenti che hanno fondato – sul concetto di carne – parte del loro successo: ci si può vedere tanto di Cronenberg, soprattutto a proposito del tema della nuova carne e dei corpi che superano i corpi, ma ci si ritrova qualcosa anche di quel viaggio nell’onirico che Jordan Peele proponeva per Scappa – Get Out, immaginando una dimensione abissale, quasi uterina, in cui il corpo stesso viaggia in un momento di estrema perdizione. Quella di L’estate in cui Hikaru è morto è un’intuizione semplice, ma non banale: rappresentare la sessualità maschile ma risolvendola in una funzione omoerotica, non di certo un cliché del mondo giapponese, aumenta di gran lunga la capacità di legare il tema del racconto a quell’insieme di inferenze sensoriali e tecniche, di cui per altro la serie si avvale con grande efficacia; non mancano, per questo motivo e anche in questo caso, elementi di pura contemplazione (forse talvolta anche troppo eccessiva), che vanno dalla goccia di sudore all’immagine del pollo marinato: tutto è volto a un’estrema comunicazione sensoriale, a una risultante viva, carnale che si tenta di offrire allo spettatore coinvolgendo non più soltanto il suo occhio, ma anche la sua reazione più intestina e pilifera.
Il progetto di L’estate in cui Hikaru è morto è interessantissimo, allora, nell’andare oltre l’oggetto raccontato – un non-umano che tenta di comportarsi come tale e che prima o poi verrà inevitabilmente scoperto -, soffermandosi su qualcosa di più intestino e indugiando molto su tempi, spazi e attimi, creando un prodotto totalmente nuovo, quasi visceralmente contemplativo. Attenzione, però, a non sentirsi poi troppo belli, poiché ciò potrebbe allontanare da quel risultato che, per ora, possiamo dire ottimo.




